18/04/2026
PPPD - Persistent Postural Perceptual Dizziness
Ieri, durante la nostra diretta Instagram insieme al dott. Galeno, abbiamo affrontato un tema estremamente rilevante nella pratica clinica dei disturbi dell’equilibrio: la PPPD, acronimo di Persistent Postural Perceptual Dizziness. Si tratta di una condizione oggi definita con precisione dalla Bárány Society e riconosciuta dal consenso internazionale come un disturbo vestibolare funzionale cronico. Questo passaggio è importante, perché consente finalmente di collocare la PPPD in un inquadramento clinico rigoroso, superando quella zona grigia in cui per anni molti pazienti sono stati considerati “normali” pur continuando a stare male.
La PPPD non corrisponde alla classica vertigine rotatoria acuta. Il paziente, infatti, più spesso riferisce una sensazione persistente di instabilità, oscillazione, sbandamento, ondeggiamento o movimento del corpo nello spazio. È una condizione che tende a essere presente per la maggior parte dei giorni e che, per definizione, persiste per almeno tre mesi. Non si tratta quindi di un episodio isolato, ma di una sintomatologia cronica che accompagna il paziente nella vita quotidiana e che spesso diventa molto invalidante, sia sul piano fisico sia sul piano cognitivo ed emotivo.
Dal punto di vista soggettivo, chi soffre di PPPD descrive frequentemente la sensazione di camminare su una superficie instabile, di stare su una barca, di non sentirsi mai realmente fermo anche quando è immobile. Molti pazienti riferiscono un netto peggioramento in stazione eretta, durante la deambulazione, nei cambi di posizione, nei movimenti del capo e, soprattutto, in tutti quei contesti caratterizzati da grande complessità visiva. Supermercati, centri commerciali, scale mobili, traffico, f***e, schermi, ambienti con molte persone o oggetti in movimento rappresentano trigger tipici. A questo si associano spesso faticabilità mentale, difficoltà di concentrazione, sensazione di sovraccarico percettivo, riduzione della sicurezza motoria e progressiva tendenza all’evitamento di situazioni percepite come destabilizzanti.
Sul piano fisiopatologico, la PPPD non è una malattia psichiatrica e non è nemmeno, nella maggior parte dei casi, l’espressione di una lesione vestibolare strutturale in atto. È invece un disturbo di maladattamento dei sistemi che regolano equilibrio, postura e percezione del movimento. Molto spesso insorge dopo un evento precipitante ben riconoscibile, come una neurite vestibolare, una vertigine parossistica posizionale benigna, un’emicrania vestibolare, un episodio vertiginoso acuto, una condizione medica intercorrente o anche una fase di marcato stress. L’evento iniziale altera il normale assetto dell’equilibrio; successivamente, però, anziché recuperare una fisiologica automatizzazione del controllo posturale, il sistema nervoso centrale può mantenere una strategia disfunzionale, basata su ipervigilanza, eccessiva attenzione ai segnali corporei, aumentata dipendenza dall’informazione visiva e ridotta fiducia negli input vestibolari e propriocettivi. È proprio questo meccanismo a spiegare perché il paziente continui a percepire instabilità anche quando il trigger originario si è risolto o si è compensato.
I criteri diagnostici della Bárány Society sono particolarmente importanti perché permettono di porre diagnosi in modo positivo e non approssimativo. Il primo criterio richiede la presenza di uno o più sintomi tra dizziness, instabilità o vertigine non rotatoria, presenti nella maggior parte dei giorni per almeno tre mesi.
Il secondo criterio prevede che questi sintomi siano esacerbati da tre condizioni caratteristiche, cioè la postura eretta, il movimento attivo o passivo indipendentemente dalla direzione o dalla posizione, e l’esposizione a stimoli visivi in movimento o a pattern visivi complessi.
Il terzo criterio stabilisce che il disturbo debba essere stato innescato da una condizione che abbia provocato vertigine, instabilità o disequilibrio, vestibolare o non vestibolare, acuta, episodica o cronica.
Il quarto criterio richiede che i sintomi determinino un impatto clinicamente significativo sulla vita quotidiana, sul funzionamento lavorativo, personale o sociale.
Il quinto, infine, impone che il quadro non sia meglio spiegato da un’altra diagnosi.
Questo significa che la PPPD non è una diagnosi vaga, né una formula usata quando non si sa cosa dire, ma una diagnosi clinica precisa, con criteri internazionalmente condivisi, che richiede competenza nell’inquadramento vestibolare.
Un punto fondamentale, anche dal punto di vista divulgativo, è chiarire che gli esami strumentali non identificano da soli la PPPD. Non esiste un singolo test che la “dimostri”. L’esame vestibolare può risultare normale, oppure può documentare gli esiti del disturbo che ha fatto da trigger. Questo non smentisce la diagnosi, ma anzi è perfettamente coerente con la natura funzionale del disturbo. Per questo motivo la diagnosi richiede una valutazione specialistica vera, capace di integrare anamnesi, fenomenologia dei sintomi, cronologia dell’esordio, eventuali esiti vestibolari residui e criteri internazionali.
Ridurre tutto a “gli esami sono negativi” è uno degli errori più frequenti e più dannosi per questi pazienti.
Per quanto riguarda il trattamento, oggi sappiamo che la PPPD richiede un approccio integrato. La riabilitazione vestibolare rappresenta uno dei cardini principali, ma deve essere costruita in modo mirato, non generico. L’obiettivo non è semplicemente “fare esercizi”, bensì rieducare il sistema dell’equilibrio, ridurre la dipendenza visiva, migliorare la tolleranza al movimento, ripristinare l’automatismo posturale e favorire una progressiva desensibilizzazione agli stimoli che scatenano o amplificano il sintomo. A questo si affianca spesso un lavoro altrettanto importante sui meccanismi di mantenimento, in particolare sull’ipervigilanza, sulla paura del sintomo, sull’evitamento e sulla catastrofizzazione percettiva. In casi selezionati, anche la terapia farmacologica può avere un ruolo, soprattutto nell’ambito di un progetto terapeutico più ampio e non come risposta isolata.
Il messaggio più importante da trasmettere è che la PPPD è una condizione reale, definita, riconosciuta e trattabile. Non è immaginaria, non è “solo ansia”, non è un’etichetta di comodo.
È un disturbo complesso dell’integrazione percettiva e posturale che richiede competenza clinica, capacità diagnostica e un corretto approccio terapeutico.
Riconoscerla significa offrire finalmente una spiegazione coerente a pazienti che da mesi o anni convivono con sintomi persistenti senza aver ricevuto un inquadramento adeguato. Ed è qui che comincia la presa in carico.