Ascolta l'Otologo, a cura della dr.ssa Fabrizia de Falco

Ascolta l'Otologo, a cura della dr.ssa Fabrizia de Falco Pagina a cura della dr.ssa Fabrizia de Falco, specialista in Otorinolaringoiatria, Otoneurologia e Vestibologia.

Titolare di “Studio Medico Silene” e “VertiLab - centro di diagnosi e cura del paziente Vertiginoso” (Napoli) Questa pagina é stata creata dalla Dott.ssa de Falco ed é esclusivamente gestita da lei.

13/06/2026

🔍 Non tutto ciò che sembra una vertigine nasce dal sistema vestibolare.

Caso Clinico recente.

Si presenta alla nostra attenzione una signora con Instabilità posturale e sintomi pseudovertiginosi da due mesi. Esame vestibologico completamente negativo.

Ma un dettaglio durante l’esame neurologico ha cambiato il percorso diagnostico: riflessi osteotendinei aumentati.

La successiva risonanza magnetica ha evidenziato una importante formazione cistica che impronta sul midollo spinale.

Un caso che ricorda quanto sia importante ampliare il nostro ragionamento clinico ed integrare conoscenze e specializzazioni per il bene dei nostri pazienti!

11/06/2026

L’esame vestibolare non è fatto di sole “manovre”: per quanto fondamentali, rappresentano solo una piccola parte della valutazione (e della terapia).

Il sistema dell’equilibrio, infatti, lavora insieme agli occhi, al collo, alla postura e al sistema nervoso. Per questo, durante una valutazione vestibolare ed otoneurologica completa, osservare i movimenti oculari costituisce un passaggio essenziale, che non dovrebbe limitarsi semplicemente ad “inseguire” il dito o la penna.
In questo breve estratto si vedono due momenti della valutazione.

Il primo è il test clinico di Halmagyi, che studia il riflesso vestibolo-oculare: quel meccanismo che permette agli occhi di mantenere stabile l’immagine anche quando la testa si muove rapidamente. Questa semplice manovra diagnostica, sopratutto nelle vertigini acute che arrivano in pronto soccorso, può diventare piú sensibile e specifica di una risonanza magnetica (incredibile vero?)

Nella seconda parte valuto invece l’inseguimento oculare. Lo smooth pursuit è la capacità degli occhi di seguire in modo fluido un bersaglio in movimento. Se questo movimento non è regolare, può dare informazioni utili sul controllo oculomotorio e sulle vie neurologiche coinvolte nell’equilibrio.

Durante l’esame si osservano anche i movimenti rapidi degli occhi, la convergenza e la divergenza, cioè la capacità dei due occhi di coordinarsi quando guardiamo oggetti vicini o lontani, talvolta diventando spia di problemi che originano non nel labirinto ma nel sistema nervoso centrale (ecco perché parliamo di Otoneurologia).

Per questo ci sforziamo di spiegare ai pazienti che nei disturbi dell’equilibrio ci sono tanti aspetti da esplorare. Bisogna cercare un po’ ovunque, senza fermarsi alla prima apparenza, perché spesso la risposta non è in un solo test, ma nell’insieme dei dati raccolti.

Si è da poco conclusa un’altra puntata della rubrica mensile che conduco insieme al Dott. Erasmo Galeno, questa volta de...
05/06/2026

Si è da poco conclusa un’altra puntata della rubrica mensile che conduco insieme al Dott. Erasmo Galeno, questa volta dedicata a un tema molto frequente nella pratica clinica: le vertigini episodiche.

Parlare di “vertigini episodiche” non significa parlare di una singola malattia. Significa descrivere un modo con cui il disturbo vestibolare si presenta: crisi che compaiono a episodi, con durata variabile, separate da intervalli più o meno liberi da sintomi.

La Bárány Society, società internazionale di riferimento per la classificazione dei disturbi vestibolari, ha proposto un approccio molto utile: prima ancora di cercare il nome della patologia, bisogna capire il pattern clinico del sintomo. Il disturbo vestibolare può infatti presentarsi come sindrome vestibolare acuta, quando i sintomi sono continui e durano giorni; come sindrome vestibolare episodica, quando compaiono crisi ricorrenti di durata limitata; oppure come sindrome vestibolare cronica, quando instabilità, dizziness o disequilibrio persistono nel tempo. La stessa Bárány Society ha avviato l’International Classification of Vestibular Disorders proprio per standardizzare il linguaggio e i criteri diagnostici dei disturbi vestibolari.

All’interno delle forme episodiche, la distinzione più importante è tra episodi spontanei ed episodi provocati.

Le vertigini episodiche spontanee compaiono senza un trigger meccanico immediato e riconoscibile (dove per “trigger” intendiamo un fattore/evento scatenante). Il paziente può trovarsi fermo, seduto, in piedi o durante una normale attività quotidiana e avvertire improvvisamente vertigine, dizziness o instabilità. In questo gruppo rientrano, tra le principali diagnosi da considerare, l’emicrania vestibolare, la malattia di Ménière, la parossismia vestibolare e alcune forme vascolari transitorie. Per esempio, nei criteri Bárány/IHS l’emicrania vestibolare viene definita da episodi vestibolari ricorrenti associati a storia emicranica e caratteristiche emicraniche; nella malattia di Ménière definita sono invece centrali gli episodi spontanei di vertigine associati a ipoacusia neurosensoriale documentata e sintomi auricolari fluttuanti.

Le vertigini episodiche provocate, invece, compaiono in rapporto a un fattore scatenante preciso. Il caso più classico è la vertigine parossistica posizionale benigna (la celebre malattia dei “sassolini”) in cui la crisi è evocata da specifici cambi di posizione del capo, come girarsi nel letto, alzarsi, sdraiarsi o estendere il capo. In altri casi il trigger può essere il passaggio alla stazione eretta, come nelle forme ortostatiche/emodinamiche, oppure determinati stimoli visivi, movimenti complessi o condizioni ambientali specifiche.

Questa distinzione è fondamentale perché due pazienti possono usare la stessa parola, “vertigine”, ma descrivere fenomeni completamente diversi. Una crisi di pochi secondi quando ci si gira nel letto non ha lo stesso significato clinico di una crisi spontanea di ore associata a ovattamento auricolare, né di episodi ricorrenti associati a cefalea, fotofobia o fonofobia.

Per questo, durante una valutazione vestibolare, le domande più importanti non sono soltanto “ha le vertigini?”, ma: quanto durano? compaiono da ferme o sono provocate da un movimento? si associano a sintomi uditivi? c’è cefalea? c’è nausea? c’è instabilità tra una crisi e l’altra? esistono fattori scatenanti riconoscibili?

Il messaggio centrale della puntata è proprio questo: la vertigine episodica non va trattata come un sintomo generico. Va inquadrata secondo durata, modalità di insorgenza, trigger, sintomi associati e reperti clinico-strumentali. Solo così è possibile distinguere una forma posizionale da una forma emicranica, da una Ménière, da una condizione ortostatica o da quadri più complessi che richiedono ulteriori approfondimenti.

In vestibologia, spesso la diagnosi non nasce dalla parola “vertigine”, ma dal modo preciso in cui quella vertigine si comporta.

Ancora una volta, quindi, la terminologia non è un vezzo di pignoleria specialistica, ma uno strumento clinico fondamentale.

Usare le parole giuste significa aiutare il paziente a comprendere meglio quello che gli accade, a descrivere in modo più preciso i propri sintomi e, di conseguenza, a rendere più chiaro anche il percorso diagnostico. Molto spesso, infatti, una diagnosi vaga, incompleta o sbagliata nasce proprio da una raccolta insufficiente delle informazioni, dall’uso improprio dei termini o dalla tendenza a chiamare tutto nello stesso modo.

Un esempio classico è la parola “labirintite”, ancora troppo spesso utilizzata per indicare qualsiasi episodio di vertigine. In realtà la labirintite è una condizione specifica, diversa dalla vertigine posizionale, dall’emicrania vestibolare, dalla malattia di Ménière o da molte altre cause di vertigine episodica. Dire “ho avuto una labirintite” non equivale quindi a descrivere correttamente il problema: bisogna capire che tipo di vertigine è stata, quanto è durata, da cosa è stata scatenata, quali sintomi l’hanno accompagnata e come si è risolta.

Allo stesso modo, è ancora molto diffusa l’idea che la vertigine venga sempre “risolta con le manovre”. Le manovre liberatorie sono fondamentali quando siamo di fronte a una vertigine posizionale da otoliti, ma non rappresentano il trattamento di tutte le vertigini. Non ha senso eseguire manovre in modo generico se prima non è stata identificata correttamente la sede, il meccanismo e la natura del disturbo.

Un altro equivoco frequente è pensare che una visita otorinolaringoiatrica equivalga automaticamente a un esame vestibolare completo. Non è così. La visita ORL valuta molti aspetti dell’orecchio, del naso, della gola e del distretto cervico-facciale, ma lo studio del paziente vertiginoso richiede una valutazione specifica della funzione vestibolare e otoneurologica: osservazione dei movimenti oculari, ricerca e caratterizzazione del nistagmo, test posizionali, valutazione dei riflessi vestibolo-oculari, eventuali esami strumentali e integrazione con la storia clinica.

Questo è il senso della nostra rubrica: non complicare le cose, ma renderle più comprensibili. Dare un nome corretto ai sintomi non serve a creare distanza tra medico e paziente; serve, al contrario, a costruire un linguaggio comune, più preciso e più utile.

Speriamo, anche questa volta, di aver fornito qualche strumento in più per orientarsi meglio in un tema complesso, ma tanto frequente nella vita di tanti pazienti.

Quando lavoro mi piace, forse a rischio di diventare noiosa, spiegare quello che succede nell’orecchio. Sia esso il labi...
28/05/2026

Quando lavoro mi piace, forse a rischio di diventare noiosa, spiegare quello che succede nell’orecchio. Sia esso il labirinto, con la sua complessa capacità di tradurre il movimento in orientamento, sia esso l’orecchio medio, con la sua microscopica architettura. Mi piace raccontare le immagini che si vedono in endoscopia, descrivere i tracciati, provando a rendere comprensibili concetti che, anche per me, spesso sono tanto difficili da interpretare. A volte, ancora prima che una soluzione, il mio impegno è dare una spiegazione.

Credo profondamente che raccontare cosa accade dentro di noi, come accade e perché, aiuti a sfatare miti, a liberarsi dalla preoccupazione che nasce dal non sapere, dal non comprendere il motivo di un sintomo, dal percepire il proprio corpo come qualcosa di improvvisamente estraneo o imprevedibile. Aiuta, credo, a provare sollievo nello scoprire che ciò che si pensava essere anomalo o inspiegabile, in realtà può essere fisiologico nel contesto di una patologia, può avere una logica, una sua coerenza interna. Questo racconto, questa mia narrazione, è un tratto distintivo di come sono convinta debba essere esercitata questa professione. Non solo diagnosticare e prescrivere, ma anche restituire senso a ciò che il paziente vive, dare un nome alle sensazioni, tradurre l’esame in comprensione, trasformare un’immagine, un movimento degli occhi, un timpano, una curva o un tracciato in qualcosa che non resti distante, tecnico, incomprensibile. All’inizio della mia carriera mi dicevano: “Perderai questo entusiasmo, lo fai adesso perché sei giovane, poi avrai necessità di spicciare il banco e smetterai di parlare”. Sono passati anni, e a me sembra di essere addirittura più chiacchierona di quando ho cominciato. Eppure io adoro queste chiacchierate e, se vi capita di aspettare fuori dalla porta qualche minuto in più attendendo il vostro turno, sappiate che probabilmente dipende da questo. Dal mio desiderio assoluto di trasmettere ai pazienti consapevolezza, tranquillità e comprensione, prima ancora della cura.

Bisogna avere pazienza.

A volte persino ad ascoltare me.
💚

La dizziness persistente non limita solo l’equilibrio.Spesso porta il paziente a muoversi meno, evitare attività e ridur...
15/05/2026

La dizziness persistente non limita solo l’equilibrio.
Spesso porta il paziente a muoversi meno, evitare attività e ridurre progressivamente la propria capacità fisica.

Questo “decondizionamento” può diventare più invalidante del disturbo vestibolare stesso.

Per questo la riabilitazione vestibolare non si concentra solo sui sintomi, ma anche sul recupero della resistenza, del movimento e della fiducia nel corpo.

Muoversi bene è parte della cura.

06/05/2026

“Ti hanno mai spiegato cosa succede davvero durante un esame vestibolare?”

La percezione comune è quella di una valutazione fisicamente impegnativa, a tratti invasiva. La realtà clinica è altra: più silenziosa, più metodica, e per questo più complessa di quanto appaia.
Ciò che si osserva dall’esterno è una sequenza di manovre, l’analisi del movimento oculare, prove posturali e di equilibrio. Ciò che non è immediatamente visibile è il ragionamento diagnostico che struttura ogni fase della visita: la raccolta anamnestica, la lettura della risposta oculomotoria, l’integrazione dei dati posturali, l’identificazione di un pattern clinico che permetta di inquadrare con precisione il quadro del paziente.
Il sistema vestibolare non produce dolore, non è direttamente esplorabile e le sue disfunzioni si esprimono spesso attraverso sintomi invalidanti e difficili da decodificare. Chi ne è affetto conosce la perdita di un riferimento fondamentale: non solo dell’equilibrio fisico, ma della capacità di orientarsi nello spazio e di muoversi con sicurezza nel proprio ambiente.
La valutazione vestibolare è il momento in cui quella complessità sintomatologica acquisisce una lettura clinica precisa. Ed è da quella lettura che prende forma un percorso diagnostico e riabilitativo strutturato.

E tu, come lo immaginavi ?
Se soffri di vertigini, vieni a scoprirlo presso le nostre sedi:
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salute

04/05/2026

PPPD - Persistent Postural Perceptual DizzinessIeri, durante la nostra diretta Instagram insieme al dott. Galeno, abbiam...
18/04/2026

PPPD - Persistent Postural Perceptual Dizziness

Ieri, durante la nostra diretta Instagram insieme al dott. Galeno, abbiamo affrontato un tema estremamente rilevante nella pratica clinica dei disturbi dell’equilibrio: la PPPD, acronimo di Persistent Postural Perceptual Dizziness. Si tratta di una condizione oggi definita con precisione dalla Bárány Society e riconosciuta dal consenso internazionale come un disturbo vestibolare funzionale cronico. Questo passaggio è importante, perché consente finalmente di collocare la PPPD in un inquadramento clinico rigoroso, superando quella zona grigia in cui per anni molti pazienti sono stati considerati “normali” pur continuando a stare male.

La PPPD non corrisponde alla classica vertigine rotatoria acuta. Il paziente, infatti, più spesso riferisce una sensazione persistente di instabilità, oscillazione, sbandamento, ondeggiamento o movimento del corpo nello spazio. È una condizione che tende a essere presente per la maggior parte dei giorni e che, per definizione, persiste per almeno tre mesi. Non si tratta quindi di un episodio isolato, ma di una sintomatologia cronica che accompagna il paziente nella vita quotidiana e che spesso diventa molto invalidante, sia sul piano fisico sia sul piano cognitivo ed emotivo.

Dal punto di vista soggettivo, chi soffre di PPPD descrive frequentemente la sensazione di camminare su una superficie instabile, di stare su una barca, di non sentirsi mai realmente fermo anche quando è immobile. Molti pazienti riferiscono un netto peggioramento in stazione eretta, durante la deambulazione, nei cambi di posizione, nei movimenti del capo e, soprattutto, in tutti quei contesti caratterizzati da grande complessità visiva. Supermercati, centri commerciali, scale mobili, traffico, f***e, schermi, ambienti con molte persone o oggetti in movimento rappresentano trigger tipici. A questo si associano spesso faticabilità mentale, difficoltà di concentrazione, sensazione di sovraccarico percettivo, riduzione della sicurezza motoria e progressiva tendenza all’evitamento di situazioni percepite come destabilizzanti.

Sul piano fisiopatologico, la PPPD non è una malattia psichiatrica e non è nemmeno, nella maggior parte dei casi, l’espressione di una lesione vestibolare strutturale in atto. È invece un disturbo di maladattamento dei sistemi che regolano equilibrio, postura e percezione del movimento. Molto spesso insorge dopo un evento precipitante ben riconoscibile, come una neurite vestibolare, una vertigine parossistica posizionale benigna, un’emicrania vestibolare, un episodio vertiginoso acuto, una condizione medica intercorrente o anche una fase di marcato stress. L’evento iniziale altera il normale assetto dell’equilibrio; successivamente, però, anziché recuperare una fisiologica automatizzazione del controllo posturale, il sistema nervoso centrale può mantenere una strategia disfunzionale, basata su ipervigilanza, eccessiva attenzione ai segnali corporei, aumentata dipendenza dall’informazione visiva e ridotta fiducia negli input vestibolari e propriocettivi. È proprio questo meccanismo a spiegare perché il paziente continui a percepire instabilità anche quando il trigger originario si è risolto o si è compensato.

I criteri diagnostici della Bárány Society sono particolarmente importanti perché permettono di porre diagnosi in modo positivo e non approssimativo. Il primo criterio richiede la presenza di uno o più sintomi tra dizziness, instabilità o vertigine non rotatoria, presenti nella maggior parte dei giorni per almeno tre mesi.
Il secondo criterio prevede che questi sintomi siano esacerbati da tre condizioni caratteristiche, cioè la postura eretta, il movimento attivo o passivo indipendentemente dalla direzione o dalla posizione, e l’esposizione a stimoli visivi in movimento o a pattern visivi complessi.
Il terzo criterio stabilisce che il disturbo debba essere stato innescato da una condizione che abbia provocato vertigine, instabilità o disequilibrio, vestibolare o non vestibolare, acuta, episodica o cronica.
Il quarto criterio richiede che i sintomi determinino un impatto clinicamente significativo sulla vita quotidiana, sul funzionamento lavorativo, personale o sociale.
Il quinto, infine, impone che il quadro non sia meglio spiegato da un’altra diagnosi.

Questo significa che la PPPD non è una diagnosi vaga, né una formula usata quando non si sa cosa dire, ma una diagnosi clinica precisa, con criteri internazionalmente condivisi, che richiede competenza nell’inquadramento vestibolare.

Un punto fondamentale, anche dal punto di vista divulgativo, è chiarire che gli esami strumentali non identificano da soli la PPPD. Non esiste un singolo test che la “dimostri”. L’esame vestibolare può risultare normale, oppure può documentare gli esiti del disturbo che ha fatto da trigger. Questo non smentisce la diagnosi, ma anzi è perfettamente coerente con la natura funzionale del disturbo. Per questo motivo la diagnosi richiede una valutazione specialistica vera, capace di integrare anamnesi, fenomenologia dei sintomi, cronologia dell’esordio, eventuali esiti vestibolari residui e criteri internazionali.
Ridurre tutto a “gli esami sono negativi” è uno degli errori più frequenti e più dannosi per questi pazienti.

Per quanto riguarda il trattamento, oggi sappiamo che la PPPD richiede un approccio integrato. La riabilitazione vestibolare rappresenta uno dei cardini principali, ma deve essere costruita in modo mirato, non generico. L’obiettivo non è semplicemente “fare esercizi”, bensì rieducare il sistema dell’equilibrio, ridurre la dipendenza visiva, migliorare la tolleranza al movimento, ripristinare l’automatismo posturale e favorire una progressiva desensibilizzazione agli stimoli che scatenano o amplificano il sintomo. A questo si affianca spesso un lavoro altrettanto importante sui meccanismi di mantenimento, in particolare sull’ipervigilanza, sulla paura del sintomo, sull’evitamento e sulla catastrofizzazione percettiva. In casi selezionati, anche la terapia farmacologica può avere un ruolo, soprattutto nell’ambito di un progetto terapeutico più ampio e non come risposta isolata.

Il messaggio più importante da trasmettere è che la PPPD è una condizione reale, definita, riconosciuta e trattabile. Non è immaginaria, non è “solo ansia”, non è un’etichetta di comodo.
È un disturbo complesso dell’integrazione percettiva e posturale che richiede competenza clinica, capacità diagnostica e un corretto approccio terapeutico.

Riconoscerla significa offrire finalmente una spiegazione coerente a pazienti che da mesi o anni convivono con sintomi persistenti senza aver ricevuto un inquadramento adeguato. Ed è qui che comincia la presa in carico.

IL MARE DENTRO(Mal de Débarquement Syndrome)Marco (nome di fantasia) è un giovane professionista, attento, abituato a ge...
15/04/2026

IL MARE DENTRO
(Mal de Débarquement Syndrome)

Marco (nome di fantasia) è un giovane professionista, attento, abituato a gestire la complessità. Fino all’estate scorsa conduceva una vita sostanzialmente normale.
Il 29 agosto 2025, partecipa a un piccolo torneo di freccette. Lo vince. È in perfetto equilibrio, nel senso più letterale del termine. Quella sera prende un traghetto da Pantelleria a Trapani: sette ore di navigazione, mare leggermente mosso, niente di straordinario. Una traversata come tante.
La mattina del 30 agosto scende dalla nave.
E da quel momento, la terra non smette più di muoversi.

La sensazione è difficile da descrivere a chi non l’ha provata: non è vertigine, non è capogiro. È la percezione ostinata, continua, logorante di essere ancora a bordo. Il ponte che ondeggia sotto i piedi. Il corpo che compensa un movimento che non c’è. Marco prova ad aspettare, convinto, come chiunque, che passerà. Passano i giorni. Passano le settimane. Siamo ad aprile, e i sintomi persistono immutati da oltre sette mesi.

Nel frattempo episodi importanti di vomito, difficoltà nel controllo del capo durante i movimenti, incapacità di condurre una vita regolare. Risonanza magnetica encefalica e cervicale negative. Esami strumentali nella norma. La fisioterapia produce scarsi risultati. Una terapia farmacologica gli consente di non vomitare, di mangiare, di camminare, seppur non normalmente.

E poi c’è il peso invisibile: quello di non essere creduto. I sintomi vengono attribuiti ripetutamente all’ansia. Marco sa che non è ansia. Ma spiegarlo, dimostrarlo, trovare qualcuno disposto ad ascoltare diventa una fatica sovrapposta alla malattia stessa. «È stato molto frustrante», scrive, con una misura nelle parole che dice tutto.

La diagnosi arriva infine da un centro specialistico straniero. Un dettaglio clinico la orienta in modo decisivo: i sintomi migliorano durante il movimento passivo (in macchina, in treno, di nuovo in barca). Questo sollievo paradossale, che sembra quasi una beffa, è in realtà la firma di una condizione precisa.

Marco mi scrive per chiedere un teleconsulto, un ulteriore parere, indicazioni per impostare al meglio la riabilitazione. E - lo confessa con una franchezza che mi ha colpita - per la paura che le cose rimangano così per sempre. Ma mi chiede anche qualcosa di più: di aiutarlo a fare in modo che altri pazienti non debbano percorrere lo stesso calvario diagnostico. Che questa condizione smetta di essere invisibile.

Ho scelto di raccogliere questa richiesta, e di raccontare la sua storia perché forse troppi pazienti come lui camminano ancora soli in un labirinto diagnostico che non dovrebbe essere così oscuro.

La condizione di Marco ha un nome: Mal de Débarquement Syndrome, acronimo MdDS. È una sindrome vestibolare caratterizzata dalla percezione persistente di oscillazione, dondolio o rollio (gli stranieri lo chiamano rocking, swaying, bobbing) che insorge tipicamente dopo un’esposizione a movimento passivo (navigazione, volo, viaggio in treno o in auto), ma che può manifestarsi anche spontaneamente, senza un evento scatenante identificabile.

La Bárány Society, massima autorità internazionale nella classificazione dei disturbi vestibolari, ne ha formalizzato i criteri diagnostici nel 2020. Per porre diagnosi di MdDS è necessario che siano soddisfatte tutte le seguenti condizioni:

1. Sensazione non illusoria di movimento del proprio corpo, descritta come oscillazione, dondolio o rollio
2. Durata superiore a 48 ore dopo la cessazione dell’esposizione a movimento passivo
3. Esordio in associazione temporale con un’esposizione a movimento passivo prolungato (forma motion-triggered), oppure insorgenza spontanea (spontaneous onset)
4. Riduzione o scomparsa temporanea dei sintomi durante la ri-esposizione a movimento passivo (il cosiddetto paradosso del movimento, che è al tempo stesso segno diagnostico e crudele ironia clinica)
5. Assenza di un’altra patologia in grado di spiegare meglio il quadro

La fisiopatologia è ancora oggetto di ricerca: l’ipotesi più accreditata chiama in causa un’alterazione dei meccanismi di adattamento oscillatorio nel cervelletto, con un “blocco” del pattern motorio acquisito durante la navigazione che non riesce a essere disattivato una volta tornati a terra.

La buona notizia è che la MdDS non è necessariamente una condanna. Esiste un approccio riabilitativo specifico, sviluppato soprattutto in pochi centri di eccellenza internazionali, basato sulla stimolazione optocinetica: sfrutta il meccanismo del movimento visivo per “resettare” il pattern cerebellare alterato. I risultati, nella letteratura, sono incoraggianti in una quota significativa di pazienti.

Il problema è che questo protocollo è pressoché sconosciuto alla maggior parte dei clinici. La riabilitazione vestibolare standard, quella che Marco sta già eseguendo senza beneficio, non è indicata per la MdDS e in alcuni casi può persino aggravare il quadro, perché agisce su meccanismi completamente diversi.

Prima della riabilitazione, prima della terapia, c’è un passaggio che non dovrebbe essere necessario ma che per quasi tutti i pazienti con MdDS rappresenta il vero ostacolo: ricevere una diagnosi corretta.

Una diagnosi significa non sentirsi dire che è ansia. Significa avere un nome da dare a quello che si vive. Significa che il medico dall’altra parte dello schermo, o del tavolo, ti guarda e dice: ti credo, so di cosa si tratta, possiamo lavorarci insieme.

Marco ha aspettato mesi per arrivarci. E lui, con la sua determinazione, ce l’ha fatta. Ma quanti altri stanno ancora aspettando?

La MdDS è considerata rara, ma probabilmente è sotto-diagnosticata in misura rilevante. Molti pazienti vengono catalogati sotto altre etichette; disturbo somatoforme, ansia, cervicalgia, e non arrivano mai a uno specialista che conosca questa condizione.

Aumentare la consapevolezza, tra i professionisti e tra il pubblico, è il primo atto terapeutico che possiamo compiere.
Per Marco. E per tutti quelli che, in questo momento, sentono il mare muoversi sotto i piedi e non sanno ancora perché.

Indirizzo

Via Vincenzo Tiberio 14, Napoli
Naples
80126

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