22/06/2026
Oggi è successa una cosa.
Non so, onestamente, se definirla spiacevole o illuminante.
Piangevo. Un misto tra rabbia, dolore e impotenza.
Piangevo.
Quelle stesse lacrime che invito i miei pazienti a benedire, cercavo di rimandarle giu, perché qualcuno mi ha ricordato che non dovrei avere certe reazioni in quanto terapeuta.
Questa frase, goffamente consolatoria, mi ha fatto riflettere.
Sì. Avrei "dovuto" eccome.
È paradossale e profondamente ingiusto come il mondo (e a volte quella voce feroce che abbiamo dentro) si aspetti che chi cura le ferite degli altri sia fatto di teflon, immune ai tagli. Come se la laurea e la specializzazione fossero un vaccino contro l'umanità.
Essere una psicoterapeuta non mi rende immune al dolore, alla rabbia, al lutto o agli attacchi di panico. Non sono un algoritmo.
Conoscere la mappa del lutto non rende il viaggio meno doloroso o la nebbia meno f***a. Sapere che la rabbia è una fase fisiologica non la rende meno bruciante
È viscerale, è protettiva, è intermittente. È l'energia che la psiche usa per non farsi schiacciare dal vuoto della perdita.
È una reazione profondamente umana.
Non c'è nulla di "sbagliato" in come ci sentiamo.
So che non posso controllare il comportamento degli altri, ma posso proteggere il mio spazio, senza pretendere da me stessa di essere perfetta.
E se qualcuno non fosse d'accordo, ne prendo atto ma, francamente me ne infischio.
Anna