09/09/2026
Ci sono persone che si ricordano di tutti. Tranne che di se stesse.
Si accorgono se qualcuno è stanco.
Se un amico ha qualcosa che non va.
Se il partner ha bisogno di parlare.
Se un genitore ha bisogno di aiuto.
Se al lavoro qualcuno è in difficoltà.
Ci sono persone che hanno sviluppato una straordinaria capacità di esserci.
Il problema è che, spesso, esserci sempre per gli altri significa diventare invisibili a se stessi.
Continuano a dire “ci penso io”.
Rimandano il riposo.
Rispondono anche quando non ne hanno voglia.
Si fanno carico di problemi che non sono completamente loro.
E quando finalmente sono stanchi, si sentono persino in colpa per esserlo.
La psicologia parla di caregiver burden, il peso fisico ed emotivo che può derivare dal prendersi cura degli altri, mostrando che responsabilità prolungate, poco supporto e una forte identificazione emotiva con la sofferenza altrui possono aumentare stress, esaurimento e difficoltà nel prendersi cura di sé.
Ma c’è qualcosa che mi interessa ancora di più.
Perché alcune persone fanno così tanta fatica a ricevere la stessa cura che offrono?
Forse perché hanno imparato molto presto che essere utili significa essere importanti.
Che se gli altri stanno bene, allora anche loro possono stare bene.
Che dire “ho bisogno” è molto più difficile che dire “dimmi cosa posso fare per te”.
E così diventano bravissime a sostenere tutti.
Fino a quando arriva un momento in cui non hanno più energie nemmeno per sostenere se stesse.
Non è egoismo fermarsi.
Non è egoismo dire di no.
Non è egoismo non rispondere immediatamente.
Non è egoismo lasciare che qualcun altro risolva il proprio problema.
Prendersi cura di sé non significa smettere di prendersi cura degli altri. Significa smettere di farlo a proprie spese.
E allora anziché chiedersi soltanto “Chi ha bisogno di me?”, chiediamoci anche “Di chi ho bisogno io?”
Anche le persone forti hanno bisogno di essere sostenute.
Anche quelle che non chiedono mai.
Anzi, forse soprattutto loro.