Marta Mottola - Counselor in Costellazioni Familiari Sistemiche

Marta Mottola - Counselor in Costellazioni Familiari Sistemiche Counselor. Costellazioni Familiari Sistemiche. Secondo livello Rieki. Facilitatore in Mindfulness.

03/07/2026

Diventando genitori non smettiamo di essere chi siamo.
Non si smette di essere le persone che eravamo in attimo prima: esseri umani imperfetti con una loro vita, una storia personale e familiare, oltre a stress, sonno, stanchezza, carico mentale, solitudine percepita... e a tutto l'irrisolto che ciascuno si porta dietro (dentro).

Questo bagaglio non è che - puf! - sparisce nel momento in cui si diventa genitori (comunque lo si diventi).

La società smette, quasi, di considerarci persone. La pressione sociale e il giudizio altrui pesano moltissimo, ma non fanno altro che aggiungersi all'aspettativa già altissima che abbiamo su noi stessi.

22/05/2026
22/05/2026

𝐌𝐞𝐭𝐚𝐜𝐨𝐠𝐧𝐢𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞: 𝐝𝐚𝐫𝐞 𝐮𝐧 𝐧𝐨𝐦𝐞 𝐚𝐥𝐥𝐞 𝐜𝐨𝐬𝐞 𝐩𝐨𝐫𝐭𝐚 𝐮𝐧𝐚 𝐠𝐮𝐚𝐫𝐢𝐠𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐚 𝐥𝐢𝐯𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐧𝐞𝐮𝐫𝐨𝐥𝐨𝐠𝐢𝐜𝐨

Molti pensano che l’intelligenza sia fatta di logica, memoria o velocità di elaborazione.
Le neuroscienze suggeriscono qualcosa di ancora più profondo: la 𝐦𝐞𝐭𝐚𝐜𝐨𝐠𝐧𝐢𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞, cioè la capacità di osservare i propri pensieri.

Il momento in cui ti chiedi:
“𝑃𝑒𝑟𝑐ℎ𝑒́ ℎ𝑜 𝑟𝑒𝑎𝑔𝑖𝑡𝑜 𝑖𝑛 𝑞𝑢𝑒𝑙 𝑚𝑜𝑑𝑜?”
il cervello smette di funzionare in automatico e inizia a osservarsi.

La ricerca mostra che anche dare un nome a un’emozione — “sono ansioso”, “sono arrabbiato” — modifica realmente l’attività cerebrale, attivando aree regolatorie della corteccia prefrontale e riducendo l’attività dell’amigdala, il nostro sistema di allarme emotivo.

In altre parole:
la consapevolezza non è passiva.
𝐋𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐬𝐚𝐩𝐞𝐯𝐨𝐥𝐞𝐳𝐳𝐚 𝐜𝐚𝐦𝐛𝐢𝐚 𝐢𝐥 𝐬𝐢𝐬𝐭𝐞𝐦𝐚 𝐬𝐭𝐞𝐬𝐬𝐨.

Ma c’è un punto fondamentale: questo meccanismo funziona quando il sistema nervoso non è completamente in stato di allerta.

Se l’amigdala è fortemente attivata e siamo in una condizione di emergenza emotiva, il cervello privilegia la sopravvivenza immediata, non l’auto-osservazione.
In quei momenti, la priorità non è “capire”, ma creare spazio per disinnescare l’attivazione del sistema di allarme.

Respirazione, regolazione fisiologica, pausa, movimento, silenzio, presenza: prima si abbassa l’intensità dell’attivazione, poi può emergere la metacognizione.

Solo dopo diventa possibile chiedersi:
“𝐶𝑜𝑠𝑎 𝑠𝑡𝑜 𝑝𝑟𝑜𝑣𝑎𝑛𝑑𝑜 𝑑𝑎𝑣𝑣𝑒𝑟𝑜?”
“𝑃𝑒𝑟𝑐ℎ𝑒́ 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑎 𝑠𝑖𝑡𝑢𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑚𝑖 ℎ𝑎 𝑎𝑡𝑡𝑖𝑣𝑎𝑡𝑜 𝑐𝑜𝑠𝑖̀ 𝑡𝑎𝑛𝑡𝑜?”

Lo stesso vale per i ricordi.
Quando richiamiamo un’esperienza, la memoria diventa temporaneamente modificabile attraverso un processo chiamato 𝐫𝐢𝐜𝐨𝐧𝐬𝐨𝐥𝐢𝐝𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞.

𝐍𝐨𝐧 𝐜𝐚𝐧𝐜𝐞𝐥𝐥𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐢𝐥 𝐩𝐚𝐬𝐬𝐚𝐭𝐨, 𝐦𝐚 𝐩𝐨𝐬𝐬𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐭𝐫𝐚𝐬𝐟𝐨𝐫𝐦𝐚𝐫𝐞 𝐢𝐥 𝐬𝐢𝐠𝐧𝐢𝐟𝐢𝐜𝐚𝐭𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐠𝐥𝐢 𝐚𝐭𝐭𝐫𝐢𝐛𝐮𝐢𝐚𝐦𝐨.

Ed è anche il motivo per cui terapia, coaching, counseling e percorsi di autoanalisi possono produrre cambiamenti profondi.

Non perché lavorino soltanto sulla ristrutturazione razionale del pensiero — cioè esclusivamente a livello della corteccia prefrontale — ma perché coinvolgono anche il linguaggio simbolico, le immagini interiori, le emozioni profonde e le dinamiche inconsce.

È proprio questa integrazione tra riflessione consapevole e dimensione simbolica a favorire l’attivazione dei circuiti cerebrali legati alla metacognizione e alla trasformazione dell’esperienza.

Il cambiamento più profondo non avviene solo quando “capisci” qualcosa razionalmente.
Avviene quando il cervello attribuisce un nuovo significato emotivo e simbolico all’esperienza vissuta.

Tre idee chiave emergono dalle neuroscienze:
→ Possiamo osservare i nostri pensieri.
→ Dare un nome alle emozioni cambia il cervello.
→ Richiamare un ricordo lo rende modificabile.

Passiamo gran parte della vita con il “pilota automatico” inserito.
La metacognizione è ciò che ci permette di uscire da quello schema.

E spesso, è proprio da quel momento di consapevolezza che inizia il vero cambiamento.

25/03/2026

In un certo senso, ogni terapia che ha successo si conclude con un fallimento. Non si raggiunge la propria immagine di perfezione. Il paziente si rende conto che avrà sempre dei difetti. Sa, tuttavia, che la sua crescita non è terminata e che il processo creativo iniziato in terapia è adesso sotto la sua personale responsabilità. Non termina la terapia camminando su una nuvoletta. Chi lo fa è destinato alla ricaduta. Chi invece rimane con i piedi per terra, ha imparato ad apprezzare la realtà e ha sviluppato un atteggiamento creativo verso i problemi che incontrerà. Ha sperimentato la gioia, ma anche il dolore. Se ne va con un senso di auto-realizzazione che comprende il rispetto per la saggezza del suo corpo. Ha riguadagnato il suo potenziale creativo.

A. Lowen

21/02/2026
28/07/2025

Quando la vita ci offre una seconda possibilità in genere non lo fa con una carezza. Potrebbe arrivare con uno schiaffone, un pugno, un inciampo, un crollo, una botta, un incidente. Dipende da quanto siamo preparati. Da quanto stavamo camminando centrati, da quanto fossero aperti i nostri occhi, da quanto fosse lucida (davvero) la nostra vista.

Quando la vita ci offre una seconda possibilità in genere è un dono inestimabile. Se non lo riconosciamo come tale, può diventare tutto ancora più doloroso.

Quando la vita ci offre una seconda possibilità, riconosciamola e accogliamola.
Il dolore va attraversato. Se cerchiamo scorciatoie, ritorna sotto altre vesti, per altre strade. E le conseguenze possono farsi disastrose.

Quando la vita ci offre una seconda possibilità... Grazie.
Va bene, ci sto.
Eccomi pronta.
Imparo. Attraverso questo dolore imparo.
Cresco.

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