03/09/2026
📝 Dott.ssa Vanessa Zoppello
Durante queste vacanze estive, tra il tempo passato sotto l’ombrellone e qualche occasione in mare, mi sono ritrovata a pensare all’importanza dell’equipaggio.
Quando il mare è tranquillo, una barca sembra quasi andare da sé. Ognuno può muoversi con maggiore libertà, parlare, distrarsi, godersi il viaggio.
Poi arrivano i momenti più delicati: una manovra difficile, l’ingresso o l’uscita dal porto, il vento che cambia, il mare che si agita. Ed è proprio lì che l’equipaggio diventa davvero tale.
Il capitano prende una posizione più netta: osserva, decide, dà indicazioni. Ma soprattutto ha la responsabilità di tenere lo sguardo sull’intero equipaggio: accorgersi di chi è in difficoltà, fare in modo che nessuno resti indietro e che, anche quando il mare si fa più mosso, nessuno cada fuori bordo. Perché condurre una barca non significa soltanto portarla a destinazione ma anche avere cura delle persone con cui si sta attraversando il mare.
E in quelle occasioni ciascuno, per un momento, rinuncia a muoversi individualmente per occupare il proprio posto e fare ciò che serve.
Da questa osservazione ho riflettuto sul fatto che, più in generale, nelle situazioni di gruppo accada qualcosa di simile: nelle famiglie, nelle classi, nei gruppi sportivi e nei gruppi lavorativi.
Fare squadra non significa essere sempre sullo stesso piano, né fare tutti la stessa cosa. Significa anche riconoscere che ci sono momenti in cui qualcuno deve assumersi la responsabilità di indicare una direzione e altri in cui è necessario fidarsi, coordinarsi, trovare il proprio posto.
Perché è soprattutto quando il mare cambia che scopriamo davvero come sappiamo stare “tutti insieme sulla stessa barca”.
È con questo pensiero che auguro a tutti di trovare un equipaggio con cui navigare piacevolmente e in sicurezza soprattutto nelle situazioni più delicate e difficili della vita.