Paroliamo

Paroliamo Studio di terapia logopedia, potenziamento cogntivo e couselling sistemico-relazionale

04/07/2026

Mi chiamo Giulia. Ho 18 anni. E ieri ho finito gli Esami di Stato.
Dovrei essere felice. Dovrei sentirmi libera. Dovrei postare una foto con il sorriso, il mazzo di fiori, la solita frase tipo: “ce l’ho fatta”. E invece no.
Ieri sera sono tornata a casa, ho chiuso la porta della mia stanza e ho pianto. Non di gioia. Non di stanchezza. Ho pianto di rabbia.
Perché sono dislessica. E sono stanca di sentirmi dire che siamo “aiutati”.
Aiutati da chi? Aiutati dove? Aiutati quando?
Per anni mi hanno promesso strumenti. Mappe, tempi adeguati, modalità diverse. Parole bellissime scritte su fogli bellissimi. Poi però, quando arrivava il momento vero, quello in cui ti giochi la faccia, tutto diventava improvvisamente complicato.
“Vediamo.”
“Non esageriamo.”
“Questo forse no.”
“Così diventa troppo facile.”
“Ma dai, alla fine te la cavi.”
Me la cavo.

Questa frase mi fa schifo. Perché “te la cavi” significa che nessuno vede davvero quanta fatica c’è dietro. Io non leggo come gli altri. Io non memorizzo come gli altri. Io non riesco a stare dentro certi tempi come gli altri. Ma devo sempre dimostrare di non stare fingendo.
Sempre.
Anche all’Esame di Stato.
Quando ho tirato fuori le mappe, quelle previste, quelle preparate, quelle che non erano un favore ma un diritto, ho sentito le risatine. Piccole. Basse. Velenose.
Non serviva che qualcuno dicesse qualcosa ad alta voce.
Lo capisci dagli occhi.

Quello sguardo lì lo conosco bene. Lo sguardo di chi pensa: “eh, però così è facile”. “Beata lei”. “Magari fossi dislessico anch’io”. “Alla fine ha gli aiuti”.
Gli aiuti.
Come se una mappa cancellasse anni di fatica. Come se una sintesi vocale ti regalasse un cervello nuovo. Come se avere più tempo significasse avere meno dignità.
Sapete qual è la verità?

La verità è che molti strumenti sono solo promessi. Scritti. Citati. Firmati. Archiviati. Poi, nella pratica, diventano concessioni. Favori. Eccezioni da sopportare. E tu devi pure ringraziare.
Devi stare zitta. Devi non creare problemi. Devi non sembrare arrogante. Devi non sembrare quella che pretende. Perché se chiedi ciò che ti spetta, diventi subito “pesante”.
Io ne conosco tante come me. Ragazze e ragazzi che hanno passato anni a sentirsi sbagliati. Che hanno studiato il doppio per ottenere la metà. Che hanno imparato a sorridere mentre dentro si sentivano stupidi. Che hanno nascosto la diagnosi per vergogna. Che non hanno mai avuto il coraggio di dire: “io così non ce la faccio”.
Perché il problema non è solo la dislessia.

Il problema è doverla giustificare ogni volta. Come se fosse una colpa. Come se fosse una furbata. Come se fosse una scorciatoia.
Ma io una scorciatoia non l’ho mai avuta. Io ho avuto la strada più lunga. Quella dove leggi una pagina e dopo dieci minuti non sai più cosa hai letto. Quella dove studi fino a tardi e il giorno dopo ti senti comunque vuota. Quella dove confondi parole, date, formule, consegne. Quella dove ti dicono “devi solo impegnarti di più” e tu vorresti urlare: “ma secondo voi cosa sto facendo da anni?”

Per questo oggi lo dico.
Smettiamola con l’ipocrisia che siamo tutti aiutati. Perché non è così.
Ci sono ragazzi con DSA che vengono aiutati bene a norma di legge. E meno male. Ma ce ne sono tanti altri che vengono lasciati soli, giudicati, tollerati, messi in dubbio.
E NON PARLANO.
Non perché non abbiano niente da dire. Ma perché sono stanchi. Stanchi di spiegare. Stanchi di difendersi. Stanchi di sentirsi un problema.
Io ieri ho finito gli Esami di Stato. E sì, ce l’ho fatta. Ma non voglio che qualcuno dica: “vedi? Alla fine è andata bene.”
No.

Non usate il mio risultato per cancellare quello che è successo prima. Non usate il mio diploma per dire che allora non era così grave. Non usate il mio silenzio di questi anni come prova che andava tutto bene.
Perché non andava tutto bene.
Io ce l’ho fatta. Ma mi avete fatto arrivare al traguardo con addosso la sensazione di dover chiedere scusa per ogni diritto che avevo.
E questa cosa, sinceramente, non la voglio più accettare. Non per me. E non per tutte quelle che ancora oggi abbassano gli occhi, stringono le mappe tra le mani e sperano solo di non essere umiliate.

Giulia, 18 anni
P.S. So che mi aveva detto di non farlo, ma io voglio che si pubblichi lo stesso.
Grazie al Dr. Lo Presti per il lavoro che porta avanti da anni sui DSA. Non perché “salvi” qualcuno, ma perché aiuta tante persone a capire, orientarsi e sentirsi meno sole. E per chi ha vissuto certe cose, non è poco, anzi, per il mondo DSA in Italia, alle volte è tutta la luce di cui abbiamo di bisogno. Grazie Dott.!

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28/04/2026

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