Erboristeria Kama

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31/05/2026
31/05/2026

📍Da noi, quando arriva il caldo, accendiamo il condizionatore. In Giappone appendono alla finestra una campanellina di vetro, e quel suono, da solo, li fa sentire più freschi. Senza abbassare di un solo grado la temperatura.

Si chiama furin. È una piccola campana, di solito di vetro soffiato, a forma di cupola rovesciata, che i giapponesi appendono d'estate sotto le grondaie e davanti alle finestre. Dentro c'è un batacchio, e dal batacchio pende una sottile striscia di carta, il tanzaku. È proprio quella strisciolina, leggerissima, il segreto di tutto: basta il più piccolo alito di vento a muoverla, e muovendosi fa tintinnare la campana.

In pratica, il furin è uno strumento che trasforma il vento in suono. Ti fa sentire con le orecchie anche il movimento d'aria più impercettibile, quello che la pelle, in una giornata afosa, non avvertirebbe nemmeno. Per i giapponesi quel tintinnio è uno dei suoni dell'estate, al pari del canto delle cicale: lo legano all'infanzia, alle sere di luglio, alle finestre aperte. Esistono perfino festival in cui migliaia di furin vengono appesi insieme, e dondolano tutti nella stessa brezza.

Il punto curioso è proprio questo.

Il furin non rinfresca niente. Non abbassa la temperatura, non sposta aria fredda, non fa nulla di fisico contro il caldo. Eppure, per i giapponesi, sentire quel suono significa sentirsi più freschi. Davvero. È un effetto reale, studiato, che dura da secoli. E la ragione è tanto semplice quanto bella.

Quella campana suona soltanto quando passa un soffio di vento. Mai in altri momenti. Così, nel corso di generazioni, quel tintinnio è diventato nella mente giapponese una cosa sola con l'idea di brezza, di refrigerio, di ombra e di acqua. Sentire il furin vuol dire: sta passando un filo d'aria. E il cervello, a quel segnale, si accorge del vento, e percepisce il fresco che senza quel suono si sarebbe lasciato sfuggire.

Detto in un altro modo: il furin non crea la brezza. La brezza c'era già. Il furin serve solo a fartela notare.

Ed è, in fondo, una piccola lezione enorme.

Noi, quando stiamo male, di solito proviamo a cambiare la realtà che ci circonda. Fa caldo? Più condizionatore. Ci manca qualcosa? Comprare di più. Vogliamo stare meglio? Cambiare casa, lavoro, posto, situazione. Spostiamo sempre l'ambiente là fuori, convinti che il sollievo vada conquistato modificando le cose. Spendiamo energie enormi per cambiare il mondo intorno a noi di qualche grado.

Il furin propone l'idea opposta, e molto più gentile. Che il sollievo, spesso, non sta nel cambiare la realtà. Sta nel notare ciò che di buono, in quella realtà, sta già passando. La brezza c'è quasi sempre, anche nei giorni più afosi. Solo che non la sentiamo, perché niente ce la indica, perché siamo troppo accaldati e distratti per accorgercene.

E non vale soltanto per il vento. Quante piccole cose belle ci attraversano la giornata senza fare il minimo rumore? Un raggio di sole sul tavolo. La voce di una persona a cui vogliamo bene, in un'altra stanza. Dieci minuti di silenzio. Il gesto gentile di uno sconosciuto. Brezze. Continue. Che non sentiamo, perché nessuna di loro tintinna per avvertirci che sta passando.

Ho capito, allora, perché ho cominciato a volerne uno tutto mio. Non necessariamente una campana di vetro. Intendo un piccolo gesto che faccia, per me, quello che il furin fa per loro: che mi costringa, ogni tanto, a sollevare lo sguardo e accorgermi di ciò che di buono mi sta scorrendo accanto proprio adesso. Una pausa fissa nella giornata. Una domanda che mi pongo la sera. Qualcosa che tintinni dentro di me e mi dica: fermati, guarda, c'è una brezza che sta passando anche ora.

Perché il caldo della vita, quello vero, raramente si combatte cambiando tutto. Molto più spesso si attraversa imparando a sentire il poco di fresco che, in mezzo a tutto, continua comunque a soffiare.

Ho radunato diciannove di queste piccole "campane" giapponesi in un libro. Non insegnano a cambiare la vita. Insegnano a sentirla meglio.

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Non è un manuale. È un invito a guardare la tua vita con occhi nuovi.

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29/05/2026

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27/05/2026

📍 Un pittore giapponese di trent'anni dipinse, in dieci anni, quasi duecento quadri sempre con lo stesso soggetto: un uomo che si trasforma lentamente nel proprio ufficio. Vendette pochissimo. Morì sotto un treno nel 2005. Vent'anni dopo, i suoi quadri sono esposti nei musei più importanti del mondo. E le persone che li guardano, in ogni paese, dicono tutte la stessa frase: "questo sono io."

Si chiamava Tetsuya Ishida. Era nato nel 1973 a Yaizu, una città di pescatori sulla costa del Pacifico. Da bambino sognava di fare il pittore. I suoi genitori e il preside della scuola gli ripetevano la stessa cosa, anno dopo anno: scegli un mestiere serio, qualcosa di stabile. Lui obbediva a metà. Studiava per gli esami che gli chiedevano di fare, ma di notte continuava a disegnare. Si laureò in arte nel 1996. Aveva 23 anni. Era un giovane artista pieno di talento, in un paese che, in quel momento esatto, stava attraversando il periodo più strano della sua storia recente.

Per capire i suoi quadri bisogna capire quel periodo. Il Giappone, negli anni Ottanta, era stato il paese più ricco del pianeta. Le aziende giapponesi promettevano un posto di lavoro a vita. Un ragazzo entrava in azienda a ventidue anni e ci usciva a sessanta, con un orologio d'oro e una lacrima di gratitudine. Poi, nel 1991, l'economia crollò. Per dieci anni di fila, il Giappone visse quello che oggi si chiama "il decennio perduto". Le aziende smisero di assumere. I figli si laurearono e non trovarono lavoro. Centinaia di migliaia di giovani si ritirarono nelle proprie stanze, in casa dei genitori, e non uscirono più per anni. Avevano un nome: hikikomori. Letteralmente, "quelli che si tirano dentro."

Ishida apparteneva esattamente a quella generazione. E invece di scappare o chiudersi in casa, prese un pennello e cominciò a dipingere quello che vedeva intorno a sé. Solo che lo dipingeva in un modo che nessuno aveva mai visto prima.

Il quadro per cui oggi è famoso in tutto il mondo si intitola "Richiamato", dipinto nel 1998. Si vede un uomo in giacca e cravatta. È disteso, smontato pezzo per pezzo, dentro una scatola di cartone foderata di polistirolo, di quelle in cui si spediscono gli elettrodomestici. La sua testa è in un angolo della scatola. Le sue braccia in un altro. Le sue gambe ai lati. Un operaio con i guanti, accanto, lo sta esaminando come si esamina un prodotto difettoso. Sullo sfondo, alcune persone identiche tra loro osservano la scena con espressione neutra. Nessuno piange. Nessuno è arrabbiato. L'uomo è stato semplicemente "richiamato" dal produttore, come si richiama un'automobile con un difetto di fabbrica.

Quando guardi quel quadro la prima volta, ti viene da ridere. Sembra un'illustrazione surreale, quasi divertente. Ma la seconda volta non ti fa più ridere. Ti viene un vuoto allo stomaco. Perché capisci che quello dentro la scatola, per Ishida, sei tu. Tu che lavori da anni e non ti senti più una persona ma una funzione. Tu che la mattina ti svegli e per un attimo, prima di alzarti, ti chiedi quando ti hai persa l'ultima volta. Tu che hai cominciato a chiamare "vita" quella cosa che fai tra una giornata di lavoro e quella successiva.

Ishida ha dipinto questa cosa nel 1998. Quando ancora nessuno parlava di burnout, di persone che si licenziano senza dirlo a nessuno, di generazioni intere che smettono di credere che il lavoro possa dare un senso alla vita. Quando ancora le persone si sentivano fortunate ad avere "un posto buono" e non si chiedevano a che prezzo. Lui questa cosa l'ha vista trent'anni prima. E l'ha dipinta una, due, dieci, cinquanta, duecento volte. Sempre con lo stesso volto. Che era il suo. Tutti i personaggi dei suoi quadri hanno lo stesso volto. È un autoritratto ripetuto duecento volte. Glielo chiesero in un'intervista. Rispose: "Ho cercato di prendere il mio io debole, il mio io patetico, il mio io ansioso, e farne qualcosa di buffo per cui si potesse ridere. Continuando a pensarci, ho capito che parlavo dei consumatori, degli abitanti della città, dei lavoratori, di tutto il popolo giapponese." Non stava dipingendo il Giappone. Stava dipingendo l'essere umano dell'epoca che stava arrivando. E che è arrivata, puntuale, in tutti gli altri paesi, vent'anni dopo.

Per tutta la vita lavorò in povertà. Visse solo, in un piccolo appartamento alla periferia di Tokyo. Fece il grafico per pagare l'affitto. Dipingeva di notte. Faceva una mostra l'anno, vendeva un quadro o due. I quadri grandi, oggi, valgono milioni di euro. Lui, in vita sua, non se ne accorse mai.

Il 23 maggio 2005 fu travolto da un treno a un passaggio a livello nel quartiere di Machida, alla periferia di Tokyo. Aveva 31 anni. Le autorità giapponesi classificarono ufficialmente l'incidente con la formula standard che si usa per queste cose nei treni del Giappone: "incidente da corpo umano." È una formula deliberatamente ambigua. Nessuno ha mai saputo con certezza cosa fosse successo. La sua famiglia chiese che la cosa non fosse approfondita. È una richiesta che, in Giappone, viene rispettata.

Dopo la sua morte, suo fratello Michiaki entrò nel suo appartamento per raccogliere le sue cose. In un cassetto trovò il suo portafoglio. Dentro al portafoglio, oltre alle carte normali, c'erano diverse banconote da un dollaro americano. Michiaki capì subito perché. Il sogno di Tetsuya, da sempre, era esporre a New York. Stava risparmiando, dollaro dopo dollaro, per pagarsi il viaggio. Imparava l'inglese da solo nei pomeriggi liberi. Voleva farcela. Non aveva detto a nessuno quanto ci sperasse.

Diciotto anni dopo la sua morte, nel 2023, la Gagosian Gallery di New York ha organizzato la prima grande retrospettiva di Tetsuya Ishida fuori dal Giappone. Si intitolava "Il mio io ansioso." Nel catalogo, suo fratello Michiaki ha scritto poche righe per spiegare le banconote da un dollaro nel portafoglio. La mostra di New York era il sogno di Tetsuya. È accaduto. Solo che lui non c'era.

Ti racconto questa storia perché penso che ci sia dentro qualcosa che parla di te, anche se non hai mai dipinto un quadro in vita tua. Quello che Ishida ha capito prima di tutti è che il pericolo più grande dell'epoca in cui viviamo non è morire troppo presto. È diventare il proprio ruolo così a fondo, così completamente, che a un certo punto non ti riconosci più. Diventi il tuo lavoro. Diventi il tuo titolo. Diventi la persona che gli altri si aspettano che tu sia. E quando trovi un momento di silenzio, una domenica pomeriggio, una sera in cui non c'è niente da fare, e ti chiedi "ma io chi sono?", la risposta non c'è.

Il fatto che oggi le persone in tutto il mondo, persone che vivono a Milano, a Londra, a San Paolo, a Berlino, persone che non sanno niente del Giappone, guardano i suoi quadri e dicono "questo sono io", significa una cosa precisa. Significa che quello che lui ha dipinto nel 1998 è arrivato. Ovunque. È diventato la mattina in cui ti alzi e ti vesti per andare a fare la cosa che non sei più sicuro di voler fare. È diventato la sera in cui torni a casa e ti rendi conto che hai passato la giornata a parlare di numeri e non hai detto una sola cosa vera a nessuno.

Quello che colpisce di Ishida non è il suo dolore. È la sua precisione. Non era arrabbiato. Non era depresso in quel modo isterico che ci si aspetta dagli artisti maledetti. Era solo uno che guardava, con grande calma, quello che stava succedendo intorno a sé, e lo dipingeva esattamente come era. E il fatto che, quando lo guardiamo adesso, ci sembra surreale, ci sembra grottesco, dovrebbe farci pensare a una cosa sola. Che forse il surreale non è il suo quadro. Forse il surreale è la vita che facciamo tutti i giorni, talmente abituati da non vederla più per quello che è.

Tetsuya Ishida, in trent'anni di vita e dieci anni di pittura, ha lasciato duecento quadri e qualche banconota da un dollaro dentro un portafoglio. Non aveva un libro. Non aveva una filosofia. Non aveva una soluzione. Aveva solo uno specchio. E ha avuto il coraggio di tenerlo aperto fino alla fine.

Ho scritto un libro di diciannove storie di persone che, a un certo punto, hanno smesso di guardarsi attraverso il ruolo che gli era stato dato dagli altri, e hanno cominciato a guardarsi per davvero. Persone che hanno trovato, nei luoghi più strani, il loro modo per uscire dalla scatola.

"LE CREPE SONO FATTE PER L'ORO"

Non è un libro sul Giappone. È un libro per chi, da qualche parte negli ultimi anni, ha avuto la sensazione di essere stato smontato e impacchettato senza essersene accorto.

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25/05/2026

In Finlandia leggere è quasi un bene pubblico. L’immagine delle cabine di lettura riscaldate nei parchi racconta bene un’idea molto nordica: creare luoghi caldi, silenziosi e accoglienti dove fermarsi, leggere e respirare anche durante l’inverno.

Una cosa è certa: la Finlandia è uno dei Paesi europei che più crede nelle biblioteche.

Secondo i dati ufficiali delle biblioteche finlandesi, nel 2024 il Paese ha registrato oltre 50 milioni di visite nelle biblioteche pubbliche e più di 85 milioni di prestiti. Un numero enorme, se pensiamo che la popolazione finlandese è di circa 5,6 milioni di abitanti.

A Helsinki, la biblioteca Oodi è diventata un simbolo: non solo scaffali e libri, ma un vero “salotto pubblico” dove leggere, lavorare, incontrarsi, studiare, creare.

Forse il segreto è tutto qui: quando una società mette la lettura al centro, anche l’inverno sembra un po’ meno freddo.

23/05/2026

Scopri eventi locali in provincia di Torino

Scopri eventi, sagre e appuntamenti locali a Piossasco, Sangano, Cumiana e Rivalta di Torino.

Indirizzo

Via Palestro 46
Piossasco
10045

Orario di apertura

Martedì 09:00 - 19:30
Mercoledì 09:00 - 19:30
Giovedì 09:00 - 19:30
Venerdì 09:00 - 19:30
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