09/09/2026
CERTO, alcuni soggetti sono perfettamente in grado di manipolare anche il setting clinico e di restituire al professionista l’immagine che serve loro in quel momento.
La vicenda di Federico Vella, da questo punto di vista, dovrebbe insegnare parecchio.
E allora lo dico ai colleghi molto chiaramente: attenzione.
Perché quando si ha a che fare con certe organizzazioni di personalità, soprattutto dentro relazioni altamente disfunzionali, fermarsi a ciò che il paziente racconta o mostra è un errore che può diventare enorme.
Se conosci davvero il funzionamento narcisistico, sai che la fine di una relazione può rappresentare una ferita devastante. È uno dei momenti a maggiore turbolenza emotiva, rabbia, bisogno di controllo e rischio di escalation.
E non importa quanto il soggetto appaia calmo, lucido, collaborativo o rassicurante nel colloquio.
La clinica non è credere alla versione migliore che il paziente offre di sé.
La clinica è saper leggere anche quello che il paziente ha tutto l’interesse a non farti vedere.
E certi segnali, se li conosci, non li minimizzi. Mai.
Il punto è esattamente questo a mio avviso: quando hai davanti una personalità disturbata, il fatto che appaia “tranquilla” non è necessariamente rassicurante.
Anzi.
In un momento in cui, per la natura dell’evento vissuto, quella persona dovrebbe essere emotivamente scossa, arrabbiata, destabilizzata, il mostrarsi insolitamente fredda, piatta o perfettamente controllata può essere proprio il dato che deve accendere una lampadina.
Perché la tranquillità, in certi quadri, non è sempre equilibrio.
Può essere dissociazione. Può essere controllo. Può essere costruzione dell’immagine. Può essere semplicemente il segnale che stai vedendo solo la parte che il soggetto ha deciso di mostrarti.
Ed è proprio qui che il clinico deve stare più attento.
Non tutto ciò che appare calmo è rassicurante.
A volte è esattamente il contrario.