11/09/2026
Ognuno di noi ha il suo 11 settembre.
Ognuno di noi ha sperimentato quel giorno, in cui qualcosa di interno o di esterno, impatta violentemente con la propria vita.
Si resta in piedi.. e poi, piano piano, ci si sgretola.
Il rumore dei boati, i tentativi di salvarsi — talvolta più rovinosi del crollo stesso, le vittime che cadono insieme a noi e poi il silenzio.
Il crollo. Le macerie. Il vuoto.
Poi si sceglie. Se ricostruire, come, quando e quanto ricostruire.
Di quel crollo restano due cose:
il dolore per la distruzione e il coraggio di andare avanti.
Ecco perché l'11 settembre è un evento esterno che, nella sua tragicità, risuona nella nostra psiche.
Perché di crollo aveva già parlato Winnicott, nella sua riflessione Fear of Breakdown, ma è attraverso Ogden che possiamo leggere il crollo come qualcosa che, a differenti livelli, appartiene all'esperienza di ciascuno di noi:
«Mi sembra che tutti noi, pur a differenti livelli, abbiamo avuto eventi, nella vita precoce, che hanno comportato crolli significativi del legame madre-bambino, ai quali abbiamo risposto con organizzazioni difensive psicotiche.
Ognuno di noi è consapevole che, per quanto possiamo sembrare psichicamente sani agli altri (e talvolta a noi stessi), ci sono modi importanti in cui non siamo capaci di essere vivi nella nostra esperienza: che sia l'esperienza della gioia, o la capacità di amare uno o tutti i nostri bambini, o la capacità di essere abbastanza generosi da rinunciare a qualcosa di molto importante per noi, o la capacità di perdonare qualcuno (inclusi noi stessi) che ha fatto qualcosa che ci ha ferito profondamente, o semplicemente sentirsi vivi nel mondo che ci circonda e dentro di noi.»
Il crollo, allora, non è soltanto ciò che accade fuori è anche ciò che, dentro di noi, è già accaduto.
E forse ricostruire non significa tornare a ciò che eravamo prima,
ma nel trovare un modo nuovo di tornare a essere vivi.