Dott.ssa Anna Scaglione, psicoterapeuta cognitivo comportamentale

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Dott.ssa Anna Scaglione, psicoterapeuta cognitivo comportamentale Fai una cosa per volta.

Hai presente quando ti dicono "ma sì, è solo un po' di stress", oppure "devi solo distrarti un attimo e ti passa"?​Ecco....
09/09/2026

Hai presente quando ti dicono "ma sì, è solo un po' di stress", oppure "devi solo distrarti un attimo e ti passa"?
​Ecco. Vorrei partire da qui, dalla stanchezza. Perché prima ancora dell'ansia, a volte sfinisce il doverla spiegare. Sfinisce il sentirsi dire che è tutto nella testa, come se fosse un capriccio o una mancanza di volontà, quando invece ti consuma anche fisicamente.
​L'ansia è un allarme antincendio che scatta nel cervello a pieno volume, anche quando non c'è alcun fuoco.
​È il cuore che accelera senza un motivo apparente.
​È il respiro che si fa corto, lo stomaco che si chiude in un nodo stretto.
​È quella sensazione costante di camminare sul ghiaccio sottile, sapendo che da un momento all'altro potresti cadere.
​Quello che fa più male è lo sforzo immane che si fa ogni giorno per sembrare "normali". Sorridere, rispondere ai messaggi, fare le cose di tutti i giorni mentre, dentro, c'è un terremoto in corso. Minimizzarla dicendo "ma figurati, passa tutto" non fa altro che aggiungere un carico di solitudine a chi la vive. Significa dire, "Quello che provi non è importante".
​Non c'è niente di cui vergognarsi. L'ansia non è un difetto di fabbrica e non significa che tu sia debole. Significa solo che hai lottato troppo a lungo, da sol*, e che il tuo sistema nervoso ha semplicemente bisogno di tregua.
​Se anche tu vivi con questo ospite indesiderato, voglio dirti che ti credo. Ti credo quando dici che è faticoso, ti credo quando hai bisogno di fermarti e va bene così.
​Anna

Ci sono giorni in cui la mente assomiglia a un archivio polveroso o a una sala d'attesa affollata.​Da una parte c'è ieri...
08/09/2026

Ci sono giorni in cui la mente assomiglia a un archivio polveroso o a una sala d'attesa affollata.
​Da una parte c'è ieri, con i suoi "se avessi fatto", le porte che non abbiamo saputo chiudere in tempo, le ferite che ogni tanto tornano a pungere. Ce lo portiamo dietro come un cappotto troppo pesante nel bel mezzo della primavera, convinti che liberarcene significhi dimenticare. Ma non è così. Lasciare andare il passato non vuol dire cancellarlo, significa solo smettere di farsi del male con ciò che non possiamo più cambiare.
​Dall'altra parte c'è domani, un'ombra lunga fatta di "e se poi?", di aspettative tradite, di un controllo che cerchiamo disperatamente di stringere tra le mani, finendo per logorarci. Viviamo in anticipo dolori che forse non arriveranno mai, dimenticandoci di abitare l'unico tempo che ci appartiene davvero.
​E poi c'è lei.
Una testa in giù, con il mondo capovolto. E, in quello spazio in cui i punti di riferimento svaniscono, lei non ha paura. Ha gli occhi chiusi, il viso rilassato, i capelli sciolti che seguono il vento. Ha scelto di arrendersi alla bellezza della vertigine, affidandosi completamente a questo istante.
Concediamoci il lusso di fermarci.
Abbandoniamo per un attimo lo zaino dei rimpianti e la mappa dei timori futuri. Chiudiamo gli occhi, facciamo un respiro profondo e ripetiamo a noi stessi: "Oggi sono qui. Questo basta".
​Non dobbismo risolvere tutta la vostra vita adesso, ma possiamo prenderci cura di questo respiro.
​Se il mondo pesa troppo addosso, possiamo capovolgere la prospettiva. A volte, per ritrovare la pace, basta semplicemente smettere di lottare contro il tempo e iniziare a dondolare insieme alla vita.
​Vi stringo forte in questo presente, qualunque esso sia.
Anna

Della retorica pietista e soffocante della "metà della mela", davvero, non se ne può più. Ogni volta che apro  giornali ...
06/09/2026

Della retorica pietista e soffocante della "metà della mela", davvero, non se ne può più. Ogni volta che apro giornali leggo o ascolto notizie di cronaca nera, leggo di femminicidi (usiamolo questo termine priva venga completamente abolito da qualche stratega) mascherati da "raptus", di relazioni marce spacciate per amori tragici.
​La verità è che continuiamo a nutrire un immaginario tossico. Ragazze (e ragazzi) cresciut* nell'illusione che l'amore sia una slavina che ti travolge, un annullamento totale in cui "senza di te non vivo" è il massimo traguardo romantico. Ma nella vita reale, questa roba è una minaccia, e neppure tanto velata.
​Sentirsi dire "sei la mia aria, senza di te sono perduto" non è poesia. È un cappio al collo. È un ricatto emotivo travestito da passione.
E pensate a me l'ha insegnato un uomo!
E aveva ragione!
Il "non posso vivere senza di te", è una delega di sopravvivenza mascherata da romanticismo, e la cronaca ce lo sbatte in faccia ogni giorno. Perché quando una persona dice che senza di te non può esistere, non ti sta facendo un complimento, ti sta scaricando addosso il peso della propria esistenza. E a quel punto, nn siamo più liber* di scegliere, di cambiare idea, di andare via.
Resti per pietà, per senso di colpa, resti perché hai il terrore che, se te ne vai, l'altr* si distrugga.
È una prigione a cielo aperto.
​Io non voglio un salvatore, e non ho alcuna intenzione di fare la crocerossina o la stampella emotiva di nessuno.
E lo dico da donna, da madre, da psicologa, da docente,qui non c'è nessuna ideologia, c'è la cruda e semplice igiene mentale.
​Due metà non fanno un intero, fanno una dipendenza. Solo due interi formano un tutto.
​Bisogna avere il coraggio di scegliersi persone che bastano a se stesse. Persone che stanno in piedi da sole, che non hanno bisogno di te per respirare, ma che scelgono di farlo accanto a te, un giorno dopo l'altro, per il semplice piacere di farlo, non per disperazione.
​L'amore vero non svuota e non riempie perché le persone non sono vasi rotti. L'amore amplifica, arricchisce il cuore, regala gioia, espande il mondo. Ma non è mai, e mai può essere, una questione di vita o di morte.
​E sì, bisogna avere anche il coraggio di accettare che le cose possano finire. Fa male, certo che fa male. Il dolore è contemplato. Ma non ci si perde mai perché si perde un amore, ci si perde quando si perde di vista il proprio valore, la propria dignità e la propria bussola interiore.
​Smettiamola di cercare chi ci completa. Impariamo a bastarci, e pretendiamo accanto qualcuno che sappia fare lo stesso.

02/09/2026

Le nostre fragilità e le ferite del passato non sono difetti da nascondere, ma il segno tangibile che abbiamo vissuto, lottato e siamo rinati più forti di prima.
E tu, hai mai pensato alle tue cicatrici come valore aggiunto?

07/08/2026

Il tempo delle ferie non è solo una pausa dagli impegni, è lo spazio in cui ci concediamo il permesso di rallentare, abbassare le difese e di ascoltare ciò che il nostro mondo interno sta provando a dirci tra i rumori della routine.
​Vi auguro di trascorrere giorni autentici, fatti di riposo per la mente, leggerezza per il cuore e presenza per ciò che vi fa stare bene.
Staccare è un atto di cura verso se stessi.
​Io mi fermo per ricaricare le energie e tornare con voi a settembre, pronta a riprendere il nostro cammino insieme.
​Un abbraccio, Anna

Il vero lusso non è staccare la spina, ma imparare a ricaricarsi ovunque.​La mindfulness non richiede uno studio yoga pe...
27/07/2026

Il vero lusso non è staccare la spina, ma imparare a ricaricarsi ovunque.
​La mindfulness non richiede uno studio yoga perfetto o il silenzio assoluto di una montagna. A volte basta un angolo di verde nel cuore di un villaggio vacanze, il profumo dei fiori, il calore del sole sulla pelle e la scelta consapevole di essere presenti nel qui e ora.
​Anche in mezzo al caos o al relax frenetico di una vacanza, puoi trovare il tuo centro. Respira, ascolta e riconnettiti con te stessa. Il tuo spazio interiore è sempre con te.
​Ovunque tu sia, quello è il posto giusto per iniziare.
​Qual è il tuo "angolo di pace" insolito in vacanza? Raccontamelo nei commenti!

Nel silenzio interiore, accade qualcosa di straordinario che sfida le leggi di spazio e tempo.Avete mai sentito parlare ...
11/07/2026

Nel silenzio interiore, accade qualcosa di straordinario che sfida le leggi di spazio e tempo.
Avete mai sentito parlare dell'entanglement quantistico? È un fenomeno affascinante della fisica secondo cui due particelle "entangled" rimangono connesse, anche se separate da distanze infinite. Se misuri una particella, l'altra reagisce istantaneamente. Come se la loro essenza fosse una sola, diffusa nel tessuto stesso dell'universo.
​Quando sediamo in meditazione, non stiamo solo placando i nostri pensieri. Stiamo sintonizzando la nostra energia. Stiamo abbassando la frequenza della nostra mente per percepire quelle vibrazioni più sottili.
​In quel momento di profonda connessione con te stessa/o, quel filo invisibile che ti lega a chi ami si illumina. Sentire la loro presenza, anche se sono a migliaia di chilometri di distanza, non è solo immaginazione. È una risonanza. È il tuo cuore che vibra in armonia con il loro, un entanglement d'amore che trascende ogni barriera geografica.
La mindfulness ci insegna che non siamo isole. Siamo parte di un'immensa rete. Quando ti fermi e respiri, non solo ti riconnetti con te stessa/o, ma ti riconnetti con ogni cellula dell'universo che risuona con il tuo essere.
​La prossima volta che senti la mancanza di qualcuno, non cercare di colmare il vuoto con il telefono. Siediti. Respira. Medita. E senti quella connessione quantistica che ti unisce a loro, sempre e per sempre.
​E voi? Avete mai percepito questa connessione invisibile durante i vostri momenti di silenzio interiore?

In Occidente tendiamo a nascondere le lacrime che seguono un fallimento, una sconf***a o un torto subito, considerandole...
02/07/2026

In Occidente tendiamo a nascondere le lacrime che seguono un fallimento, una sconf***a o un torto subito, considerandole un segno di debolezza o immaturità e aggiungendo così la vergogna al dolore. In Giappone, questo stato d'animo ha un nome preciso e dignitoso: Kuyashinamida, le "lacrime della frustrazione".
​Questo termine unisce il bruciore del rimpianto e della rabbia (kuyashii) al pianto (namida). Queste lacrime rappresentano la prova tangibile di quanto tenevamo a un obiettivo e del coraggio che abbiamo avuto nel metterci in gioco.
Accettare il kuyashinamida significa smettere di giudicare il proprio dolore e riconoscerlo per quello che è: l'autentica ricevuta del nostro valore e del nostro impegno.
​Asciugarsi queste lacrime non significa cancellare la ferita, ma guardarla sotto una nuova luce.
Non siamo fatti di cristallo che si frantuma, ma di metallo che si tempra.
La prossima volta che sentirete quel bruciore salirvi agli occhi dopo una caduta, non nascondetelo: quelle lacrime non stanno bagnando il terreno della vostra sconf***a, stanno alimentando il fuoco della vostra prossima rinascita.
Anna

Oggi è successa una cosa. Non so, onestamente, se definirla spiacevole o illuminante.Piangevo. Un misto tra rabbia, dolo...
22/06/2026

Oggi è successa una cosa.
Non so, onestamente, se definirla spiacevole o illuminante.
Piangevo. Un misto tra rabbia, dolore e impotenza.
Piangevo.
Quelle stesse lacrime che invito i miei pazienti a benedire, cercavo di rimandarle giu, perché qualcuno mi ha ricordato che non dovrei avere certe reazioni in quanto terapeuta.
Questa frase, goffamente consolatoria, mi ha fatto riflettere.
Sì. Avrei "dovuto" eccome.
​È paradossale e profondamente ingiusto come il mondo (e a volte quella voce feroce che abbiamo dentro) si aspetti che chi cura le ferite degli altri sia fatto di teflon, immune ai tagli. Come se la laurea e la specializzazione fossero un vaccino contro l'umanità.
Essere una psicoterapeuta non mi rende immune al dolore, alla rabbia, al lutto o agli attacchi di panico. Non sono un algoritmo.
Conoscere la mappa del lutto non rende il viaggio meno doloroso o la nebbia meno f***a. Sapere che la rabbia è una fase fisiologica non la rende meno bruciante
È viscerale, è protettiva, è intermittente. È l'energia che la psiche usa per non farsi schiacciare dal vuoto della perdita.
​È una reazione profondamente umana.
​Non c'è nulla di "sbagliato" in come ci sentiamo.
​So che non posso controllare il comportamento degli altri, ma posso proteggere il mio spazio, senza pretendere da me stessa di essere perfetta.
E se qualcuno non fosse d'accordo, ne prendo atto ma, francamente me ne infischio.
Anna

In Giappone esiste una parola, Ibasho, spesso tradotta come "il posto in cui ti senti a casa", ma la sua sfumatura più p...
15/06/2026

In Giappone esiste una parola, Ibasho, spesso tradotta come "il posto in cui ti senti a casa", ma la sua sfumatura più profonda è"Il posto dove riesci a respirare".
​Quando la vita si fa pesante, quando l'ansia stringe il petto o ci si sente smarriti, la tendenza è chiedersi: «Dove dovrei essere? Cosa dovrei fare? Chi dovrei diventare per andare bene?».
​L'Ibasho cambia la prospettiva. Non ti chiede di performare, di cambiare o di muoverti.
Ti sussurra una domanda più gentile:
​«Dove – o con chi – respiri meglio?»
​Ibasho non è necessariamente un luogo geografico. Può esserlo, certo, ma molto più spesso è fatto di elementi invisibili:
​Può essere una persona: qualcuno davanti alla quale non devi indossare maschere, con cui il tuo sistema nervoso si calma all'istante e le spalle finalmente si abbassano.
​Può essere un tempo: quei dieci minuti al mattino prima che il mondo si svegli, o il momento in cui ti dedichi a una passione dimenticata.
​Può essere un oggetto, un ricordo, un frammento di natura: il rumore delle foglie, una tazza di tè calda tra le mani, una vecchia canzone.
​Quando perdiamo il contatto con noi stessi, il respiro si fa corto, alto, difensivo.
Dimentichiamo chi siamo perché troppo occupati a sopravvivere.
​Trovare (o ritrovare) il proprio Ibasho significa darsi il permesso di esistere senza giustificazioni.
È lo spazio in cui non devi "fare", puoi solo "essere".
È la base sicura da cui ripartire per ricostruirsi.

​Un piccolo esercizio...
​Nelle prossime ventiquattro ore, provate a non cercare grandi risposte. Chiudete gli occhi per un istante e ascoltate il vostro corpo, notate i momenti di apnea, in quali situazioni o con quali persone vi accorgete che state trattenendo il fiato?
​Cercate il vostro micro-Ibasho: qual è quella cosa, anche piccolissima, che oggi ha fatto fare un sospiro di sollievo al vostro petto?
​Nessuna fretta di guarire o cambiare tutto. Per oggi, l'unico obiettivo è trovare quel minuscolo spazio in cui puoi semplicemente dire: «Qui, posso respirare».
È esattamente da lì che ricorderemo chi siamo.

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