Deneb Club - Patrizio Garofoli

Deneb Club - Patrizio Garofoli La Natura direttamente a casa Tua! Un “mondo” la cui creazione è dovuta all’interesse comune verso il Benessere Naturale.

L’intreccio tra Benessere Naturale, Multilevel Marketing e Social Network sta alla base della nascita del primo Club Globale del Benessere Naturale. Un “mondo” dove è possibile, fra l’altro, incontrare ed interagire con esperti del settore. Un “mondo” dove la possibilità di svolgere un’attività redditizia e, perché no, l’opportunità di una brillante carriera è una realtà che può concretizzarsi in

tempi brevi. Il continuo aumento del consumo di integratori naturali, il dissolversi del mito del posto fisso e il boom dei Social Network garantiscono il successo di “un’idea” attuale ma soprattutto proiettata nel futuro. Registrati gratuitamente su www.denebclub.com)/patriziogarofoli

11/02/2019

Si Narra che in questo lembo della Sicilia orientale vivesse una splendida ninfa chiamata Galatea, figlia di Nettuno.

La giovane era innamorata del pastorello Aci, con cui soleva amoreggiare lungo una spiaggia della costa.

Ogni giorno, al tramonto, i due si separavano, con la promessa di ritrovarsi all’indomani.
Un giorno, il ciclope Polifemo, innamorato di Galatea, vide i due innamorati che si intrattenevano sulla riva del mare.

Accecato dalla rabbia prese un masso gigantesco e lo lanciò contro Aci, uccidendolo. Il masso continuò la sua corsa e finì in mare, dando origine all’attuale isola di Lachea.
Distrutta dal dolore, Galatea pianse tutte le lacrime del mondo, al punto che gli Dei ebbero pietà di lei. Trasformarono Aci in un fiume, e la ninfa in schiuma del mare, cosicchè i due innamorati potessero abbracciarsi per l’eternità.

Il fiume Aci sgorga dall'Etna e scorre in gran parte sotterraneo, gettandosi in mare proprio in quel tratto di costa in cui s’incontravano i due innamorati. Qui, a testimonianza di quel tragico amore, c’è una sorgente d’acqua dolce dal caratteristico colore rossastro che i siciliani chiamano “u sangu di Jaci”, il sangue di Aci.

28/01/2019

Castello di Pietrarossa Qalat-An-Nissa (Caltanissetta) anno 900 d.C.

I guerrieri arabi riposano nelle sale del castello dopo l’ennesima battaglia. Il banchetto è fastoso, accompagnato da canti e balli di bellissime donne.

Alcuni di loro chiedono alle concubine dell’emiro di preparare qualcosa di speciale, un piccolo pezzo di paradiso da poter custodire nel bagaglio, una porzione di sogno da portare con sé per rivivere, in qualunque luogo e in qualunque tempo, la magia dell’incanto delle notti a Pietrarossa.

La sfida è difficile, quasi impossibile.

Le donne prendono i frutti della straordinaria Sicilia: mandorle, pistacchi e il miele più dolce e puro. Sul fuoco lento, in un paiolo di rame, cominciano a mescolare tutto.
La sera, al termine del banchetto, portano in tavola un dolce che nessuno aveva mai visto prima: croccante e friabile, gustoso e duraturo, morbido e compatto, leggero e ricco.
È nata la Cubaita.

I guerrieri se ne riempino le bisacce e, andati via dal castello di Pietrarossa, lo fanno conoscere al mondo.

Così Andrea Camilleri sulla cubaita:

La cubaita è semplice e forte, un dolce da guerrieri, lo devi lasciare ad ammorbidirsi un pochino tra lingua e palato, devi quasi persuaderlo con amorevolezza ad essere mangiato.

Ti obbliga a una sua particolare concezione del tempo, ha bisogno di tempi lunghi del viaggio per mare o per treno, non si concilia con l’aereo, con la fretta.
Ti invita alla meditazione ruminante.

Rende più dolce e sopportabile l’introspezione che non sempre è un esercizio piacevole.
Alla dolcezza del miele mischia l’”amarostico” delle mandorle tostate e il ricordo del verde attraverso il pistacchio. Diventa così una sorta di filosofia.

12/01/2019

Il destino di Lorenzo, unico figlio maschio dopo tre femmine, era quello di pascolare le pecore dell’azienda del padre. Ma lui non amava fare il pastore.
Mentre le sue pecore pascolavano, cominciò a manipolare la creta raccolta dalla terra umida, a scoprire la friabilità della pietra calcarea, ad imparare a lavorare il legno.
La sua prima personale, nella Biblioteca comunale del paese, fu un grande successo. Lorenzo diventò uno scultore di talento e anche il padre accettò la scelta del figlio di abbandonare la pastorizia.

Ma, sul punto di morte, il padre chiese a Lorenzo di non far morire insieme a lui il lavoro di una vita, di non abbandonare quello che lui aveva creato: Lorenzo accettò.
Così, Lorenzo Reina nasce pastore, diventa scultore, torna pastore, diventa pastore scultore.

Passando da Santo Stefano Quisquina e imboccando il bivio per Castronovo di Sicilia è possibile raggiungere l’azienda Rocca Reina. Qui Lorenzo alleva asini da latte, si dedica alla coltura biologica e mostra ai ragazzi delle scuole come si fa il pane o la ricotta alla vecchia maniera. Oppure come si fa una scultura. Come si crea arte.
In cima ad un’altura, a picco sullo strapiombo, circondato da un muro di pietra viva che sembra abbracciarlo si trova il Teatro Andromeda: un meraviglioso teatro greco opera di Lorenzo.
Per accedere al teatro si apre una porta, il cui meccanismo determina la rotazione della stessa intorno al suo asse: un richiamo al moto della terra, all’alternarsi del giorno e della notte. Quando la porta è chiusa da un lato batte il sole, dall’altro c’è l’ombra.
Una volta entrati, la sensazione è di essere immersi nel paesaggio nella sua immediatezza.
Apparentemente distribuiti in modo disordinato, i 108 posti a sedere, in realtà ricalcano i diversi punti della costellazione di Andromeda cui la nostra galassia potrebbe giungere tra circa miliardi di anni: verità scientifica così lontana che solo in questo luogo magico potrebbe compiersi.
La scena è di forma ellittica ed è formata da 365 tasselli, tanti quanti sono i giorni dell’anno.

03/01/2019

Cnosso (Creta), un po’ di tempo fa … Quando Minosse scoprì che Teseo era riuscito nell’impresa di uccidere il Minotauro e di uscire dal labirinto grazie all'aiuto di Dedalo, imprigionò quest’ultimo e suo figlio Icaro all’interno dello stesso labirinto.
"Possono precludermi il mare e la terra, disse Dedalo, ma il cielo è certamente libero: costruirò due paia di ali per fuggire”
“… dispose secondo un dato ordine delle penne, con del filo fermò le parti di mezzo, fissò con la cera le estremità inferiori e le piegò incurvandole lievemente così da imitare i veri uccelli.
Al decollo Dedalo ordinò al figlio: "Tieni la via di mezzo, perché se andrai basso l'onda appesantirà le penne, se troppo in alto, il sole le brucerà ... prendi la strada che io ti mostrerò".
Sorpresa meravigliosa! Il vento lo sosteneva, lo sospingeva veloce: poteva giocarci e farsi trasportare senza fatica. Icaro si sentiva di minuto in minuto più sicuro di sé da poter volare fino a … Non c’era nessun limite… “Ecco perché di tanto in tanto gli uccelli gettano un grido: perché sono felici di volare!”
Dedalo gridò: Attento, figlio! Il vento ci sta portando troppo in alto. È pericoloso!
Se il vento mi porta più in alto, pensò Icaro, vedrò più lontano, vedrò quanto è grande questo mare e… vedrò meglio il sole! Restò dunque nel vento che lo portava veloce verso l’alto. Ma d’un tratto tutto cambiò “… La vicinanza del sole ardente ammorbidì la cera che teneva unite le penne. Icaro agitò le braccia rimaste n**e, e non avendo con che remigare non si sostenne più in aria. Invocando il padre precipitò a capofitto e il suo urlo si spense nelle acque azzurre …”
Dedalo accortosi che il figlio non lo seguiva, ritornò indietro: "Icaro Icaro, dove sei?". Quando vide le penne sparse sulle onde maledisse la sua arte.
Recuperato il corpo, lo seppellì in un'isola vicina che chiamò Icaria in suo onore. Poi riprese a volare fino a Camico in Sicilia, ospite del re Cocalo, e da lì a Cuma dove costruì uno splendido tempio in onore del dio Apollo e ai piedi del quale depose le ali. (Ovidio, Metamorfosi)

21/12/2018

Palermo Porta Sant’Agata all’Albergheria, notte del 10 novembre del 1160. (Rivolta dei Baroni). Matteo Bonello, nobile normanno e signore di Caccamo, con un manipolo di uomini al seguito tende un agguato mortale a Maione da Bari, Primo Ministro di Guglielmo I (detto il Malo). Poco tempo dopo alcuni congiurati penetrano improvvisamente nelle camere del sovrano al Palazzo Reale.
Guglielmo, atterrito, tenta invano di scappare. Trattenuto si dichiara pronto ad abdicare a favore del figlio Ruggero.

Chiuso il sovrano nelle sue stanze, i congiurati portano il piccolo Ruggero in groppa ad un cavallo per le vie della città.
Il popolo, spaventato della sommossa, si schiera con il Re liberandolo e riportandolo al potere. Matteo Bonello e i suoi seguaci sono costretti a rifugiarsi nel castello di Caccamo.

La vendetta di Guglielmo I non si fa attendere. Il Re invia un esercito contro i ribelli asserragliati a Caccamo. Ma il castello risulta inespugnabile.
Quello che non riuscì a fare con la forza, il re ottenne con l’inganno: fece credere al Bonello di averlo perdonato e durante una giornata a corte lo fece arrestare. Rinchiuso a palazzo, fu torturato sino alla morte.
Da allora il fantasma di Matteo Bonello si aggira inquieto per il castello in cerca di pace eterna! Chi lo avrebbe visto descrive un essere vestito con abiti d’epoca, pantaloni e giacca di cuoio, che si muove trascinandosi lentamente col volto sfigurato, barbottando i nomi di coloro i quali lo tradirono e torturarono.

L’odio e il desiderio di vendetta gli impediscono di raggiungere la pace eterna e quindi continua a vagare inquieto nel maniero.

Caccamo è un antico Borgo Medievale, a circa 45 Km da Palermo, dove cultura, storia, arte, artigianato, tradizioni e gastronomia fanno di questa cittadina uno scrigno di preziosità.

17/12/2018

Anapia e Afinomo stavano lavorando nel loro campo ai piedi dell'Etna quando ... Un nuvolone di fumo densissimo oscurò il cielo. Il sole divenne sanguigno e un boato fece sussultare le pendici screpolate dell’Etna.
Contadini e pastori si precipitavano giù a valle trascinando con sé le poche e misere masserizie e spingendosi innanzi i bovi mugghianti, le pecore impazzite e i cani che ululavano, in un inferno di ceneri infuocate, di scosse paurose e di bagliori cupi e accecanti.

Anfinomo a Anapia, invece, con l’ansia nel petto in tumulto, sfuggivano come due nibbi alle mani che cercavano di agguantarli, e salivano, salivano disperatamente incontro alla morte e contro la natura spietata.
Tornate, tornate indietro! Disgraziati… la montagna sta divampando! La sciara è entrata come serpente nelle nostre case! È il giudizio di Dio, è la morte…
Raggiunta la loro capanna videro i loro vecchi genitori accostati ad un angolo, abbracciati e rassegnati a morire.

Padre, madre! Che non sentite? Siamo qui, i vostri figli, Anfinomo, Anapia…
Il torrente di lava stava già per investire la capanna. I fratelli pii si caricarono sulle spalle i loro genitori, e giù, anch’essi verso la valle lontana.

Ebbe inizio una gara tremenda tra l’impeto della natura e la fragile forza degli uomini. Vinse la natura e il torrente raggiunse i fratelli.

In quell'istante il “fiume rosso” si divise in due, lasciando così immuni i fratelli e i rispettivi genitori, per poi ricongiungersi.
Il fenomeno stupì i catanesi che soprannominarono i giovani “fratelli pii”, ed il luogo che essi avevano attraversato “Campi pii”. Questa leggenda è forgiata nel bronzo di uno dei quattro candelabri della centralissima piazza Università a Catania.

Foto: Salvo Orlando; testi tratti da: I Diavoli del Gebel, leggendario dell’Etna (Santo Calì)

05/12/2018

Tra le regine incontrastate della tradizione dolciaria siciliana la “sfincia” ha un’origine antichissima tanto da comparire nella Bibbia e nel Corano. Pare sia l’evoluzione di pani o dolci arabi o persiani fritti nell’olio.
Durante le feste in onore di Demetra (divinità greca delle messi), di Cerere (la corrispondente divinità romana) e di Liber Pater, dio romano della famiglia e della fecondità dell’uomo e della terra venivano offerti alla comunità pani e dolci fritti.
L’origine del nome, spongia in latino o isfang in arabo, è dato dalla sua particolare forma: si presenta come una frittella morbida e dalla forma irregolare, proprio come una vera e propria spugna.
Il termine sfingiari (venditori di sfingi) spunta su un testo scritto per la prima volta nel 1330.

La trasformazione dell’antico dolce arabo nella sfincia fritta si deve alle Suore clarisse del Monastero delle Stimmate di San Francesco (Palermo) che dedicarono il dolce a San Giuseppe, il Santo degli Umili.

Ciascun monastero aveva un piatto, un manicaretto, ch’era come il suo distintivo … Tutti i pasticcieri della città gareggiavano nel comporre ghiottonerie d’ogni maniera, ma chi poteva mai raggiungere la squisitezza dei frutti di pasta dolce di mandorle del Monastero della Martorana, del riso dolce del monastero di S.Salvatore ? … Molti menvan vanto del loro pan di spagna, ma in confronto a quello del monastero della Pietà, qualunque dolciere doveva andarsi a nascondere, o le cosiddette sfincie fradici, composte da uova e panna, del monastero delle Stimmate … (“La vita in Palermo cento e più anni fa” di G. Pitrè)

Quel Monastero ormai non esiste più, essendo stato demolito nel 1875 per fare spazio al Teatro Massimo.
Furono i pasticceri palermitani, ereditari delle ricette delle suore, ad arricchire la frittella con gli ingredienti accessori: la ricotta, le gocce di cioccolato, la granella di pistacchi e frutta candita…. La tradizione vuole che le sfince venissero preparate dalla suocera per la nuora per addolcire i difficili rapporti. @ Palermo, Italy

04/12/2018

Concettina era bella. Era il vanto dei suoi genitori. Per lei era già stato predisposto tutto. Il corredo era bello e pronto. Anche il marito… era pronto. Il figlio dei Carbonaro, una famiglia bene della città.
Il loro non era vero amore, erano state le famiglie a decidere. L’amore sarebbe venuto dopo e anche i figli. Così era e così si doveva fare.
Il giorno della domenica era speciale, si andava in chiesa alla messa con la veste buona. Ci si doveva far vedere da tutti. E tutti si vedevano.
Fu proprio durante una domenica che Concettina vide lì, appoggiato al palo, un giovane marinaio. Uno sguardo e fu subito amore. Un amore funesto, impossibile, senza speranza. Mai e poi mai i suoi genitori avrebbero acconsentito.
Come fu e come non fu, Concettina e il giovane marinaio cominciarono a vedersi di nascosto.
Luogo di incontro fu quel pezzo di costa lambita dall’acqua bianca e cristallina con il faro a fare da guardiano. Lì, ogni notte, i due giovani si davano appuntamento e consumavano il loro amore, sognando una vita di gioie.
Ma una notte di luna piena, Concettina arrivò prima e si sedette su uno scoglio ad aspettare il giovane marinaio che non arrivava. Passarono i giorni. Le settimane. Il marinaio non arrivava.
Il dolore si era trasformato in angoscia ed era insopportabile. Così decise di andarlo a cercare e si tuffò. Fu allora che Concettina diventò a Pillirina. Da quel mare la povera pillirina non tornò più.
Si narra, che durante le notti di luna piena, i pescatori vedano i suoi bianchi raggi penetrare tra le fessure della grotta e attraverso un gioco di luci e di ombre, sembra si rifletta l’immagine fatua e leggera di Concettina a pillirina, seduta poverina sul suo scoglio ancora ad aspettare colui che mai tornò. (Graziella Fortuna)

03/12/2018

Quando tradire una donna siciliana ... Palermo anno 1000 d.C. (dominazione araba) quartiere della Kalsa.

Una bellissima fanciulla palermitana dalla pelle rosata e dagli occhi azzurro intenso, viveva le sue giornate in una dolce quanto solitaria quiete, dedicando le sue attenzione all’amabile cura delle piante del suo balcone.
Un giorno, un giovane moro, abbagliato dalla sua bellezza, ne rimase invaghito e, senza indugio, entrò in casa e le dichiarò il suo amore.
La fanciulla, colpita da tanto sentimento, ricambiò l’amore del giovane che, in cuor suo, celava un gravoso segreto: moglie e figli lo attendevano in oriente dove avrebbe dovuto far ritorno a breve.
La bella fanciulla saputo dell’imminente partenza del saraceno, attese le tenebre e, non appena si addormentò l’uccise, gli tagliò la testa, ne fece un vaso dove vi piantò del basilico e lo mise in bella mostra fuori nel balcone.
Il moro, così, non potendo più andar via sarebbe rimasto con lei per sempre.
Intanto il basilico, innaffiato dalle lacrime della bella giovane, crebbe rigoglioso destando l’invidia delle vicine che, per non essere da meno, si fecero costruire vasi in terracotta a forma di “Testa di Moro”.

Milano, settembre 2012
Sulle note di “Meraviglioso” e “Volare” di Modugno, Dolce & Gabbana presentano la loro collezione Primavera Estate 2013.
Si celebra la gioia di vivere, il colore, l'allegria, ma soprattutto l'artigianalità e la cultura popolare siciliana.
L’accessorio must di stagione sono gli orecchini: grandissimi, vistosi, coloratissimi che raffigurano la “Testa di Moro”.

02/12/2018

Marina di Cinisi, una notte del 415 a.C.,
seicento cavalieri segestani aspettano il segnale concordato con Nicia, capo della potente flotta ateniese reduce della distruzione di Selinunte. L’obiettivo è la ricca Hikkara (l’attuale Carini) alleata di Sparta durante la guerra del Peloponneso.

Al segnale convenuto Hikkara fu assaltata e messa a ferro e fuoco.
Migliaia furono fatti prigionieri e venduti all’asta a Katane (Catania), come schiavi.

Tra questi una fanciulla di 7 anni di rara bellezza chiamata Laide figlia di Timandra (amante dello statista ateniese Alcibiade). Fu così che Laide arrivò a Corinto, dove esisteva la pratica della prostituzione sacra nel tempio di Afrodite posto sull'Acropoli.

Fu considerata dai Greci una delle massime testimonianze di Venere in terra. Pare che Nicia ritenesse Laide come il più prezioso bottino di guerra che avesse potuto fare in Sicilia e, in tempi più recenti, i poeti siciliani che volevano esaltare la bellezza della propria donna, dicevano che era più bella della Bella di Iccara.

Vendeva a carissimo prezzo i suoi favori. Demostene considerando molto alto il prezzo che doveva pagare per passare una sola notte con lei, si ritirò dicendo: "Io non compro così caro un pentimento". In età matura, ancora molto bella, lasciò Corinto per la Tessaglia al seguito di un uomo. Per invidia e gelosia venne colpita a morte, da un gruppo di donne, con zoccoli di legno in un tempio di Afrodite. Da quel momento il luogo venne rinominato dell'Afrodite Assassina.

La sua tomba si vede da oltre il fiume Pencio, sopra ha una brocca per l'acqua, in pietra, e reca il seguente epigramma:
'Era il tempo nel quale l'orgogliosa Grecia, dal potere invincibile, venne resa schiava dalla divina bellezza di Laide, la quale è qui, la quale Eros generò e Corinto nutrì; giace essa, adesso, nelle gloriose pianure della Tessaglia'. Chissà se la famosa Bocca di Rosa decantata da Fabrizio De Andrè non sia una sua discendente?

01/12/2018

Un ufficiale arabo, segretamente innamorato di Eleonora D’Angiò, regina di Sicilia nella prima metà del Trecento, creò un dolce al cucchiaio profumatissimo, a base di latte di mandorla e gelsomino. Prima di essere giustiziato per la sua dichiarazione d’amore, chiese di prepararlo per lei un’ultima volta.

Le montagne lussureggianti di fronte alla stanza di Eleonora; il profumo di gelsomino che viaggiava prepotente insieme alla brezza mattutina. Eleonora si affacciava alla finestra per coglierne l’essenza, i comodini della sua camera da letto, ne erano pieni, i secchi fiori ne facevano da padroni, e lei non ne era mai sazia.

L’ufficiale dai languidi occhi scuri, vedendola in quel balconcino cominciò a bramarla. Fino a che il desiderio di ascoltare i dolci sospiri della principessa all’imbrunire; quando rubava a pieni polmoni l’aria profumata, gli costò la vita. Volle dichiarare il suo segreto amore, purtroppo per lui proibito... Il suo ultimo desiderio, fu di preparare un dolce con il fiore preferito di Eleonora: il gelsomino.
Nacque il biancomangiare, un dolce delicato di latte e gelsomino, come la pelle della principessa. Donandolo a lei, al suo cospetto si uccise.
Da quel giorno Eleonora D’Angio, si recò ogni anno in quel posto, a sentire il profumo del gelsomino e gustare il dolce dono dell’ufficiale arabo di lei innamorato. (di Paola Roccoli)

Indirizzo

Palermo
90134

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