Ascolta l'Otologo, a cura della dr.ssa Fabrizia de Falco

Ascolta l'Otologo, a cura della dr.ssa Fabrizia de Falco Pagina a cura della dr.ssa Fabrizia de Falco, specialista in Otorinolaringoiatria, Otoneurologia e Vestibologia.

Titolare di “Studio Medico Silene” e “VertiLab - centro di diagnosi e cura del paziente Vertiginoso” (Napoli) Questa pagina é stata creata dalla Dott.ssa de Falco ed é esclusivamente gestita da lei.

Si sono appena conclusi tre giorni intensi e bellissimi a Vieste, dove, invitata per la Giornata Mondiale della Fisioter...
06/09/2026

Si sono appena conclusi tre giorni intensi e bellissimi a Vieste, dove, invitata per la Giornata Mondiale della Fisioterapia dall’Ordine dei Fisioterapisti di Foggia in collaborazione con FisioScience®️ , ho parlato di Vestibologia davanti a oltre 150 persone. Una platea così numerosa e così attenta e partecipe mi ha emozionata, perché dietro quell’interesse ho riconosciuto qualcosa a cui tengo molto, la possibilità di avvicinare professionalità diverse intorno a un problema che difficilmente si lascia rinchiudere nei confini di una sola disciplina.
Chi si occupa di disturbi dell’equilibrio conosce bene la condizione di questi pazienti, il cui disagio è spesso enorme mentre la sua evidenza, agli occhi degli altri, è minima, e faticano a trovare le parole per raccontarlo. Per questo possono attraversare molti ambulatori prima di trovare una lettura coerente di ciò che accade loro, ed è da qui che nasce una convinzione per me sempre più forte, che le competenze debbano avere confini chiari, ma la cura no. Medico e fisioterapista hanno ruoli differenti, ma proprio la complessità dell’equilibrio rende prezioso un linguaggio comune, perché conoscere il lavoro dell’altro significa sapere quando incontrarsi e quando affidarsi il paziente.

Questi giorni segnano anche l’inizio della mia docenza con FisioScience, di cui sono entusiasta perché vi ho trovato competenza, confronto e un desiderio quasi maniacale di ricerca che convive con la voglia di condividere il sapere. Un grazie speciale a Dr. Erasmo Galeno | Fisioterapia e Riabilitazione Vestibolare , ormai amico prima che partner di lavoro, nel quale ho ormai identificato un interlocutore con cui costruire senza chiedersi a chi appartenga un territorio, e al quale devo anche l’incontro con quel gruppo di docenti meravigliosi che adesso è anche il “mio”. Sono stordita da questo entusiasmo e da tutte queste cose belle da fare, perché nella cura dei disturbi dell’equilibrio abbiamo ancora moltissimo da capire, da insegnare e soprattutto da imparare gli uni dagli altri.
Un piccolo sogno alla volta 🌟 💫

TELEMEDICINA | CONSULENZA ONLINENon sempre è possibile raggiungere facilmente lo studio, soprattutto per chi vive lontan...
01/09/2026

TELEMEDICINA | CONSULENZA ONLINE

Non sempre è possibile raggiungere facilmente lo studio, soprattutto per chi vive lontano o ha bisogno di un primo orientamento specialistico prima di programmare eventuali approfondimenti in presenza.

Per questo sono disponibili alcuni spazi dedicati alla consulenza medica online, pensati per poter discutere con calma la propria storia clinica e la documentazione già disponibile, ricostruire il percorso effettuato e capire come orientare in maniera più razionale i passaggi successivi.

📅 Venerdì 18 settembre
È rimasto un solo slot disponibile.

📅 Venerdì 2 ottobre
Sono invece disponibili più appuntamenti, sia al mattino sia al pomeriggio.

La consulenza online non sostituisce, naturalmente, una visita medica quando questa è necessaria e non consente di eseguire un esame vestibolare. Può però essere particolarmente utile per fare ordine in percorsi diagnostici complessi, rivedere esami e valutazioni già effettuate e comprendere quali approfondimenti siano realmente indicati e quali, invece, rischino di tradursi nell’ennesimo giro senza una direzione precisa.

Per informazioni, modalità di svolgimento e prenotazioni:

✉️ [email protected]
📱 WhatsApp - 345 7076573

dr.ssa Fabrizia de Falco
Specialista in Otorinolaringoiatria
Vestibologia e Otoneurologia

VESTIBOLOGO, OTONEUROLOGO, OTORINO O NEUROLOGO? Vi spiego che differenza c’è e come scegliere lo specialista giusto se s...
30/08/2026

VESTIBOLOGO, OTONEUROLOGO, OTORINO O NEUROLOGO? Vi spiego che differenza c’è e come scegliere lo specialista giusto se si soffre di problemi di equilibrio

Parliamo spesso di che cosa significhi sottoporsi a un esame vestibolare davvero approfondito. Mi chiedete quali prove debba comprendere, se siano necessari il video Head Impulse Test, i potenziali evocati miogenici, la videonistagmografia, le manovre posizionali o la posturografia. Sono domande assolutamente legittime, perché chi soffre di vertigini o instabilità vuole comprendere che cosa gli verrà fatto e, soprattutto, perché.

Riflettendo su queste domande, però, mi sono accorta che forse il punto più importante viene ancora prima dell’elenco degli esami. Prima di domandarci quali test debbano essere eseguiti, dovremmo chiederci chi li esegue, chi decide quali siano realmente necessari e chi sia in grado di interpretarli all’interno della storia clinica di quella specifica persona.

Quel qualcuno è uno specialista in Vestibologia e/o Otoneurologia.

Quando parliamo del medico vestibologo o dell’otoneurologo, parliamo innanzitutto di un medico, non di un tecnico. Il punto di partenza è quindi la laurea in Medicina e Chirurgia. Successivamente, i percorsi medici più direttamente collegati a quest’ambito passano generalmente attraverso una specializzazione in Otorinolaringoiatria, in Audiologia e Foniatria oppure, meno frequentemente nel nostro contesto, in Neurologia. La specializzazione di partenza, tuttavia, è soltanto la base. Non rende automaticamente esperti nella diagnosi e nel trattamento dei disturbi dell’equilibrio.

Vestibologia e Otoneurologia sono aree molto vicine, ma non sono esattamente la stessa cosa. La Vestibologia studia il sistema dell’equilibrio nel suo insieme, considerando il labirinto, le vie vestibolari centrali, l’integrazione con il sistema visivo e propriocettivo, i meccanismi di compenso e gli aspetti funzionali e riabilitativi. L’Otoneurologia si colloca più specificamente all’interfaccia tra l’orecchio e il sistema nervoso, occupandosi delle relazioni tra orecchio interno, nervo vestibolococleare, vie uditive e vestibolari centrali e strutture neurologiche coinvolte.

I confini non sono rigidi e le due aree si sovrappongono ampiamente, ma non è corretto considerarle sinonimi perfetti. Anche la terminologia cambia tra Paesi e tradizioni cliniche. In alcune realtà si parla di otoneurology, in altre di neuro-otology o di audiovestibular medicine. Proprio per superare queste differenze, la Barany Society utilizza il concetto più ampio di “Vestibular Medicine”, Medicina Vestibolare, che comprende l’insieme delle competenze necessarie per affrontare pazienti con vertigine, dizziness, instabilità e sintomi vestibolo-visivi.

La ragione di questa impostazione è semplice. Questi sintomi non indicano automaticamente una malattia dell’orecchio interno. Possono derivare dal labirinto, dal nervo vestibolare, dal tronco encefalico, dal cervelletto o dalle reti cerebrali sovratentoriali, ma possono anche essere associati a condizioni cardiovascolari, metaboliche, farmacologiche, funzionali o appartenenti ad altri ambiti della medicina. Chi si occupa di questi pazienti deve quindi possedere conoscenze sufficientemente ampie per formulare le corrette ipotesi diagnostiche, riconoscere i propri limiti e coinvolgere, quando necessario, altri specialisti.

La mia esperienza mi ha fatto osservare che in Italia lo specialista in Neurologia si dedica relativamente di rado, in maniera elettiva e continuativa, ai disturbi vestibolari. Non perché il neurologo non ne possieda le basi, ma perché anche la Neurologia è una disciplina vastissima, che comprende patologie cerebrovascolari, malattie neurodegenerative, epilessia, cefalee, patologie neuromuscolari, disturbi del movimento e molti altri settori complessi. Durante le mie esperienze negli Stati Uniti ho invece conosciuto dipartimenti e centri dedicati alla Neuro-otologia e alla Medicina Vestibolare inseriti proprio in ambito neurologico, nei quali molti dei professionisti erano neurologi che avevano orientato in modo specifico la propria formazione verso l’equilibrio, i movimenti oculari e le vie vestibolari centrali.

L’otorinolaringoiatra e il medico specialista in Audiologia e Foniatria possiedono, per formazione, una conoscenza particolarmente approfondita dell’anatomia e della fisiopatologia dell’orecchio e del labirinto. Questo rappresenta un punto di partenza molto importante per lo studio delle patologie vestibolari periferiche. Ma anche l’Otorinolaringoiatria è una disciplina enormemente vasta. Comprende l’otologia, la chirurgia dell’orecchio, la rinologia, le allergie respiratorie, la laringologia, la fonochirurgia, l’oncologia cervico-facciale, le patologie delle ghiandole salivari, la chirurgia del collo, i disturbi respiratori del sonno e numerosi altri settori. Essere otorinolaringoiatra, quindi, non significa automaticamente aver sviluppato un’esperienza specialistica in vestibologia.

Questa non è soltanto una mia considerazione personale. Nel 2022 la Barany Society ha proposto un curriculum internazionale per la Medicina Vestibolare fondato su conoscenze, abilità cliniche e atteggiamenti professionali. Il documento precisa espressamente che i livelli indicati dal curriculum non rappresentano i requisiti minimi delle specialità di provenienza. In termini più semplici, il possesso della specializzazione in Otorinolaringoiatria, Neurologia o Audiologia e Foniatria NON certifica automaticamente il raggiungimento di una competenza vestibolare avanzata. La specialità definisce il punto di partenza, mentre il profilo vestibolare dipende dal percorso successivo e dalla profondità con cui questo settore è stato realmente studiato e praticato.

Dopo la specializzazione, chi sceglie di dedicarsi realmente a questo settore continua quindi a formarsi attraverso master universitari, diplomi, corsi avanzati, frequentazioni documentate di reparti o centri dedicati, pratica clinica supervisionata, apprendimento delle metodiche strumentali, partecipazione alla ricerca e aggiornamento costante. Naturalmente, un singolo attestato non basta a dimostrare una competenza. Ciò che conta è la coerenza dell’intero percorso, la continuità dell’esperienza e la quantità di attività clinica realmente dedicata ai disturbi dell’equilibrio.

Io stessa sono otorinolaringoiatra, ma questo non significa che debba occuparmi personalmente di ogni patologia compresa nella mia specializzazione. Se un paziente si rivolge a me per un problema particolarmente complesso delle ghiandole salivari o per una condizione rinoallergologica altamente specialistica, posso certamente intercettarlo e diagnosticarlo ma ritengo più corretto inviarlo ad un collega che abbia concentrato la propria formazione e la propria attività quotidiana proprio in quell’ambito. Non è una rinuncia alla mia professionalità. È il riconoscimento del fatto che una specializzazione molto ampia contiene al proprio interno competenze ulteriori, che richiedono anni di approfondimento specifico.

Lo stesso principio vale per l’Otoneurologia. Un otoneurologo con formazione otorinolaringoiatrica o audiologica non diventa, per il solo fatto di occuparsi delle vie vestibolari centrali, uno specialista in neurologia. Può e deve saper riconoscere i segnali che fanno sospettare un interessamento neurologico, distinguere ciò che appare compatibile con una patologia vestibolare periferica da ciò che richiede un approfondimento centrale e conoscere i criteri di urgenza. Se durante la visita emergono elementi suggestivi di una malattia neurodegenerativa, demielinizzante, cerebrovascolare, neuromuscolare, di un disturbo del movimento o di un’altra condizione che vada oltre il suo ambito di competenza, è fondamentale coinvolgere il neurologo.

Vale anche il percorso inverso. Un neurologo che individua elementi suggestivi di una patologia cocleare, labirintica o otologica deve poter indirizzare il paziente all’otorinolaringoiatra, all’audiologo o all’otologo con la competenza più pertinente. La vera medicina è fatta di collaborazione, invii appropriati, coerenza diagnostica e sufficiente umiltà per riconoscere quando un altro professionista possa offrire al paziente una competenza più specifica.

Come può, allora, un paziente orientarsi? Non è necessario trasformarsi in un selezionatore di curriculum, ma può essere utile osservare la coerenza del percorso professionale. Se un medico dichiara di occuparsi contemporaneamente di chirurgia oncologica del collo, patologie nasali, allergie, ghiandole salivari, voce, sonno, orecchio e, alla fine di un lungo elenco, anche di vestibologia, questo non dimostra che non sia competente. Allo stesso tempo, però, la semplice presenza della parola “vestibologia” tra molte altre attività non documenta automaticamente una superspecializzazione.

Allora cosa fare ?

È ragionevole verificare se il professionista abbia conseguito titoli specifici, frequentato centri vestibolari, partecipato a corsi avanzati, svolto attività scientifica nel settore e dedicato una parte rilevante e continuativa della propria pratica clinica a vertigini, instabilità e disturbi dell’equilibrio. È utile anche comprendere se disponga delle metodiche necessarie, se sappia selezionarle in base al caso e se lavori all’interno di una rete che comprenda neurologi, fisioterapisti vestibolari, audiologi, oculisti, neuroradiologi e gli altri specialisti eventualmente necessari.

Non tutti i pazienti con vertigine hanno bisogno di un centro di terzo livello o di una batteria completa di esami. Molte forme comuni possono essere riconosciute e trattate correttamente da un medico con una buona preparazione vestibolare di base (vedi i famosi otoliti). Una competenza più avanzata diventa invece particolarmente importante quando i sintomi persistono o recidivano, quando le manifestazioni sono atipiche, quando i trattamenti non hanno funzionato, quando i reperti sembrano contraddittori o quando coesistono disturbi visivi, uditivi, neurologici, posturali o cognitivi difficili da interpretare.

La Barany Society richiama studi secondo i quali, a seconda del contesto clinico considerato, fino all’80% dei pazienti con disturbi vestibolari può non ricevere una diagnosi o una gestione corrette. Questo dato non deve essere esteso indiscriminatamente a ogni ambulatorio, ma segnala un problema reale. Una parte degli errori è collegata a una formazione insufficiente, a un’anamnesi o a un esame obiettivo incompleti, a una scarsa conoscenza delle diagnosi differenziali e a fraintendimenti nell’interpretazione dei reperti clinici e strumentali.

Per questo sentirsi dire che “è tutto a posto” dopo un’otoscopia normale, un esame audiometrico nella norma o una risonanza senza alterazioni non significa necessariamente che non esista un disturbo vestibolare. Può darsi che gli esami più pertinenti non siano stati scelti, che non siano state ricercate determinate caratteristiche dei movimenti oculari, che il problema sia episodico e non presente in quel momento o che i risultati non siano stati integrati correttamente. La conseguenza può essere un’attribuzione prematura dei sintomi all’ansia o alla cervicale, una perdita di fiducia da parte del paziente e, soprattutto, un ritardo diagnostico.

La specializzazione, quindi, è il punto di partenza, non il traguardo. Il titolo ci dice da quale disciplina proviene un medico. La formazione successiva, la pratica quotidiana, i titoli specifici, la qualità del ragionamento clinico e la capacità di collaborare ci dicono quale competenza abbia realmente costruito.

Un esame vestibolare approfondito non è una lista prestabilita di test e non coincide con il numero di strumenti presenti in uno studio. È la capacità di ascoltare la storia del paziente, formulare le domande giuste, osservare ciò che spesso non è evidente, scegliere le prove realmente utili, interpretarne criticamente i risultati e riconoscere quando sia necessario coinvolgere un’altra competenza.

In medicina, sapere dove cercare è importante. Sapere quando chiedere la collaborazione di un collega lo è altrettanto.

Fonti: van de Berg R, Murdin L, Whitney SL, Holmberg J, Bisdorff A. Curriculum for Vestibular Medicine (VestMed) proposed by the Bárány Society. Journal of Vestibular Research. 2022;32(2):89-98. PMID 34864706.

MAL D’ORECCHIO IN VACANZA E LE IMMANCABILI “GOCCINE”. MA SAPPIAMO DAVVERO COSA STIAMO METTENDO NELL’ORECCHIO?VI SPIEGO C...
29/08/2026

MAL D’ORECCHIO IN VACANZA E LE IMMANCABILI “GOCCINE”. MA SAPPIAMO DAVVERO COSA STIAMO METTENDO NELL’ORECCHIO?
VI SPIEGO COSA CHIEDERE IN FARMACIA!

È una scena che d’estate si ripete continuamente. Dopo alcuni giorni di mare o piscina compare dolore all’orecchio, senso di chiusura, prurito, qualche volta secrezione. Siamo in vacanza, il medico è lontano e la soluzione più semplice sembra entrare in farmacia e chiedere “qualcosa per il mal d’orecchio”. Ed ecco comparire le famose goccine.

Il problema è che “gocce per l’orecchio” significa farmacologicamente pochissimo. Possono contenere ceruminolitici, antibiotici appartenenti a classi completamente diverse, corticosteroidi, anestetici, antisettici o sostanze acidificanti. E soprattutto una sostanza perfettamente adatta alla cute del condotto uditivo esterno non è necessariamente altrettanto innocua se riesce a oltrepassare il timpano e raggiungere l’orecchio medio.

Una delle prime ipotesi è spesso il tappo di cerume, ed ecco comparire i ceruminolitici. Servono ad ammorbidire e disgregare il cerume, quindi sono utilissimi se il problema è davvero quello. Se invece l’orecchio fa male perché il condotto è infiammato e infetto, non stanno curando la causa e, su una cute già macerata o escoriata, possono perfino aumentare il fastidio. Il cerume, peraltro, non è semplicemente sporco: insieme al pH acido del condotto contribuisce alla sua protezione naturale. Proprio bagni ripetuti, umidità, ristagno d’acqua e microtraumi da cotton fioc alterano questa barriera e favoriscono la tipica otite esterna estiva, la cosiddetta “otite del nuotatore”.

Esistono poi gocce anestetiche, per esempio a base di lidocaina o fenazone. Possono ridurre il dolore, ma non curano necessariamente ciò che lo sta provocando. Un orecchio che non fa più male non è automaticamente un orecchio guarito. E anche qui torna la domanda fondamentale: il timpano è integro?

Finché la membrana timpanica è integra, il farmaco rimane sostanzialmente nel condotto. Se invece esiste una perforazione o un drenaggio transtimpanico, alcune sostanze possono raggiungere l’orecchio medio e, attraverso la finestra rotonda, entrare in contatto con l’orecchio interno. È qui che entrano in gioco due concetti importanti, cocleotossicità e vestibolotossicità, cioè la capacità di alcune sostanze di danneggiare rispettivamente le strutture dell’udito e quelle dell’equilibrio.

Gli antibiotici aminoglicosidici, tra cui neomicina, gentamicina e framicetina, hanno un potenziale ototossico ben conosciuto. La gentamicina, in particolare, possiede una marcata vestibolotossicità, tanto che noi otoneurologi sfruttiamo proprio questa caratteristica in casi molto selezionati di malattia di Ménière, somministrandola per via intratimpanica per ridurre la funzione vestibolare dell’orecchio malato. La neomicina ha inoltre un altro problema non trascurabile: è un allergene da contatto relativamente frequente e può provocare una dermatite che viene facilmente scambiata per un’otite che “non vuole guarire”.

Se quindi l’orecchio è molto dolente, il condotto è gonfio, compare secrezione e sospettiamo davvero un’otite esterna batterica, i fluorochinoloni topici, in particolare ciprofloxacina e ofloxacina, hanno un profilo di sicurezza otologica molto più favorevole, soprattutto quando non possiamo essere certi dell’integrità timpanica. Se all’antibiotico associamo un corticosteroide, come nella combinazione ciprofloxacina più desametasone, trattiamo contemporaneamente l’infezione e l’importante componente infiammatoria ed edematosa del condotto.

Attenzione però: non tutto ciò che infetta il condotto è un batterio. L’otomicosi è frequentissima in estate, favorita da caldo e umidità, e spesso si presenta soprattutto con prurito intenso, senso di ostruzione e secrezione. L’uso ripetuto o prolungato di antibiotici locali può addirittura favorirla alterando il microambiente del condotto. Per questo un orecchio che continua a prudere dopo giorni di antibiotico non ha necessariamente bisogno di “più antibiotico”: può aver bisogno di una pulizia accurata e di una terapia completamente diversa.

E qui arriviamo a un errore ancora più frequente. L’antibiotico per bocca non è la versione più potente delle gocce. Nell’otite esterna non complicata la terapia di prima scelta è locale, perché l’infezione si trova nella cute del condotto e lì dobbiamo portare il farmaco. La somministrazione topica permette di ottenere concentrazioni antibiotiche locali enormemente superiori a quelle raggiungibili per via sistemica, senza esporre inutilmente tutto l’organismo al farmaco. Per questo assumere amoxicillina o amoxicillina/acido clavulanico “per il mal d’orecchio” può essere non solo inutile, ma microbiologicamente poco sensato, considerando che tra i principali patogeni dell’otite esterna c’è Pseudomonas aeruginosa.

Le linee guida sono molto chiare: nell’otite esterna diffusa non complicata gli antibiotici sistemici non devono essere il trattamento iniziale. Servono in situazioni selezionate, per esempio quando l’infezione si estende oltre il condotto, nei pazienti immunodepressi, in alcuni diabetici ad alto rischio o quando la terapia topica non può essere somministrata efficacemente. Se invece il condotto è così edematoso e pieno di secrezioni che le gocce non riescono a penetrarvi, la soluzione non è automaticamente passare all’antibiotico orale: spesso bisogna pulire correttamente il condotto o utilizzare un wick auricolare che consenta al farmaco di arrivare dove deve.

Se non stiamo invece trattando una vera infezione ma vogliamo semplicemente disinfettare, acidificare e asciugare il condotto dopo mare e piscina, possiamo ragionare sulle preparazioni a base di acido borico. Nelle formulazioni alcoliche all’effetto antisettico e acidificante si aggiunge quello essiccante dell’alcool, anche se su una cute irritata può bruciare molto; le formulazioni acquose sono generalmente meglio tollerate. Anche qui, però, niente automatismi: soprattutto l’alcool borico non va considerato universalmente innocuo quando esiste o si sospetta una perforazione timpanica.

Un ultimo dettaglio apparentemente banale riguarda il modo in cui le gocce vengono utilizzate. Bisogna instillarle con l’orecchio rivolto verso l’alto e rimanere in quella posizione per qualche minuto, eventualmente esercitando leggere pressioni sul trago per favorirne la penetrazione. E non utilizzate il flacone molto freddo: il sistema vestibolare è sensibile alle variazioni di temperatura e una soluzione fredda nel condotto può provocare una vertigine anche molto intensa. È lo stesso principio che sfruttiamo nei test calorici vestibolari.

Infine, alcune situazioni non sono da automedicazione: dolore molto intenso e ingravescente, soprattutto notturno, febbre, gonfiore che si estende fuori dal condotto, importante calo uditivo, vertigine, paralisi facciale, oppure un paziente diabetico o immunodepresso devono spingere a una valutazione medica rapida.

Alla fine il messaggio non è che le gocce auricolari siano pericolose. Al contrario, la terapia topica è estremamente efficace perché porta una grande concentrazione di farmaco esattamente dove serve. Il problema è scegliere la sostanza giusta per l’orecchio giusto. Un tappo di cerume, un’otite batterica, un’otomicosi, una dermatite, una perforazione timpanica e persino un dolore riferito da denti o articolazione temporomandibolare possono essere descritti dal paziente semplicemente come “mal d’orecchio”, ma non si trattano allo stesso modo.

Perciò, la prossima volta che vi consegnano un flaconcino dicendovi semplicemente “sono gocce per l’orecchio” leggete almeno i principi attivi. Ceruminolitico? Anestetico? Acido borico? Neomicina? Gentamicina? Ciprofloxacina? Corticosteroide? Non sono dettagli scritti in piccolo per i farmacologi. Sono sostanze diverse, con indicazioni e profili di sicurezza profondamente diversi, che adesso sapete come identificare!

E ricordate soprattutto questo: se si tratta davvero di un’otite esterna non complicata, l’antibiotico per bocca non è “più forte”. Il farmaco deve arrivare dove si trova l’infezione, cioè dentro il condotto.

Possibilmente dopo che qualcuno (esperto!) ci abbia guardato dentro!!!

QUANDO È UN VIRUS A “RUBARE” L’UDITO (A VOLTE ANCHE L’EQUILIBRIO…)Vi racconto a cosa fare attenzione …Quando si parla di...
28/08/2026

QUANDO È UN VIRUS A “RUBARE” L’UDITO (A VOLTE ANCHE L’EQUILIBRIO…)
Vi racconto a cosa fare attenzione …

Quando si parla di danno all’orecchio interno, quasi tutti pensano immediatamente ai farmaci, taluni noti per la cosiddetta “ototossicità” (argomento a cui dedicherò un altro post, per insegnarvi quali farmaci è bene evitare in caso di sospetta otite).
Gli aminoglicosidi, il cisplatino, alcuni diuretici sono esempi classici di sostanze potenzialmente ototossiche. Molto meno noto è che anche alcune infezioni virali possono coinvolgere la coclea, il vestibolo o le strutture nervose che portano al cervello le informazioni relative all’udito e all’equilibrio.

Il meccanismo, però, non è sempre quello intuitivo di un virus che raggiunge l’orecchio e ne danneggia direttamente le cellule. Le cose sono decisamente più complicate e, almeno per me, anche più interessanti. In alcuni casi può esserci un interessamento diretto delle strutture dell’orecchio interno, in altri la riattivazione di un virus rimasto latente per anni all’interno di un ganglio nervoso, in altri ancora sembra avere un ruolo importante la risposta infiammatoria o immunitaria che il nostro organismo mette in atto contro l’infezione. E non sempre siamo in grado di stabilire con certezza quale di questi meccanismi abbia agito nel singolo paziente.

Un esempio particolarmente importante è il citomegalovirus, o CMV. L’infezione congenita da CMV rappresenta una delle principali cause non genetiche di ipoacusia neurosensoriale nell’infanzia. Nell’adulto l’infezione passa molto spesso inosservata o provoca sintomi modesti, ma quando il virus viene trasmesso dalla madre al feto durante la gravidanza le conseguenze possono essere molto diverse. Dal punto di vista otologico c’è inoltre una caratteristica che rende il CMV particolarmente insidioso: il deficit uditivo non deve necessariamente essere presente alla nascita. Può comparire successivamente, essere fluttuante oppure peggiorare nel tempo. Un bambino con infezione congenita da CMV può quindi superare regolarmente lo screening uditivo neonatale e sviluppare un’ipoacusia mesi o persino anni dopo.

È una cosa che vale la pena ricordare anche più in generale. Lo screening neonatale è una fotografia preziosissima dell’udito del bambino in quel momento, non una garanzia per gli anni successivi. Se il linguaggio non procede come dovrebbe, il bambino sembra non rispondere quando viene chiamato, aumenta molto il volume della televisione oppure a scuola vengono segnalate difficoltà apparentemente attentive, l’udito merita di essere ricontrollato indipendentemente dal risultato ottenuto alla nascita.

Ma il CMV mi interessa particolarmente anche per un altro motivo. Il suo bersaglio non è necessariamente soltanto la coclea. Nei bambini con infezione congenita sono state documentate alterazioni della funzione vestibolare, talvolta importanti e bilaterali, che possono contribuire a un ritardo nell’acquisizione delle tappe motorie. E qui il problema diventa più difficile da riconoscere, perché un bambino piccolo non viene da noi raccontando di avere oscillopsia, instabilità o difficoltà di orientamento nello spazio. Può semplicemente controllare il capo più tardi, stare seduto o camminare più tardi, cadere frequentemente oppure trovarsi molto più in difficoltà dei coetanei al buio o su una superficie irregolare. Quella che superficialmente può sembrare goffaggine può avere, almeno in alcuni bambini, una componente vestibolare.

Ci sono poi virus che hanno segnato per decenni la storia dell’otorinolaringoiatria. La parotite epidemica può provocare un’ipoacusia neurosensoriale tipicamente monolaterale e talvolta profonda, il morbillo può associarsi a danno uditivo e la rosolia contratta durante la gravidanza è stata storicamente una causa importante di sordità congenita. Oggi queste complicanze sono molto meno frequenti nei Paesi con elevate coperture vaccinali grazie alla vaccinazione contro morbillo, parotite e rosolia. E mi fermo qui, perché dopo tutto quello che abbiamo discusso in questi giorni credo che sui vaccini possiamo concederci tutti una piccola pausa.

Molto diverso, e dal punto di vista otoneurologico particolarmente interessante, è il mondo degli herpesvirus. Questi virus possiedono infatti la capacità di rimanere latenti nel nostro organismo dopo l’infezione iniziale, rifugiandosi nei gangli nervosi e potendo riattivarsi anche molti anni dopo. È ciò che accade con il virus varicella-zoster. Dopo la varicella il virus non scompare definitivamente e una sua riattivazione a livello del ganglio genicolato può provocare la sindrome di Ramsay Hunt. Il quadro più caratteristico comprende paralisi periferica del nervo facciale, dolore auricolare e vescicole nell’orecchio o nelle zone vicine, ma il coinvolgimento può estendersi alle strutture cocleovestibolari e determinare anche ipoacusia, acufene e vertigine. È una condizione che richiede una valutazione medica precoce e nella quale vengono comunemente utilizzati corticosteroidi e antivirali, pur con evidenze sull’efficacia aggiuntiva dell’antivirale meno solide di quanto spesso venga dato per scontato.

E poi arriviamo alla neurite vestibolare, una delle patologie con cui ho più spesso a che fare nel mio lavoro (altro che cervicale …) Chi l’ha avuta difficilmente dimentica l’esperienza atroce: una vertigine rotatoria violentissima che compare improvvisamente, dura ore e poi giorni, spesso accompagnata da nausea, vomito e dall’impossibilità persino di stare in piedi senza sostegno. Da molti anni una delle principali ipotesi patogenetiche chiama in causa l’Herpes simplex di tipo 1, lo stesso virus comunemente associato all’herpes labiale, che potrebbe rimanere latente nel ganglio vestibolare e successivamente riattivarsi.

Abbiamo diversi elementi che rendono questa spiegazione biologicamente plausibile e materiale genetico di HSV-1 è stato identificato nei gangli vestibolari umani. Ma la parola importante è proprio “ipotesi”. Non abbiamo dimostrato che ogni neurite vestibolare sia provocata dalla riattivazione dell’HSV-1 e soprattutto non possediamo, nel singolo paziente che arriva in ambulatorio con una sindrome vestibolare acuta, un esame capace di dirci che quel virus ne sia stato la causa. Mi soffermo su questo perché è un esempio perfetto di quanto sia facile, parlando di medicina, trasformare progressivamente un’ipotesi plausibile in una certezza. Basta perdere un condizionale per strada e dopo qualche passaggio “potrebbe essere causata da” diventa “è causata da”. La scienza, purtroppo o per fortuna, funziona in maniera un po’ più complicata.

Esiste poi un virus molto lontano dalla nostra esperienza quotidiana che ci ha insegnato qualcosa di sorprendente sul rapporto tra infezione e danno cocleare: il virus di Lassa. È causa di una febbre emorragica endemica soprattutto nell’Africa occidentale e l’ipoacusia neurosensoriale rappresenta una delle complicanze più caratteristiche nei sopravvissuti. Diversi studi l’hanno descritta in una quota considerevole dei pazienti, spesso intorno a un terzo, e in molti casi il deficit persiste dopo la guarigione dall’infezione.

La cosa più interessante, tuttavia, è ciò che potrebbe accadere dentro l’orecchio. Studi sperimentali hanno documentato alterazioni della coclea e del ganglio spirale e alcuni modelli animali suggeriscono un ruolo importante anche della risposta infiammatoria o immunitaria dell’ospite. Il danno, quindi, potrebbe non essere semplicemente il risultato di un virus che entra nella coclea e ne distrugge le cellule. In determinate condizioni potrebbe contribuire anche la battaglia che il nostro sistema immunitario combatte contro quell’infezione.

Ed è difficile, occupandosi di udito, non pensare a questo punto alle sordità neurosensoriali improvvise che definiamo “idiopatiche”. Da decenni vengono proposti meccanismi virali, vascolari, infiammatori e immunomediati e probabilmente dietro la stessa presentazione clinica possono nascondersi processi differenti. Nella maggior parte dei pazienti, però, non riusciamo a identificare con certezza quale sia stato quello responsabile. Quando scriviamo “idiopatica” non stiamo quindi dicendo che quella sordità sia comparsa senza una causa. Stiamo dicendo, molto più semplicemente e molto più onestamente, che quella causa non siamo riusciti a dimostrarla.

Rimane infine una parte della storia che continua a ricevere meno attenzione di quanto meriterebbe: l’equilibrio. La coclea ha un vantaggio diagnostico enorme, perché quando funziona male il paziente se ne accorge e noi possiamo misurarne abbastanza facilmente la funzione con un audiogramma. Il vestibolo è molto più discreto. Un deficit parziale può essere compensato dal sistema nervoso centrale e un bambino piccolo non possiede neppure le parole per descrivere ciò che sente. Eppure coclea e vestibolo sono strutture anatomicamente vicinissime e alcuni processi patologici possono coinvolgerle entrambe. Vertigine, instabilità, oscillopsia e difficoltà nell’orientamento spaziale non sono quindi necessariamente una storia diversa rispetto all’ipoacusia. A volte sono semplicemente l’altra faccia dello stesso coinvolgimento dell’orecchio interno.

Alla fine di questo lungo viaggio tra virus, coclea e vestibolo c’è però una cosa molto concreta che vorrei rimanesse.

Se improvvisamente vi accorgete di sentire molto meno da un orecchio, soprattutto se contemporaneamente compare un nuovo acufene o una sensazione di orecchio pieno, non aspettate una settimana sperando che passi. Una perdita uditiva neurosensoriale improvvisa richiede una valutazione rapida e un esame audiometrico. Non esiste una magica soglia delle 72 ore dopo la quale non si possa più fare nulla, ma è una patologia nella quale il tempo ha importanza e le possibilità terapeutiche vanno considerate precocemente. Questo non significa naturalmente che dopo ogni influenza si debba correre dall’otorino: significa che la comparsa improvvisa di ipoacusia, acufene, vertigine acuta persistente o di una significativa alterazione dell’equilibrio merita di essere valutata.

E forse il concetto che mi interessa di più lasciare è proprio questo. Continuiamo per abitudine a parlare di udito ed equilibrio come se appartenessero a due capitoli diversi della medicina, quando in realtà nascono nello stesso piccolissimo organo e percorrono insieme una parte importante del loro viaggio verso il cervello. Quando una malattia raggiunge l’orecchio interno può scegliere la coclea, il vestibolo oppure entrambi. Il nostro compito è ricordarci di cercarli entrambi.

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Via Vincenzo Tiberio 14, Napoli
Naples
80126

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