30/05/2026
Bellissime le riflessioni di Elena, come bellissimo il suo libro che ho letto tutto d'un fiato e che penso sia un bellissimo dono da fare a qualcuno a cui tieni.
📍COME SMETTERE DI AVER PAURA DI RESTARE SOLA. NOVE COSE CHE I GIAPPONESI SANNO DA SEI SECOLI E NOI NO.
In Giappone esiste una parola precisa per descrivere la paura più antica che abbiamo. La paura di arrivare a una certa età, guardarci attorno, e non trovare nessuno. Si chiama hitoribocchi (一人ぼっち). Letteralmente: "una persona, sola del tutto."
Non è la solitudine momentanea. È quella strutturale. È la paura che, se non ti dai da fare adesso, finirai i tuoi giorni in una stanza vuota.
In Italia questa paura ci abita da quando siamo bambine. Le nonne ci chiedevano "quando ti sposi?" prima ancora che imparassimo a leggere. La pubblicità ci ha venduto per cinquant'anni l'idea che una donna sola sia una donna a metà. E ancora oggi, se a una cena dici che vivi da sola e ti piace, qualcuno ti guarderà come una che si è rassegnata.
I giapponesi, con quel modo che hanno di guardare in faccia le cose senza aver bisogno di addolcirle, hanno nove parole per disinnescare questa paura. Te le racconto, una alla volta.
1. Ohitorisama (お一人様).
Letteralmente: "tavolo per una." In origine era la formula che il cameriere usava per dire al cuoco quanti coperti preparare. Una persona sola, un tavolo.
Negli ultimi vent'anni la parola è cambiata di significato. Oggi, in Giappone, ohitorisama è il nome di un'intera categoria. Ci sono ristoranti ohitorisama, viaggi ohitorisama, karaoke ohitorisama, terme ohitorisama. Esistono guide dedicate. Esistono libri. C'è perfino una rivista.
Una donna che entra in un ristorante da sola, in Giappone, non è una donna abbandonata. È una donna che ha scelto. Che ha tempo per sé. Che sa godersi un pasto senza dover intrattenere nessuno.
In Italia, quante volte sei andata a mangiare da sola, in un posto bello, senza il telefono in mano per coprire la solitudine?
2. Hitori jikan (一人時間).
Letteralmente: "tempo da una sola persona." È il tempo che ti prendi da sola, di proposito.
I giapponesi lo considerano una pratica, non un'emergenza. Non è quello che fai quando non hai niente di meglio. È quello che fai perché serve. Per sentire i tuoi pensieri. Per ricordarti chi sei senza il rumore degli altri.
Una donna che non sa più stare con sé è una donna in pericolo. Si attaccherà alla prima persona che passa, pur di non sentire il proprio silenzio. Si terrà legami che la stanno consumando, perché qualsiasi compagnia è meglio della propria.
Hitori jikan ti rende difficile da accontentare. Sceglierai meglio.
3. Sabishii (寂しい).
Vuol dire "sola, malinconica, vuota." Ma in giapponese non è una parola con cui si stigmatizza nessuno. È una parola che si pronuncia con tenerezza. Sabishii è una sensazione che si onora, non si combatte.
Le donne occidentali, quando si sentono sole, lo nascondono. Lo trattano come un fallimento personale. Si convincono che, se si fanno vedere così, gli altri si allontaneranno di più.
In Giappone, sabishii è una parola che ti puoi dire ad alta voce, anche con un'amica davanti. "Oggi mi sento sabishii." E l'altra, semplicemente, ti starà più vicino.
La paura di restare sola, paradossalmente, si attenua proprio quando smetti di nascondere la solitudine che già senti.
4. Komorebi (木漏れ日).
Lo conoscono in pochi, in Italia. È quella parola che descrive la luce del sole che filtra attraverso le foglie degli alberi. Non è una metafora. È una parola di uso comune, che ogni giapponese usa per indicare un fenomeno preciso.
L'avevo già raccontata in un altro post. Ma c'è una cosa che non avevo detto.
Komorebi esiste solo se ci sei tu a vederlo. La luce attraversa le foglie ogni giorno, ovunque, anche quando non passa nessuno. Diventa komorebi solo quando una persona si ferma e la guarda.
Tu, da sola, sei sufficiente perché il mondo abbia un significato. Non serve un'altra persona accanto a te per validarlo. La bellezza esiste anche quando sei l'unica testimone.
5. Mu (無).
Letteralmente: "nulla, vuoto, assenza." È uno dei concetti centrali del buddhismo zen.
Mu non è un nulla deprimente. È un vuoto pieno di possibilità. È lo spazio in cui qualcosa di nuovo può accadere.
La paura di restare sola, in fondo, è la paura del vuoto. Del divano vuoto. Del letto vuoto. Della tavola apparecchiata per una sola persona. Ma se guardi quei vuoti con occhi mu, vedi che non sono buchi nella tua vita. Sono dove la tua vita ha spazio per espandersi.
Le persone che ti riempiono di rumore solo per non farti sentire sola, ti stanno togliendo mu. Ti stanno rubando lo spazio in cui potresti diventare.
6. Shoshin (初心).
Letteralmente: "mente del principiante." È il concetto zen che dice che, davanti a qualsiasi cosa, è meglio mantenere l'atteggiamento di chi la fa per la prima volta. Curioso. Aperto. Senza dare niente per scontato.
Le donne che hanno più paura di restare sole, di solito, sono donne che hanno smesso da tempo di vivere con shoshin. Hanno smesso di provare cose nuove da sole. Si sono convinte che certe esperienze "vanno fatte in due". I viaggi. I ristoranti la sera. Il cinema. I concerti.
Non è vero. Sono solo storie che ci raccontiamo. Una donna con shoshin va a un concerto da sola, e quel concerto le entra dentro in un modo che, in compagnia, non le sarebbe mai entrato.
7. Mono no aware (物の哀れ).
È uno dei concetti più antichi e profondi della cultura giapponese. Risale al periodo Heian, mille anni fa. Si traduce come "la dolce malinconia delle cose che passano."
I giapponesi non considerano la solitudine un'eccezione triste in una vita altrimenti piena. La considerano la struttura di fondo dell'esperienza umana. Ogni cosa passa. Ogni persona, prima o poi, se ne va. I ciliegi fioriscono e cadono. Le amicizie nascono e finiscono. I figli crescono e partono.
Mono no aware non è rassegnazione. È un modo di amare ogni cosa con più intensità, proprio perché sai che non resterà.
Una donna che ha imparato mono no aware non vive nella paura di restare sola. Sa che, in un certo senso, lo sarà sempre. E proprio per questo, riesce a essere presente, davvero, con chi ha ora.
8. Tomodachi (友達).
Vuol dire "amica". I caratteri sono "compagna" e "raggiungere". Letteralmente: "colei che si raggiunge insieme."
In Giappone si dice che, per una vita piena, non servono molte tomodachi. Ne bastano tre. Una con cui ridere senza ritegno. Una con cui piangere senza spiegare. Una con cui restare in silenzio senza imbarazzo.
Le donne che hanno paura di restare sole, di solito, non hanno il problema di non conoscere abbastanza gente. Ne conoscono troppa. Conoscenze, colleghe, ex compagne di scuola, vicine di casa. Ma quelle tre amiche, quelle vere, spesso non le hanno coltivate.
Non ti serve una folla. Ti servono tre persone con cui non devi mai fingere.
9. Jibun ga iru (自分がいる).
L'ultima. La più importante.
Letteralmente: "io ci sono." È una frase semplice che, in giapponese, ha un peso particolare. La si dice ai bambini quando sono spaventati. La si dice agli anziani quando perdono l'orientamento. La si dice, soprattutto, a sé stessi nei momenti più difficili.
In Giappone, è una pratica antica: quando senti l'angoscia salire, ti fermi, metti una mano sul petto, e ti dici jibun ga iru. Io ci sono. Per me, ci sono.
La paura di restare sola, in fondo, nasce dal sospetto antico che, anche con noi stesse, non ci sia mai stato nessuno. Che la prima a essersi assentata, da te, sia stata tu.
Jibun ga iru è il gesto opposto. È il momento in cui ti dichiari, davanti a te stessa, presente. È il primo passo da cui ricomincia tutto.
Ohitorisama. Sabishii. Mu. Mono no aware. Jibun ga iru.
Non sono solo parole. Sono nove modi diversi di stare in piedi davanti alla propria vita senza chiedere a nessuno di salvarti dalla solitudine. Sono nove gesti che da sei secoli, in Giappone, le donne si insegnano l'una con l'altra. Una madre a una figlia. Una zia a una nipote. Una donna anziana, seduta da sola in un giardino, a una donna giovane che è venuta a chiederle cosa farne della sua vita.
Noi, in Italia, ci siamo convinte che restare sole sia un fallimento. Era un fraintendimento. Restare sole, ogni tanto, è quello che serve per smettere di confondere la compagnia con l'amore. Il rumore con la presenza. La folla con la felicità.
Ho scritto un libro che parla anche di queste parole, e di altre, e di diciannove storie di donne che hanno smesso di avere paura di restare sole, e hanno scoperto qualcosa di più potente. Che la persona che cercavano da una vita era già lì da sempre. Dentro di loro.
"LE CREPE SONO FATTE PER L'ORO"
Non è un manuale. È quello che ti dice un'amica vera quando tutti gli altri sono andati a casa.
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