Cristiana Soldaini - psicomotricista relazionale

Cristiana Soldaini - psicomotricista relazionale Mi occupo di bambini e adulti che si muovono, si emozionano, si relazionano, giocano.

NON SI PUÒ PRETENDERE..- Non si può pretendere che il bambino, anche dal punto di vista emotivo, si comporti come un adu...
11/05/2026

NON SI PUÒ PRETENDERE..

- Non si può pretendere che il bambino, anche dal punto di vista emotivo, si comporti come un adulto. Le emozioni infantili hanno bisogno di tempo e relazioni, per poter diventare emozioni compatibili con i comportamenti sociali.

- Non si può pretendere che i bambini si comportino come dei piccoli adulti se gli adulti che se ne prendono cura, non li aiutano a comprendere e a dare senso alle esperienze che vivono.

- Non si può pretendere che tutti i bambini si sviluppino allo stesso modo e con gli stessi tempi perché, anche se le varie fasi dello sviluppo sono geneticamente programmate, sono poi le esperienze del bambino che ne determinano la qualità.
Ogni bambino infatti si sviluppa sulla base dei propri ritmi e tempi e l’età di acquisizione di tali capacità non è un criterio di valutazione della qualità dello sviluppo, anzi, ciò che è normale è proprio la diversità da un bambino all’altro.

- Non si può pretendere che i bambini abbiano fiducia in loro stessi, siano autonomi, siano in grado d’interessarsi al mondo esterno, se non si sentono amati e “visti” dagli adulti che se ne prendono cura. Un bambino che si sente amato, valorizzato e considerato “speciale” dal proprio caregiver, è un bambino che impara a percepirsi come una persona forte e competente e questo gli fornisce una base sicura su cui poter contare in caso di bisogno e da cui poter partire per esplorare il mondo ed affrontare i cambiamenti.

- Non si può pretendere che lo sviluppo del bambino proceda in maniera lineare, che non ci siano regressioni o fasi di blocco.
Per fare passi in avanti e vivere il cambiamento con sicurezza è necessario fissare le conquiste precedenti facendo talvolta anche dei passi indietro, come per prendere la rincorsa.

- Non si può pretendere di giudicare il comportamento in “giusto” e “sbagliato”. Non esiste nel tempo della crescita, un comportamento “giusto” o “sbagliato”, ma esiste il comportamento dentro alla relazione.
Se guardiamo al comportamento dei piccoli senza dare importanza alla relazione, corriamo il rischio di dare più importanza al sintomo piuttosto che al reale bisogno che il bambino e la bambina ci stanno comunicando in quel preciso momento e così, è un attimo cadere nel giudizio: è timido, oppositivo, svogliato, aggressivo..
Il giudizio è sterile, non porta a nulla se non ad alimentare ansia nei bambini e negli adulti che se ne prendono cura.

«Bisogna insegnare ai ragazzi anche a disobbedire e a scegliere. Nella disobbedienza c’è un valore di responsabilità ass...
24/04/2026

«Bisogna insegnare ai ragazzi anche a disobbedire e a scegliere. Nella disobbedienza c’è un valore di responsabilità assai maggiore che nell’obbedire.» Teresa Mattei

19/04/2026

La madre rappresenta per la psicoanalisi e per la maggior parte delle persone l'inizio di tutto.

Probabilmente è stato l'oggetto più studiato nella storia della psicoterapia in genere.

La madre è colei che dà inizio alla vita, con il suo "si" la accoglie, la custodisce, e rimane accanto, durante la crescita, a colui che ha dato alla luce.Su questo dilemma si stagliano teorie e archetipi.

Nella psicologia di C.G. Jung(1981) la madre rappresenta un archetipo ambivalente: è colei che nutre e che divora, che salva e distrugge.

Fondamentalmente si identificano nella pratica clinica due patologie legate alla funzione materna (o maternage):

-La madre rifiutante: che abbandona e trascura e di conseguenza promuove l'interiorizzazione di una figura d'attaccamento assente, emotivamente fredda. Grazie alle neuroscienze sappiamo, che quella che è un'esperienza affettiva diventa una rappresentazione mentale di una relazione(madre-bambino), per cui un bambino con una madre rifiutante si confronterà con l'aspettativa di sentirsi abbandonato, di essere trascurato e con la credenza di essere poco importante o un peso per gli altri, anche da adulto nelle amicizie e nelle relazioni sentimentali. Ciò provocherà il mettere in campo meccanismi di difesa e strategie per evitare l'agognato pre-sentimento, anche quando avrà accanto persone invece accoglienti ed emotivamente disponibili. O ancor peggio il ricercare inconsciamente persone simili alla propria figura d'attaccamento presi dal desiderio, una volta per tutte, di attirare l'attenzione proprio di colei che li ha rifiutati, confermandosi spesso però nell'aspettativa di sentirsi ancora una volta abbandonati.

-La madre invadente: colei che vive della vita del figlio, succhiando la linfa vitale della vita altrui. Sono madri che decidono per i figli, che non lasciano uno spazio di pensiero e che instaurano relazioni simbiotiche con questi ultimi. Ciò porta ad una difficile differenziazione tra il pensiero proprio e della propria madre, contaminato da un senso di responsabilità sulla propria vita e sull'impatto che le proprie scelte hanno sulla madre. Insomma una vita senza libertà che porta all'interiorizzazione di aspetti angoscianti e persecutori. Sono madri sole o che spesso hanno relazioni di coppia non soddisfacenti e che orientano i loro desideri unicamente nella cura dei figli...Finchè i figli non crescono ed inizia l'adolescenza, ma spesso i figli di madri invadenti vivono un'adolescenza posticipata tra i 20 ed i 30 anni, ed allora iniziano i conflitti. La madre teme di perdere l'oggetto del desiderio su cui ha investito per tutta la vita, privandosi di altre scelte e possibilità, alzando la posta in gioco fino ad arrivare al ricatto: o l'indipendenza o me! Mentre i figli sono investiti da spinte contrastanti: il desiderio di autonomia e differenziazione con la relativa paura del nuovo, di essere soli di fronte a nuovi traguardi, al fallimento, ed d'altro canto il desiderio di tornare in un "porto sicuro" che dà sicurezza, calore, affetto, che ha un costo molto caro: vivere un'eterna infanzia in una continua sottomissione.

Margaret Mahler, parlando delle fasi di sviluppo del bambino descrive la fase di separazione-individuazione come la fase in cui, in una relazione madre-bambino sana, il bambino esplora l'ambiente, sperimenta l'autonomia ed e al contempo stesso la possibilità di tornare dal caregiver(solitamente la madre) per sentirsi rassicurato e protetto. Ciò porta all'interiorizzazione di un'esperienza in cui il bambino può lanciarsi in esperienze nuove, sapendo di poter tornare dal genitore, chiedere aiuto, un consiglio, sentendosi sostenuto ed incoraggiato nell'esplorazione. Ne consegue che svilupperà una rappresentazione di sé come capace di affrontare nuovi stimoli, ed una rappresentazione dell'altro come positiva e affidabile.
Nel caso clinico del piccolo Hans, Freud ci mostra come il piccolo vive l'assenza della madre in modo creativo e costruttivo, per questo come sostiene magistralmente Recalcati, la buona madre, è colei che lascia vivere la sua presenza e al contempo stesso la sua assenza, laddove la sua assenza è uno spazio che il bambino può riempire, inventare, creare, sperimentare, è uno spazio per conoscersi e per scoprirsi, inventarsi e definirsi. E' una madre che ama, ma che non ripone il suo desiderio esclusivamente nel figlio, ma in altro (nella coppia, nel lavoro, negli ideali) e che introduce il figlio alla bellezza del realtà tramite gli occhi pieni di desiderio, con cui lei guarda il mondo.

Che conseguenze ci sono dunque?

Le relazioni con i propri genitori plasmano il modo con cui noi interagiamo con gli altri, la scelta rispetto alla persone di cui ci circondiamo, ma questo vuol dire che chi ha avuto una madre rifiutante o invadente è condannato ad avere difficoltà nelle relazioni e a circondarsi di persone sbagliate? Ovviamanente no! Le neuroscienze ci spiegano che durante tutta la vita si creano rappresentazioni nuove e si imparano nuovi modi di relazionarsi che possono anche curare le nostre ferite, ma come dunque? Con esperienze sane e riparatrici. Ciò che cambia il nostro modo di leggere la realtà e decodificarla secondo certi schemi è proprio un'esperienza nuova in cui ci sperimentiamo come amati e rispettati ed entriamo in relazione con qualcuno di accogliente ed affidabile. Talvolta però ciò non accade, se la persona non riesce a sbloccarsi rispetto ai suoi schemi ed al suo sistema di credenze, in questo caso la psicoterapia può essere un'ottima soluzione.

La psicoterapia è innanzitutto un'esperienza relazionale che permette al paziente di vivere una relazione intima e rispettosa a cui affidarsi, una relazione in cui la persona può comprendersi, dare senso alla propria storia, e ri-orientare la propria vita verso gli obiettivi desiderati, costruendo insieme gli strumenti utili e necessari per muoversi verso un maggior benessere.

La psicoterapia, come un'efficace esperienza amicale, amorosa, lavorativa positiva, porta a cambiare le proprie rappresentazioni di sé e dell'altro, e a cambiare le proprie connessioni neuronali, come sostengono gli studi sulla Ricerca in psicoterapia (Dazzi, Lingiardi, 2006). La psicoterapia ci predispone ad aprirci al mondo, agli altri, al lavoro e alle nuove possibilità che la persona si era preclusa fino a quel momento.

Dott.ssa F. Missi
https://psicoterapiacorsotrieste.webnode.it/l/chi-tene-a-mamma-nunchiagne

“ [..] invece di chiederci quale diagnosi attribuire, dovremmo interrogarci su quali contesti, relazioni e strumenti edu...
17/04/2026

“ [..] invece di chiederci quale diagnosi attribuire, dovremmo interrogarci su quali contesti, relazioni e strumenti educativi possono sostenere davvero il loro sviluppo” Daniele Novara

I bambini e gli adolescenti non hanno bisogno di essere definiti attraverso etichette diagnostiche che rischiano di cristallizzare il loro percorso, ma di adulti competenti sul piano educativo, capaci di leggere i segnali della crescita e di accompagnarli senza trasformare ogni difficoltà in un problema clinico.

Oggi assistiamo a un eccesso di medicalizzazione che finisce per togliere spazio alla responsabilità educativa: invece di chiederci quale diagnosi attribuire, dovremmo interrogarci su quali contesti, relazioni e strumenti educativi possono sostenere davvero il loro sviluppo.

Recuperare un approccio pedagogico significa restituire fiducia ai processi evolutivi, riconoscere che le difficoltà fanno parte della crescita e che non tutto va patologizzato. Significa anche investire sugli adulti, genitori, insegnanti, educatori, affinché siano messi nelle condizioni di svolgere fino in fondo il proprio ruolo, senza delegarlo precocemente a una risposta sanitaria che, da sola, non può essere sufficiente.

17/04/2026
SE UNO SCAPPA, È ANCHE PER FARSI RINCORRERE!Il gioco dell’acchiapparella è uno di quei giochi che nascono in maniera spo...
31/03/2026

SE UNO SCAPPA, È ANCHE PER FARSI RINCORRERE!
Il gioco dell’acchiapparella è uno di quei giochi che nascono in maniera spontanea nei bambini. In sala di psicomotricità è molto frequente che questo gioco nasca durante un percorso e quando accade, la prima cosa che esclamo è: ah! volete fare il gioco del ti prendo!
Perché in realtà, andando un po’ più in profondità, possiamo riconoscere la domanda intima che è quella dell’essere riconosciuti, di esistere nello sguardo degli altri.
Scappo per essere cercato.
Perché allora significa che IO sono importante.

👉 Se ti interessa avere più info in merito ai percorsi di psicomotricità relazionale che tengo allo Spazio NU, puoi scrivermi qui: [email protected]

Se guardo al comportamento dei piccoli senza dare importanza alla relazione, corro il rischio di dare più importanza al ...
01/02/2026

Se guardo al comportamento dei piccoli senza dare importanza alla relazione, corro il rischio di dare più importanza al sintomo piuttosto che al reale bisogno che il bambino e la bambina mi stanno comunicando in quel preciso momento e così, è un attimo cadere nel giudizio, nell’etichetta del disturbo: è timido, oppositivo, svogliato, aggressivo..

Il giudizio non porta a nulla se non ad alimentare ansia nel bambino/a e negli adulti che se ne prendono cura. Che fare?

Prima di tutto, iniziare a capire che il comportamento dei piccoli (soprattutto quello che a noi adulti genera più fatica), non è un sintomo da correggere, da aggiustare ma è un messaggio da cogliere e comprendere. Come?

Durante gli incontri in piccolo gruppo di psicomotricità relazionale, i grandi vivono in contingenza quelle situazioni “difficili” che emergono in maniera spontanea e hanno l’opportunità di osservarle con una nuova postura, con un nuovo sguardo.

La presenza della psicomotricista relazionale offre differenti modalità di ascolto e di intervento, li aiuta a comprendere il motivo profondo di quelle fatiche relazionali consentendogli di uscire dalla dinamica conflittuale per accogliere quella del sostegno alla crescita.

Il percorso di psicomotricità relazionale è per tutti.

Per info scrivimi qui: [email protected]
Spazio NU

L’attività valorizza e sostiene l’esperienza sensomotoria e il movimento autonomo per uno sviluppo globale del bambino/a...
24/01/2026

L’attività valorizza e sostiene l’esperienza sensomotoria e il movimento autonomo per uno sviluppo globale del bambino/a. Nel piccolo gruppo si può sperimentare l’attesa, la relazione coi pari, il senso del limite e il confronto.

L’attività aiuta mamma e papà a predisporre le condizioni più adatte e a trovare nuove modalità relazionali affinché l’apprendimento avvenga nel modo migliore, sostenuti dalla presenza della psicomotricista relazionale che offre nuove chiavi di lettura dei comportamenti dei piccoli.

Per informazioni scrivimi a [email protected]

Nel dibattito sull’origine dell’ADHD, la posizione di Gabor Maté si distingue in modo netto da quella della psichiatria ...
06/01/2026

Nel dibattito sull’origine dell’ADHD, la posizione di Gabor Maté si distingue in modo netto da quella della psichiatria e delle neuroscienze contemporanee. Nel suo libro Una mente in frammenti (Scattered Minds), Maté propone una lettura dell’ADHD non come disturbo geneticamente determinato, ma come l'esito di un processo di sviluppo che coinvolge l’esperienza emotiva e relazionale dei primi anni di vita.
Maté non nega l’esistenza di una base biologica innata. Al contrario, afferma che molte persone con ADHD nascono con un sistema nervoso particolarmente sensibile, più ricettivo agli stimoli, alle emozioni e alle tensioni dell’ambiente. Questa sensibilità, che egli considera un tratto temperamentale e non una patologia, può essere ereditata e spesso si ritrova all’interno delle stesse famiglie. Tuttavia, ciò che viene trasmesso non è l’ADHD in sé, ma una maggiore vulnerabilità neuroemotiva. Secondo Maté, parlare di genetica dell’ADHD rischia di semplificare eccessivamente un fenomeno che riguarda il modo in cui un bambino impara a regolarsi in relazione al mondo.
Nella sua prospettiva, l’ADHD emerge quando un bambino altamente sensibile cresce in un contesto che, per varie ragioni, non riesce a offrire una regolazione emotiva sufficiente. Non si tratta necessariamente di traumi evidenti o di genitori inadeguati, ma anche di stress cronico, tensioni relazionali, assenze emotive involontarie o ritmi di vita troppo intensi. In queste condizioni, il bambino sviluppa strategie adattive per proteggersi e autoregolarsi, per cui la disattenzione può diventare una forma di ritiro, l’iperattività un modo per scaricare la tensione, l’impulsività una risposta ad un sovraccarico interno. Col tempo, queste modalità si stabilizzano e vengono riconosciute come sintomi di ADHD.
Maté interpreta quindi l’ADHD non come un difetto neurobiologico, ma come un adattamento precoce a un ambiente vissuto come eccessivo per quel particolare sistema nervoso. Questo spiega, secondo lui, anche perché l’ADHD sembri ripetersi nelle famiglie: genitori sensibili e spesso a loro volta non diagnosticati possono avere maggiori difficoltà di autoregolazione emotiva, creando senza volerlo un contesto più stressante per un bambino altrettanto sensibile. La trasmissione, in questa lettura, è quindi intergenerazionale ma non riducibile ai soli geni.
Questa posizione si discosta in modo significativo dal consenso scientifico attuale, che attribuisce all’ADHD un’elevata ereditabilità e riconosce un ruolo centrale ai fattori genetici, seppur in interazione con l’ambiente. La teoria di Maté è stata criticata per la sua scarsa aderenza ai dati genetici su larga scala, ma resta influente perché riporta al centro la dimensione dell’esperienza soggettiva, dell’attaccamento e della storia di sviluppo della persona.
L’ADHD per Maté, non è ciò che una persona è geneticamente destinata a diventare, ma è l'esito di ciò che è accaduto ad una sensibilità precoce nel suo incontro con il mondo esterno.

Gabor Maté e la sua prospettiva su adhd e altro
Incontro online per i genitori
23 maggio ore 15 su Zoom
Per info e iscrizioni scrivere a [email protected]
Iscrizioni fino ad esaurimento posti.

02/01/2026

PERCORSO DI PSICOMOTRICITÁ RELAZIONALE

Un'esperienza unica di osservazione, esplorazione, apprendimento, in un ambiente dedicato e in linea con lo sviluppo emotivo, cognitivo, relazionale dei piccoli.

👉 Primo ciclo in partenza il giorno 14 gennaio dalle 17 alle 17.45 presso lo Spazio NU a Pontedera.

Scrivimi se vuoi partecipare o avere info: [email protected]
www.cristianasoldaini.it

Indirizzo

Pisa

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