15/06/2026
Dire che “il femminicidio non esiste” non è una semplice opinione, è una cavolata.
Ho pensato molto a come "replicare", mi sono preso il tempo perché lo sapete che per me è un tema molto caro.
Partiamo da qui, il punto non è stabilire se la vita di una donna possa “valere di più” della vita di un uomo, e insinuare che si voglia difendere questo è al quanto, come dire... problematico. Ogni omicidio è gravissimo e non si discute.
Il punto, invece, è riconoscere che alcuni omicidi avvengono dentro una cornice specifica, quella del possesso, controllo, dominio, rifiuto della libertà della donna, incapacità di tollerare la separazione o l’autonomia dell’altra persona.
Chiamarlo femminicidio non significa fare una classifica nosense del dolore. Significa piuttosto nominare un fenomeno reale e che tristemente colpisce moltissime donne. E attenzione, che con femminicidio non si intende ogni omicidio di donna per mano di un uomo, banalmente se un uomo accoltella una donna perché questa le ha rubato il parcheggio non possiamo definirlo tale.
Poi vorrei mettere l'attenzione sul fatto che ciò che non nominiamo, non riusciamo a prevenire.
Da psicologo, da criminologo, da persona credo che il linguaggio abbia una responsabilità: può chiarire la realtà o può cancellarne una parte.
La parità, non consiste nel fingere che i contesti siano tutti uguali ma, consiste anche nel riconoscere dove esistono vulnerabilità, dinamiche di potere e fattori di rischio specifici.
Il femminicidio non è “solo” un omicidio. È l’esito estremo di una cultura relazionale in cui l’altra persona viene percepita non come soggetto libero, ma come oggetto da controllare, punire o possedere.
Negarlo non aiuta le vittime. Non aiuta la prevenzione. Non aiuta neppure gli uomini.
Perché prevenire la violenza significa anche educare alle relazioni, alla gestione del rifiuto, alla responsabilità emotiva e al rispetto della libertà dell’altro.
Le parole contano, soprattutto quando parlano di vite spezzate.
Facciamo attenzione, sempre.