16/10/2026
📍A Okinawa, quando prendi un grande spavento, dicono che ti è caduta l'anima. E c'è un rito per tornare a raccoglierla, nel punto esatto in cui l'hai persa.
Quell'anima, nella lingua delle isole, si chiama mabui.
È la parte di te che ti fa sentire presente. Quella che ti tiene dentro le cose: dentro una conversazione, dentro una giornata, dentro il tuo stesso corpo. Secondo la tradizione di Okinawa la mabui non è incollata a noi per sempre. Sta al suo posto finché va tutto bene. Ma quando arriva un colpo forte, può staccarsi e cadere a terra.
Un incidente in macchina. Una caduta dalle scale. Una notizia che arriva all'improvviso. Una paura grande, di quelle che ti tolgono il respiro. In quel momento, dicono, la mabui scivola via e resta lì, nel punto preciso in cui è successo.
Si chiama mabui-otoshi. "L'anima caduta".
E come si riconosce una persona che ha perso la sua mabui? Dai segni che chiunque, almeno una volta, ha visto in qualcuno o ha sentito su di sé. È distratta, come se fosse sempre un poco altrove. Si stanca senza motivo. Dorme male. Ride ma non del tutto. Fa le cose di sempre, e però sembra che a farle sia qualcun altro.
Da noi, a una persona così, si dice di solito "dai, è passato". "Ti è andata bene, no?". "Devi reagire". E se dopo qualche mese è ancora lì, un passo dietro a se stessa, intorno cominciano a spazientirsi. Le analisi sono a posto. Non c'è niente che non vada. Quindi, si pensa, il problema dev'essere lei.
A Okinawa la risposta è un'altra. Il problema non è la persona. È che una parte di lei è rimasta indietro. E una parte di te rimasta indietro non torna da sola, per quanto ti sforzi di andare avanti.
Bisogna andare a riprenderla.
Il rito si chiama mabui-gumi, "rimettere dentro l'anima". Ancora oggi, in molte famiglie, lo fanno le persone anziane, oppure le yuta, le donne che sulle isole fanno da tramite con il mondo invisibile.
Si torna sul luogo dello spavento. Proprio lì: l'incrocio, il gradino, il punto della strada. Si raccoglie una piccola pietra da terra. Si chiama la persona per nome e si ripete una formula antica, "mabuya, mabuya, uuti kuuyoo", che più o meno vuol dire: anima, anima, torna, vieni con me. Poi la pietra, e con lei la mabui, viene riportata alla persona.
Quando un bambino cade dalla bicicletta e si spaventa, le nonne di Okinawa non dicono "non è niente". Tornano con lui nel punto della caduta, raccolgono un sassolino, lo chiamano. E solo dopo lo riportano a casa.
C'è una tenerezza enorme in questo gesto. E dentro ci sono tre cose che noi abbiamo quasi dimenticato.
La prima. Lo spavento ti toglie davvero qualcosa. Non è una debolezza di carattere, non è "farla lunga". Dopo un colpo forte è normale sentirsi meno presenti. Non sei tu che non ce la fai: è che una parte di te è rimasta in quel punto.
La seconda. Non ci vai senza nessuno accanto. Nel mabui-gumi c'è sempre qualcuno che ti accompagna, che conosce le parole, che ti chiama per nome. Nessuno viene lasciato a cercarsi l'anima in solitudine.
La terza è la più sottile. Per riprendere quello che si è perso, a Okinawa si torna là dove lo si è perso. Non per rivivere la paura. Per raccogliere ciò che è rimasto a terra, e portarlo a casa.
Io lo conosco quel passo di ritardo. Mi è capitato, dopo una telefonata arrivata all'improvviso, di passare settimane come se camminassi qualche metro dietro a me stessa. Facevo tutto, rispondevo a tutti, ma era come guardarmi da fuori. Allora non avevo una parola per dirlo. Adesso penso che una parte di me fosse rimasta lì, accanto a quel telefono. E che sia tornata solo quando, con qualcuno vicino, ho avuto il coraggio di ripensare a quel momento invece di scappargli.
Se da un certo giorno in poi non ti senti più del tutto qui, non c'è niente di rotto in te. C'è solo un pezzo della tua anima che aspetta, in un punto preciso, che qualcuno torni a chiamarlo per nome.
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