Chiara Chiapperini-Studio di Psicologia Clinica e di Consulenza Filosofica

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Chiara Chiapperini-Studio di Psicologia Clinica e di Consulenza Filosofica Filosofa, Psicologa e Life Coach
Chiara Chiapperini - Studio di Psicologia Clinica e di Consulenza Filosofica

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11/06/2026
06/05/2026

I temi su cui ho proposto e propongo laboratori e conferenze sono, tra gli altri:
la felicità
l'amore
l'educazione affettiva ed emotiva
la filosofia come stile di vita
la spiritualità laica
la democrazia e la partecipazione
filosofia con i bambini e i ragazzi

05/05/2026

Ma voi uomini, esclamai, quando parlate di qualche cosa, dovete sempre sentenziare: "è pazza, è savia, è buona, è cattiva!"
E questo che significa? Avete voi così, indagato i moventi interni di un'azione?
Sapete scoprirne con certezza le cause, e capire perché è avvenuta e perché doveva avvenire? Se l'aveste fatto, non sareste così pronti a giudicare.

J.W Goethe, I dolori del giovane Werter, 1774

28/04/2026

Nessuna scuola può fornire quelle qualità che sono indispensabili per uno psicologo, qualità che dipendono dalla persona e che sono intelligenza, empatia, flessibilità mentale, capacità di regolazione emotiva, maturazione affettiva. Derivano dalle esperienze di vita e dalla storia della propria esistenza.
Una scuola può diventare settoriale, chiusa, rigidamente specialistica. Meglio i modelli integrati di psicoterapia perché si fondano su una pluralità di riferimenti teorici e su uno sguardo clinico flessibile.
Le specializzazioni in genere irrigidiscono il pensiero, portano all'identificazione acritica con un modello. Possono strutturare ma possono anche rinforzare fragilità e dinamiche di potere.

19/04/2026

Il modello psicoterapeuticocentrico ha spesso come effetto collaterale la rigidità teorica. Questo avviene quando il modello è interiorizzato come unica legittima maniera per leggere il funzionamento umano. Il rischio è quello di adattare le persone alla teoria invece di usare la teoria al servizio delle persone.
La formazione può trasformarsi in addestramento che mira alla conferma del modello e alla semplificazione del comportamento del paziente per cui ciò che esula dal modello viene interpretato come resistenza, difesa, mancanza di insigh.
A volte nel terapeuta c'è una iperidentificazione con il modello e la propria scuola. Sono i casi in cui la formazione restringe lo sguardo. Sono i rischi di una formazione non accompagnata da prudenza clinica, supervisione reale e senso del limite, difficoltà a tollerare il dubbio, paura di dissentire dall'autorità formativa.

17/04/2026

Come scrive Aldo Carotenuto, la liberazione del paziente avviene attraverso la libertà del terapeuta. Se un terapeuta usa certe tecniche che ha appreso in modo acritico, se non opera con creatività nel campo dei sentimenti e delle emozioni, non può aiutare il paziente a conquistare la libertà perché lui stesso non è libero.

12/04/2026

MADRI STRESSATE E PSICOLOGIA DELLA COLPA

C’è una scena che si ripete, silenziosa e normalizzata, in gran parte del mondo occidentale: una donna attraversa la gravidanza lavorando fino a poche settimane dal parto, partorisce in un ambiente tecnicamente efficiente ma affettivamente deprivato, rientra a casa con un neonato e, nel giro di poche settimane, si ritrova sola a sostenere un compito biologicamente e psicologicamente immenso.
Questa scena non viene percepita come anomala. È considerata normale. Ed è proprio questa normalità a costituire il problema.

LA SOLITUDINE ORGANIZZATA
Nelle società urbanizzate, la maternità si svolge dentro un dispositivo paradossale: altamente assistito sul piano medico, ma profondamente carente sul piano relazionale.
Durante la gravidanza, la donna continua a lavorare secondo ritmi produttivi pensati per uomini o per donne non gravide. Il parto avviene in contesti ospedalieri che garantiscono sicurezza, ma che, per ragioni organizzative, limitano la presenza delle figure affettive significative.

Per decenni – e in parte ancora oggi – madre e neonato sono stati separati subito dopo la nascita. E anche quando questa pratica è stata corretta, resta un dato strutturale: la donna, una volta uscita dall’ospedale, torna in uno spazio domestico isolato, privo di quella rete di supporto che ha caratterizzato per millenni la crescita umana.

A pochi mesi di vita, il bambino viene inserito in un asilo nido. Non per una scelta ponderata, ma per una necessità economica e sociale e perché una madre che non lo fa viene ormai considerata “arretrata”, cioè una sciocca, se non persino “snaturata”, cioè una “cattiva madre”. Una buona parte della pedagogia, infatti, invita all’autonomizzazione precoce: il bambino deve imparare a stare da solo, a dormire da solo, a contenersi.

Si tratta di una vera e propria inversione del bisogno biologico. Nei primi mesi di vita, il bambino non ha bisogno di autonomia: ha bisogno di dipendenza intensa, continua, regolata da presenze adulte stabili e affettivamente disponibili.

IL BAMBINO NARCISISTA: UN MITO SCIENTIFICO
A questa organizzazione sociale si è affiancata, per lungo tempo, una teoria psicologica che l’ha giustificata: l’idea che il bambino nasca narcisista, cioè incapace di relazione, chiuso nella propria pulsione, orientato solo alla soddisfazione dei bisogni primari.
Secondo questa visione, il neonato non riconosce l’altro come persona. La madre è solo un mezzo. Il legame affettivo sarebbe una conquista tardiva, ottenuta attraverso frustrazioni e adattamenti.

Questa teoria, sostenuta da figure di enorme prestigio come Anna Freud e Melanie Klein, ha inciso profondamente sulla cultura psicologica del Novecento. Una teoria che fa del bambino un “piccolo mostro” di egoismo, dal quale occorre difendersi precocemente: con l’autonomizzazione, l’asilo precoce, la psicoanalisi infantile e la neuropsichiatria.

Ma questo occorre dirlo con chiarezza: si tratta di una costruzione teorica arbitraria, che non regge alla prova dell’osservazione diretta.
Gli studi di infant research, a partire dagli anni Sessanta, hanno mostrato qualcosa di radicalmente diverso: il bambino nasce predisposto alla relazione. Cerca lo sguardo, risponde al volto, si sintonizza con la voce, è capace di proto-dialoghi affettivi già nelle prime settimane di vita.
Autori come John Bowlby, Daniel Stern, Alice Miller, Edward Tronick, Colwyn Trevarthen hanno contribuito a ribaltare il paradigma: il bambino non è un essere egocentrico da socializzare, ma un essere relazionale che ha bisogno di relazione per esistere.

LA MADRE SOVRACCARICA
Se il bambino è relazionale, allora il suo sviluppo dipende dalla qualità e dalla quantità delle interazioni affettive. E qui emerge il nodo cruciale: una madre sola non basta.
Non perché sia inadeguata, ma perché il compito è eccessivo. Si tratta di una situazione di sovraccarico sia fisico che emotivo.
La madre moderna si trova a svolgere contemporaneamente funzioni che, nel corso dell’evoluzione, erano distribuite su più figure:

• nutrire
• contenere emotivamente
• stimolare
• regolare i ritmi
• rispondere ai segnali
• gestire la propria fatica

In condizioni di isolamento, questo carico diventa rapidamente insostenibile. Compare lo stress, la stanchezza cronica, talvolta la depressione post-partum.
E qui interviene la psicologia della colpa.

DALLA FATICA ALLA COLPA
Invece di riconoscere il sovraccarico strutturale, la cultura psicologica dominante tende a individualizzare il problema.
Se la madre è stanca → è colpa sua, perché non regge emotivamente.
Se il bambino è agitato → è colpa di entrambi: c’è un difetto genetico o un errore educativo.
Se la relazione è difficile → è colpa della madre: c’è un deficit affettivo.

Il passaggio è sottile ma decisivo: da un problema di contesto si scivola a un problema di persona.
E la madre finisce per interiorizzare questo sguardo accusatorio. Si osserva, si giudica, si corregge. Si scinde tra una parte che agisce e una che valuta. E il rapporto con il bambino, invece di essere uno spazio di esperienza condivisa, diventa un campo di prestazione.
Nel frattempo, il bambino percepisce la tensione. E reagisce. E la sua reazione viene letta come ulteriore prova che qualcosa non funziona.
Si crea così un circuito chiuso:
stress materno → reazione del bambino → colpa materna → ulteriore stress condiviso.

A questo punto la madre è pronta o a precocizzare e adultizzare il suo bambino o andare in depressione; e il bambino è pronto a sviluppare ansia, depressione, iperattività, e vari disturbi neuropsicologici o alimentari che con uno sviluppo sano sarebbero rimasti latenti.

UNA SCIENZA AL SERVIZIO DELL'ADATTAMENTO
Per decenni, la psicologia e la psicoterapia hanno contribuito – diciamo pure in buona fede e inconsapevolmente – a sostenere questo sistema. Hanno naturalizzato la famiglia nucleare. Hanno ridotto il contesto a sfondo. Hanno trasformato bisogni relazionali in variabili individuali.
In questo modo, hanno finito per assecondare esigenze sociali più ampie:

• la trasferibilità delle persone (emigrazione a fini economici)
• la produttività economica (madri che tornano presto al lavoro)
• la creazione di servizi a pagamento (neuropsichiatri, psicologi, asili nido)
• la riduzione dei legami affettivi intensi (ideologicamente inappropriati)
• l’adattamento precoce alle istituzioni (educazione normativa).

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: le società occidentali sono oggi le più dotate di servizi psicologici e, allo stesso tempo, le più attraversate da disturbi psichici.
Non è un paradosso. È una conseguenza.
Occorre ammettere che la civiltà che ha creato la psicologia e i suoi servizi è anche l’UNICA che ha separato la madre dal neonato. Non lo avevano fatto nemmeno le società guerriere.

RIPENSARE IL PROBLEMA
Non si tratta di rimpiangere il passato né di proporre modelli irrealizzabili. Si tratta di rimettere al centro una verità semplice:

• il bambino nasce relazionale
• ha bisogno di più figure adulte
• la madre non può essere lasciata sola
• il contesto conta quanto – e spesso più – dell’individuo.

Finché continueremo a spiegare la sofferenza con la sofferenza, finché continueremo a cercare nella madre ciò che appartiene al sistema, la colpa continuerà a circolare dove dovrebbe esserci comprensione.
E la maternità, invece di essere un’esperienza vitale e condivisa, resterà ciò che oggi troppo spesso è: un compito solitario, carico di emozioni e di fatica, attraversato da un senso di inadeguatezza e di impotenza che non dovrebbe accompagnare le fasi più delicata della vita: la creazione e lo sviluppo di un essere umano.

Nicola Ghezzani
Visita il mio sito:
https://www.nicolaghezzani.it

12/04/2026

Bisogna saper accettare che in analisi non si può cambiare tutto, togliere il dolore e la sofferenza, risolvere tutto, dare risposte perfette.
Ma si può esserci con l'ascolto e la presenza. Con la fiducia che è qualcosa di grandemente prezioso. Per asciar vedere qualcosa, per permetterci di esserci. Per un nuovo sapere su di sè.

L'atto proprio dell'analista è l''interpunzione' cioè porre la punteggiatura giusta nel discorso del paziente per far em...
10/04/2026

L'atto proprio dell'analista è l''interpunzione' cioè porre la punteggiatura giusta nel discorso del paziente per far emergere un senso nascosto e produrre nuovi significati.

Spesso i pazienti superano alcune loro problematiche quando riescono ad ampliare le loro vedute, modificare la loro visione del mondo, acquisire una visuale 'dall'alto'.

Per ottenere questi effetti occorre un dialogo clinico che sappia servirsi di un approccio filosofico, dialogico e problematizzante.

Occorre saper prendere in esame la visione del mondo del paziente, lavorare insieme per renderla più consapevole, ricca, elevata.

Bisogna saper mettere in moto il pensiero.

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