25/09/2022
Scrittura creativa – 22/09/2022
Dorothy ha i capelli d’erba e di grano, frusciano assieme ai boschi di bambù di cui disseminato il suo mondo. Non mondo. Cammina sorretta dai suoi due piedi, poi da uno, poi da nessuno: si fida della Terra, l’ha conosciuta. È una donna savia, antica come tutte le ere. Sprigiona l’aroma dei cicli, dell’umido, del secco, del vento, delle acque. Sui dermatoglifi dei suoi dieci polpastrelli, solchi e creste di flore, faune e piccoli uomini indaffarati, di una storia che fu, che è, sarà. Terra muove una mano e crea, disfa, sorprende, non disattente le aspettative e semina il prevedibile. Dorothy le ha chiesto, durante una notte senza sogni, come si chiamasse questo incanto di lucciole che Terra accende socchiudendo le ciglia, l’una sull’altra. Metamorfosi, ha risposto. Acqua sorgiva, poi fiume, poi mare, poi pioggia: sempre la stessa, fin da quando le rocce ne hanno memoria, mai la stessa per i pescatori affaccendati sugli argini dei fiumi o fluttuanti nel mare di Bering. Dorothy volteggia fra i bambù che danzano nello scirocco di un autunno bambino, nato assieme a qualche foglia gialla da enciclopedia. Veste un abito di incertezze, sulle sete e drappi che le circondano la pelle, è intessuta, non si sa dalla maestria di quale sarto del luogo, una bussola. Il suo ago si muove e corre senza senno: è un Orlando atterrato sulla luna. Dorothy corre e canta per le vie del villaggio, le pettegole, con lingue maldicenti solo a causa della noia o della solitudine, raccontano strane storie sulla bussola di seta. Si vocifera che, presto o tardi, indicherà una meta. A chi si chiede quale tesoro questa celi, giunge indietro un’eco smodata e tonale che recita, al contrario, la stessa domanda da cui si è profusa nel cielo terso. Il lettore si starà chiedendo se il mistero che Dorothy indossa la spaventi. Noi possiamo solo attenerci alla verità, il falso è veleno per topi quaggiù! Fin tanto che la vediamo camminare sulle foglie d’autunno e cantare quando sorge il sole, non ci poniamo quesiti. Ci fidiamo di lei.
Il luogo d’origine di Dorothy è l’Altrove. Non sappiamo descriverlo raffinatamente, non siamo certo aedi ospitati in sfarzose corti. Altrove è quel posto in cui i viandanti che incrociano i loro cammini si salutano con un sorriso. Sebbene stanchi, sommersi, sovrappensiero. Sebbene sconosciuti. E, dopo, si augurano: «Buona Giornata!» o «Buon Viaggio!».
In un giorno che non era nessuno dei sette e sicuramente non nel tardo pomeriggio, Dorothy si era allontanata da tutte le strade principali di Altrove. Approdando nel contado di erbe selvatiche, osservò, vicino a un vecchio rudere, una donna e una bambina con lunghi grembi sporchi di terra. Seminavano: ogni seme passava dalla mano di velluto a quella di grinze, poi giù nel ventre della terra. E ancora. E ancora.
«Infaticabili!».
La voce proveniva dalla gola di un’altra contadina. Dorothy non l’aveva mai vista prima.
«A volte ho l’impressione che siano le stesse due che osservo da quando sono piccola. Mi chiamo Miss Continuità, mio padre mi ha concesso qualche ora di riposo. Lo fa spesso quando arriva il giorno che non è nessuno dei sette. Io vengo qua, sempre. Mi lascio cullare dal suono dei frassini e guardo la loro danza, la danza dei semi».
«Non è stagione. Terra, ora, è infeconda. Perché tanto affanno, dunque? Non possono attendere i giusti cicli, come tutti?» chiese Dorothy, con la supponenza dolce di chi crede di possedere risposte.
La Miss rise fino alle lacrime. «Giusti!» esclamò. «Chi sa quali siano i cicli giusti e quelli un po’ meno giusti! Loro danzano coi semi per danzare, hanno fede piccola Dorothy! Che sciocca bambina. I semi che scivolano dalle loro mani diverranno. Che cosa? Quando? Ma che importa. Loro attendono il miracolo eretico. Per questo danzano per loro. Con loro».
Dorothy non le aveva detto il suo nome. Si sentì offesa, replicò scontrosamente: «La fede è miele per ciarlatani. O sognatori pazzi».
«La fede è per pochi». Dorothy si sentì baciare con tenerezza i capelli di erba e grano, si voltò per rispondere, ma la Miss era sparita con lo stesso silenzio con il quale era atterrata al suo fianco.
Riprese il cammino. Rifletteva. La fede e la danza. Mosse i due piedi, poi uno, poi l’altro, poi nessuno. Decise di ballare per fede. Chiuse gli occhi: un drappo della sua veste si fece rigido. La bussola di seta vorticava senza sosta. Poi, all’improvviso, la stasi. Il drappo era ancora rigido, le due asticelle della bussola pendevano, ancora senza conoscenza del poi. O del dove. Fu allora che Dorothy notò, ai margini della strada polverosa, una bambina di Altrove. Avevano giocato assieme spesso: Signorina Compassione. Le gote rosa, di primavera, rigate da calde lacrime. Si avvicinò, senza parlare. Nel giorno che non è nessuno dei sette la parola è intrusiva. Ospite non gradito presentatosi alla porta di una festa per la quale non aveva ricevuto invito. Curava l’ala ferita di un Passero senza vita, vittima di un errore o di una volontà. Signorina Compassione aveva già scavato, in suo onore, una piccola fossa. Non lo depose, non subito. Curava e piangeva, le sue labbra incontravano il becco rosso e grigio. Signorina versa lacrime e curava. Dorothy si chinò lieve sui suoi capelli, l’abbracciò, senza proferire parola alcuna. Un altro drappo rigido, altre lancette che vorticano senza magnete o attrazione. Signorina Compassione si sciolse come sabbia e volò via nel vento. Dorothy, incredula, si guardò attorno. Ai suoi due piedi, Terra e Passero senza vita. Lo seppellì e recitò per lui un canto di gioia.
Riprese il cammino. Prima taciturna come le stelle la notte, poi riprese a danzare per fede, stavolta intonando anche il canto di gioia per il Passero. Qualche viaggiatore la vide, quel giorno. Se la ricorda grande come il mondo tutto. Qualche affabulatore racconta di averla vista volare.
L’ultima notizia che abbiamo di Dorothy – e il lettore ci perdonerà se, stavolta, lo lasciamo senza finale gustoso, senza una morale impeccabile e pura – la narra e racconta in prossimità di un bivio, con la veste rigida e morbida, con la sua bussola di seta ancora screanzata, senza meta. Senza tesoro nascosto. Confabulava con un anziano signore, un certo Mr. Coraggio. Uno straniero di un paese lontano, con una carovana piena di oggetti misteriosi provenienti da luoghi remoti. Arcani e orpelli accatastati l’uno sull’altro, curiosi carillon che parlavano lingue incomprensibili.
Lo udirono urlare: «Hai o non hai appreso la danza dei semi? La fede Dorothy! L’amore, la Compassione! Hai o non hai seppellito il Passero senza vita? Non serve altro. Ti devi fidare di me, dammi la mano! Partiamo!». Si dice che Dorothy piangesse. Che avesse paura.
«Non ti conosco, non abbiamo una mappa, non posso allontanarmi dai boschi di bambù, sono gli unici alberi che chiamo casa. E Terra? Terra salda, Terra sicura? La mia bussola di seta è bambina, neanche lei conosce strade. Non vedi? È pazza. Pazza, deve crescere con me!».
Qui si ferma la nostra conoscenza. Qui si ferma la nostra storia. Di Dorothy sappiamo che camminò con lo straniero, prima due piedi, poi uno, poi l’altro, poi nessuno. La veste rigida e morbida, la bussola di seta intessuta da un sarto che fu ancora senza meta. Da qualche villaggio limitrofo, hanno riferito di averla vista danzare e cantare con lo sconosciuto.
Ad Altrove non ha ancora fatto ritorno. Non sappiamo se rincaserà, non sappiamo in che viaggi si sia perduta o ritrovata. Eppure, Dorothy è sempre stata così: figlia delle Metamorfosi e delle notti senza sogno, ma piene di stelle.
C. R.