Dott.ssa Eleonora Bellini - Medico e Psicoterapeuta

Dott.ssa Eleonora Bellini - Medico e Psicoterapeuta Psicoterapia per adulti e adolescenti
a Pistoia e online
Albo OMCEO Pistoia n.2225
Psicosintesi
EMDR

30/08/2026

🌱Oggi vorrei parlare del "lasciare andare".

Quante volte ti è capitato di pensare di lasciar andare qualcosa che ti appesantisce? Un lavoro non gratificante, una relazione che svuota e non riempie, una cattiva abitudine...?

All'inizio pensi "che bello" ma dopo poco la sensazione di liberazione lascia il posto a paura, dubbi...e alla fine ci ripensi. Meglio il certo dell'incerto. Meglio il conosciuto dell'ignoto.

E rimandi la decisione. "Posso aspettare ancora".

C'è un meccanismo che ci tiene inchiodati più di quanto pensiamo alle nostre "sicurezze": più abbiamo investito in qualcosa - tempo, energie, dolore, anni - più ci sembra impossibile andarcene. Come se restare fosse l'unico modo per non aver sprecato tutto. In gergo si chiama "fallacia dei costi sommersi".

Il tempo già vissuto però non torna. E continuare a investire dove non cresce nulla non recupera quello che è stato perso.
Non si può cercare acqua in un pozzo vuoto.

🔹 Quando scegliamo di lasciare andare qualcosa - un lavoro, una relazione, un'abitudine, un'aspettativa - la liberazione arriva ma non arriva da sola. Arriva insieme a qualcosa che assomiglia al lutto. Perché quello che lasciamo, per quanto ci possa pesare, è familiare. E il familiare, anche quando fa male, dà una forma al mondo.

🔹 Per chi ha vissuto relazioni o ambienti imprevedibili, lasciare andare è ancora più difficile. Il sistema nervoso ha imparato che restare - anche in situazioni difficili - è l'unico modo per sopravvivere. Quella resistenza, quella capacità di tenere duro, allora era intelligenza pura.

Il problema è che continua a funzionare anche quando non serve più. Anche quando lasciare andare sarebbe la cosa più sana che si possa fare.

🌿 Lasciare andare non è perdere quello che si è investito. È smettere di pagare un costo che nessuno ci restituirà.
E quella paura che si sente nel momento della scelta? Non è un segnale che stiamo sbagliando. È il suono del cambiamento.

27/08/2026

Può passare mezz’ora a raccontare a ChatGPT quello che prova, quello che gli è successo, quello che pensa e, quando glielo chiedi tu, risponderti semplicemente “niente”.

Quindi si fida più di lei? Non necessariamente, la domanda fondamentale da farsi oggi è un’altra, perché con lei riesce a parlare e con me, in quel momento, no?
Per capirlo entriamo insieme nella sua testa.

Quando parla con te, con gli amici o con altri adulti, non parte ogni volta da zero, il suo cervello utilizza anche quello che ha già imparato dalle esperienze precedenti, quindi può aspettarsi di essere giudicato, frainteso, interrotto, può partire già prevenuto perché immagina ancora prima di iniziare la faccia che farai, la domanda che arriverà, il consiglio che non ha chiesto oppure una reazione che altre volte lo ha fatto chiudere.

Quando ha paura del giudizio dell’altro, si sente inadeguato oppure fa fatica persino lui a capire bene quello che sta provando, raccontarlo diventa ancora più difficile, perché mentre cerca di capire cosa dire e come dirlo deve gestire contemporaneamente anche quello che potrebbe succedere dall’altra parte.

Con una chat di Intelligenza Artificiale tutto questo viene meno, può decidere quando iniziare, cosa dire, quanto dire, fermarsi, cancellare, cambiare le parole, riprendere quando vuole, non viene contrastato, trova quasi sempre una risposta accondiscendente e questo può abbassare moltissimo la tensione legata all’interazione (tranne quando gli risponde come non si aspetta e allora si incazza pure con ChatGPT).

A quel punto capisci anche perché quella conversazione può diventare molto più facile da iniziare e perché, invece di fermarti a “parla con l’IA e non parla con me”, la domanda utile diventa che cosa trova lì che gli permette di parlare e che cosa succede nella sua testa quando prova a farlo con me?

Perché se capisci questo, hai molte più informazioni anche su COME costruire uno spazio in cui parlare con te diventi più facile.

Impara cosa succede nella loro testa e soprattutto COME fare, perché capire cambia il modo in cui agisci e il modo in cui agisci cambia la loro vita.

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19/08/2026

Agosto. Un messaggio: "ci riaggiorniamo appena finite le vacanze."
Nient'altro.
Quel "ci riaggiorniamo" è rimasto lì. Senza data, senza quando, senza come stai.

🌱Oggi vorrei parlare del "sospeso".

Non del sospeso che sa di qualcosa di incompiuto o di un progetto rimandato o di decisioni ancora da prendere. Pure quel sospeso pesa ma si può gestire.

Vorrei parlare del sospeso secondo me più pesante: il sospeso relazionale.

Quando con qualcuno le cose restano a metà, non per scelta condivisa ma perché a un certo punto uno dei due "semplicemente" sparisce. O si allontana. O dice "ci riaggiorniamo", senza dire davvero cosa sta succedendo.

🔹 La differenza tra un sospeso che si può portare e uno che logora sta quasi sempre lì: nel fatto che sia stato nominato oppure no.

Un "ho bisogno di tempo" cambia tutto rispetto al silenzio. Non perché risolva qualcosa ma perché riconosce anche l'esistenza dell'altro.

Dice: ci sei, ti vedo, questo tra noi esiste.

Il silenzio invece lascia soli con le domande.

E le domande senza risposta diventano storie, spesso più dolorose della realtà.

🔹 Questo vale nelle amicizie, nelle relazioni d'amore, in famiglia. Vale anche in terapia, dove il sospeso non detto può diventare l'ennesima conferma di qualcosa che si porta da tempo: che le relazioni finiscono senza spiegazioni, che non si merita una parola, che tanto l'altro non regge.

🌿 Nominarsi, anche quando è difficile, è un atto di cura. Verso l'altro e verso di sé.

📬C'è qualcuno con cui hai qualcosa in sospeso che non hai ancora trovato le parole per dire?

03/08/2026

🌱Lo scoprii quasi per caso, molti anni fa, studiando.
Adulto viene dal latino "adultus", participio passato di "adolescere", crescere. Una radice antica che porta dentro il significato di essere stati nutriti, alimentati. E adolescente? Colui che è ancora in quel processo.
🌿Mi sono fermata su quella parola. Nutriti.
🔹 Nutriti non solo di cibo, ovviamente. Nutriti di sguardi che riconoscono. Di braccia che contengono. Di voci che calmano. Di presenze che dicono, senza parole: ci sono, sei al sicuro, quello che senti ha senso.
Quando questo nutrimento c'è stato, magari non perfetto, non sempre ma sufficientemente presente, si costruisce qualcosa di interno che assomiglia a delle fondamenta. Di quelle che resistono alle scosse. Non perché la vita non faccia male ma perché dentro c'è qualcosa che regge.
🔹 Quando invece quel nutrimento è mancato o è arrivato in modo imprevedibile, condizionato, insufficiente, le fondamenta restano fragili. E le scosse, anche quelle normali della vita, fanno tremare tutto.
🪷 Quello che non si è ricevuto si può, almeno in parte, trovare. In una relazione terapeutica, in un percorso, in uno spazio in cui finalmente qualcuno si ferma e nutre, con attenzione, con presenza, con riconoscimento.
Si può nutrire solo se si è stati nutriti. Ma si può anche imparare, da adulti, a ricevere nutrimento per la prima volta.
E da lì ricominciare a crescere.
💬 Tu senti di essere stato nutrito abbastanza?

25/07/2026

📋Questo post è ispirato a storie cliniche reali ma profondamente modificate per proteggere la privacy. Se vi riconoscete è perché certi dolori sono universali e certi percorsi di liberazione anche.

Era a una gara. In mezzo alla folla, sotto il sole. Eppure a un certo punto il corpo ha smesso di obbedire: cuore che batteva forte, respiro che non arrivava, la sensazione di non poter scappare.
Non capiva perché. Non c'era nessun pericolo reale.
🔹 Quando è arrivato da me, parlava del panico come di qualcosa di estraneo, qualcosa che gli era capitato senza senso. Preciso, controllato, abituato a gestire tutto da solo, era il tipo di persona che non chiede aiuto, che non mostra cosa prova. Che va avanti.

Lavorando insieme è emerso un ricordo. Da bambino era rimasto chiuso in cantina a casa dei nonni. Buio, silenzio, nessuno che arrivava.
Quando finalmente lo avevano liberato, non aveva detto niente. Era andato a letto e aveva pianto tutta la notte, da solo.

🔹 Quella notte il sistema nervoso di quel bambino aveva fatto l'unica cosa possibile: aveva imparato a non contare sull'altro. Le emozioni erano diventate qualcosa da nascondere, non per scelta ma per sopravvivenza. Se nessuno arriva quando piangi, smetti di piangere. Se nessuno ti vede quando hai paura, impari a non mostrarla. Non solo agli altri: a te stesso.
È così che certi bambini diventano adulti molto capaci, molto autonomi, molto soli.

🌿 Con l'EMDR abbiamo lavorato su quel ricordo, su quel bambino solo nel buio. Piano piano qualcosa si è spostato in profondità: il corpo ha smesso di portare quella paura come se fosse ancora lì. E quando il sistema nervoso smette di essere in allerta costante succede qualcosa di inaspettato: c'è spazio per l'altro. Non perché lo si decide, perché diventa possibile.

🔹 Un giorno mi ha raccontato che aveva detto al suo partner cosa aveva vissuto il giorno del panico. Non i fatti: quello che aveva sentito. La paura, la vergogna, il senso di essere intrappolato.
Non era stato un atto di coraggio nel senso comune. Era il risultato di qualcosa che si era liberato dentro: la certezza, finalmente corporea e non solo razionale, che mostrarsi non significa necessariamente essere abbandonati.
Il partner lo aveva ascoltato. E lui aveva scoperto che mostrarsi non aveva distrutto la relazione: li aveva avvicinati.

💬 A volte un sintomo che sembra caduto dal cielo porta dentro qualcosa di molto più antico. E a volte guarire non significa solo stare meglio: significa potersi finalmente mostrare.

21/07/2026

C'è chi, nei momenti più difficili, non chiama nessuno.

Non perché non soffra ma perché chiedere aiuto è qualcosa che il corpo non sa fare o meglio, che ha imparato a non fare.

🔹 Un paziente mi ha detto una volta: "Quando sto male preferisco sparire. Non voglio essere un peso." Lo diceva con una naturalezza disarmante, come se fosse un dato di fatto su se stesso, non qualcosa che aveva imparato.
È uno dei volti dell'attaccamento evitante. Chi lo sviluppa è spesso cresciuto in ambienti in cui il bisogno non trovava risposta o peggio, diventava fonte di disagio per chi stava vicino. La soluzione più intelligente, in quel contesto, era arrangiarsi. Diventare autonomi. Non pesare.

Il problema è che quella soluzione continua a funzionare anche quando non serve più.

🌱 In terapia, con questi pazienti, succede qualcosa di interessante. A un certo punto, magari dopo mesi, arriva un momento di difficoltà reale. E invece di sparire, restano. A volte lo dicono con le parole. Più spesso lo dice il corpo: le spalle che si abbassano, il respiro che si allarga, qualcosa che si scioglie...

🌿È lì che comincia il cambiamento. Non quando capiscono il pattern ma quando lo sentono, per la prima volta, in un posto sicuro.

Non tutti abbiamo imparato lo stesso modo di stare in relazione.Chi ha avuto figure di riferimento presenti e responsive...
11/07/2026

Non tutti abbiamo imparato lo stesso modo di stare in relazione.

Chi ha avuto figure di riferimento presenti e responsive, non perfette ma sufficientemente affidabili, ha sviluppato quello che chiamiamo attaccamento sicuro.
🔹 Nella vita adulta si riconosce così: riesce a chiedere aiuto senza sentirsi in debito, a stare da solo senza angosciarsi, a vivere la vicinanza senza paura di perdersi o di soffocare.

Chi invece è cresciuto in ambienti imprevedibili, distanti o intrusivi, ha sviluppato strategie diverse, altrettanto intelligenti ma più costose.

🔸 C'è chi tende ad aggrapparsi: ha bisogno di conferme continue, fatica a tollerare le distanze, interpreta il silenzio dell'altro come rifiuto.

🔸 C'è chi tende a chiudersi: preferisce non dipendere da nessuno, fa fatica a chiedere, si sente più al sicuro da solo.

🔸 C'è chi fa entrambe le cose: si avvicina e poi scappa, vuole vicinanza e poi la teme.

Nessuno di questi è un difetto di carattere. È una risposta adattiva a ciò che si è imparato nelle relazioni più precoci.

🌱 La buona notizia è che l'attaccamento non è un destino. Ci si può lavorare e può cambiare.

💬 Ti riconosci in qualcuno di questi pattern?

04/07/2026

Lo sapeva da tempo. Non era un momento difficile, non era un periodo difficile, era una relazione che lo lasciava sempre più svuotato di quanto lo riempisse.

Eppure continuava. Perché dire basta faceva paura. Perché forse era colpa sua. Perché magari sarebbe cambiata.

Porre un limite in una relazione che fa male non è un atto di chiusura. È il primo momento in cui ci si mette al centro.

Ma per farlo bisogna prima riuscire a sentire. Sentire davvero cosa sta succedendo dentro, non solo pensarlo, non solo saperlo razionalmente. Perché spesso la mente trova mille ragioni per restare mentre il corpo da tempo sta dicendo altro.

Imparare ad ascoltare quel segnale e a prenderlo sul serio è uno dei lavori più importanti che si possano fare in terapia.

🌿Ti è mai capitato di sapere che qualcosa non andava, ma non riuscire ad ascoltarti?

27/06/2026

Stava litigando con il partner. Voleva dire tante cose. Le sentiva, erano lì. Ma non usciva niente. Il corpo si era come fermato. La mente, vuota.
🔹 Dopo, si è sentita stupida. "Perché non ho parlato? Perché mi sono bloccata?"
Non era debolezza: era il sistema nervoso che faceva quello per cui è stato costruito. Di fronte a qualcosa che sentiva come pericolo, si è spento per proteggerla.
🔹 Si chiama risposta di freeze. È antica, automatica, involontaria. Non la scegliamo. Semplicemente accade.
Il problema è che in molte persone questo sistema si attiva facilmente, anche in situazioni che non sono davvero pericolose. Perché il corpo ha imparato, in esperienze passate, che il conflitto fa male. E se lo ricorda molto bene.
🌿 In terapia, una delle prime cose che si impara è riconoscere in quale stato si è, non per giudicarsi ma perché solo da lì si può cominciare a lavorare davvero.
Quando il corpo si ferma, c'è sempre qualcosa che sta cercando di dire.
💬 Ti è mai capitato di bloccarti così, senza capire perché?

🌱"Quando vedrò un cambiamento? Quanto ci vorrà?"Sono le domande che sento più spesso, soprattutto all'inizio di un perco...
20/06/2026

🌱"Quando vedrò un cambiamento? Quanto ci vorrà?"

Sono le domande che sento più spesso, soprattutto all'inizio di un percorso. È una domanda legittima: si soffre e si vuole sapere quando finirà.

Ma il cambiamento, quasi sempre, non arriva come ce lo aspettiamo.

Questa settimana una persona mi ha detto una cosa che mi ha colpita: non sapeva spiegarsi come fosse successo, ma quello che prima la faceva stare molto male, ora non le faceva più lo stesso effetto. Se n'è accorta perché ci ha fatto caso... esattamente come aveva imparato a fare in terapia insieme a me.

Non c'è stato un giorno preciso. Nessun prima e nessun dopo netto. Solo, a un certo punto, la capacità di notare che qualcosa, dentro, si era spostato.

È così che funziona, quasi sempre.
Il cambiamento non si annuncia. Si scopre, guardando indietro, che è già in corso.

Per questo una delle cose più importanti che si imparano in terapia non è "stare meglio", è imparare a notare come si sta. Solo da lì si può vedere quello che si muove.

Tu, ultimamente, hai notato qualcosa di diverso in te?🌿

Indirizzo

Via Molina Di Gora 4 (Farmacia Belvedere)
Pistoia
51100

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