17/09/2025
Questa frase è spesso attribuita al Talmud, tuttavia è talmente profonda che è stata ripresa anche da C. G. Jung e I. Kant.
Che cosa ci dice? Che la verità che vediamo, viviamo e a cui crediamo è personale, soggettiva e filtrata attraverso gli occhi delle nostre esperienze, dei nostri pregiudizi e delle nostre convinzioni.
Questi filtri si formano nell'arco della vita, già dal nostro concepimento, ovvero con le nostre prime sensazioni, ma ci arrivano anche in eredità dal nostro albero genealogico.
Per esempio, quando litigo con mia madre, non sto vedendo solo lei per com’è, ma attraverso il filtro delle mie ferite antiche, delle parole mai dette, di desideri mai soddisfatti e di ciò che ho ereditato dal mio albero genealogico. In quel momento non sto reagendo al presente, ma a un’intera storia che porto dentro.
Comprendere questo diventa cruciale per poter vivere al meglio le relazioni e i conflitti.
Ma cosa ci serve sapere questo?
Che quando riesco a vedere il mio punto di vista (da dentro) e anche altri (da una prospettiva diversa rispetto la mia) semplifico il mio modo di vivere le relazioni, il lavoro, i problemi.
Se non lo capisco, continuerò a litigare (per agganciarmi all'esempio di prima) sempre allo stesso modo e a ripetere vecchi schemi.
Questa si chiama consapevolezza ed è alla base della guarigione che porta poi i cambiamenti significativi nelle nostre vite.
Dall'importanza di questo passaggio di visione è nato IlluminaMenti, il percorso che ti accompagna, attraverso la serie Another Self e i suoi protagonisti, a osservare ciò che ti accade con il distacco necessario per smettere di restare intrappolata negli stessi schemi, alleggerire ciò che ti pesa e vivere più vera.
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