03/09/2026
Da bambina i “disastri” avevano sempre una misura umana.
Qualcosa si rompeva, qualcuno piangeva, poi arrivavano le voci dei genitori a dire: “Non preoccuparti, si sistema tutto”.
E, in qualche modo, si sistemava.
Questa mattina, dopo un’altra notte insonne come le precedenti, mi rendo conto che oggi sarà la quarta giornata che staremo chiusi in casa.
Un disastro ambientale ha interrotto improvvisamente gli equilibri di intere comunità, compreso il mio paese Paolisi.
Mentre scrivo, mi rendo conto che non so più come stare con i miei figli.
Negare loro lo spazio all’aperto.
Negare il gioco a pallone in giardino.
Sentire che la situazione è grave, molto grave, e non avere risposte da offrire.
Non so cosa dire a Giuseppe e a Raffaele.
Loro, però, hanno capito.
Hanno capito che una risposta esiste, e che non c’è ritorno e che i danni sono irreversibili.
E io, di fronte a questa consapevolezza così precoce e così crudele, non riesco a trovare le parole.
Non so cosa dire ai miei pazienti, che in queste settimane non posso più accogliere nello spazio che insieme abbiamo costruito.
Non so nemmeno cosa dire a me stessa.
Per la prima volta ho paura di non riuscire a trovare una risposta.
Ho paura che la frase “si sistema tutto” questa volta non basti.
Anzi: so già che non basterà.
Chiedo scusa a Giuseppe e a Raffaele: a differenza di quello che facevano i miei genitori con me, in questo momento non riesco a darvi né certezze né soluzioni.
Non riesco a proteggervi dall’evidenza che alcune ferite non si rimarginano.
Forse è proprio questo il punto più difficile da accettare: che a volte, da adulti e da genitori, ci troviamo senza parole rassicuranti pronte.
Che non sempre abbiamo la soluzione in tasca.
E che i nostri figli, a volte, lo capiscono prima di noi.
E allora resto qui, con questa domanda aperta, senza forzare risposte che ancora non ho.