25/07/2026
Quando un contenuto non ci aiuta a capire, ma ci insegna chi disprezzare
Qualche giorno fa mi sono fermato su un video di Roberto Saviano. Prendeva in considerazione la finale del mondiale di calcio 2026 e, nel giro di pochi minuti, generando confusione e sovrapposizione di tantissimi livelli e argomenti diversi, senza specificità, metteva insieme politica, personaggi pubblici, nazioni, simpatie e antipatie, fino a indicare chiaramente per chi bisognasse tifare, dicendo e scrivendo, in modo molto deciso e senza tanti giri di parole: "questa volta bisogna tifare Spagna."
Non voglio tornare ancora sulla partita, né trasformare questo post in una discussione su Saviano.
Quel video mi interessa soprattutto perché mostra bene qualcosa che sui social accade ogni giorno: una persona molto esposta, percepita da tanti come credibile e autorevole, prende una realtà complessa, la riduce a pochi simboli e la consegna al pubblico sotto forma di giudizio.
A prima vista può sembrare soltanto un’opinione. In realtà, quando a parlare è qualcuno che possiede una grande influenza, le parole non arrivano mai da sole. Portano con sé la reputazione costruita nel tempo. Per questo tendiamo ad ascoltarle con meno diffidenza e ad attribuire loro una profondità che, qualche volta, il contenuto non possiede davvero.
È il cosiddetto BIAS DI AUTORITÀ: una persona considerata competente in un ambito viene percepita come affidabile anche quando parla di temi molto diversi e su cui non si hanno competenze specifiche. Non significa che debba tacere, naturalmente. Significa che la sua notorietà rischia di sostituire, nella mente di chi ascolta, la qualità del ragionamento.
Da qui inizia spesso un meccanismo molto subdolo e sottile.
Si prende il comportamento di una persona e lo si allarga al gruppo al quale appartiene. Un leader diventa il suo popolo, un episodio diventa una categoria, una frase diventa la prova che “sono tutti così”.
È la GENERALIZZAZIONE, una scorciatoia mentale che ci permette di orientarci in fretta, ma che diventa ingiusta quando cancella milioni di storie differenti.
Subito dopo può intervenire l’EFFETTO ALONE. Un giudizio negativo su una persona si allarga a tutto ciò che le sta intorno: la sua cultura, la sua professione, il suo Paese, chiunque le venga associato. Non stiamo più valutando i singoli elementi; stiamo semplicemente trasferendo un’emozione.
Poi arriva la COLPA PER ASSOCIAZIONE. Si mettono vicini nomi, immagini, parole e fatti che appartengono a piani differenti. Il legame non viene davvero spiegato, ma il nostro cervello tende comunque a costruirlo. Basta ripetere abbastanza volte due concetti nello stesso spazio narrativo perché inizino a sembrarci parte dello stesso problema.
È così che la SUGGESTIONE prende il posto dell’argomentazione.
Il passaggio decisivo, però, è la POLARIZZAZIONE. La realtà viene divisa in due campi: noi e loro, quelli giusti e quelli sbagliati, chi merita comprensione e chi può essere liquidato con un’etichetta. A quel punto non ci viene più chiesto di capire, ma di schierarci.
Ed è proprio questo che funziona benissimo sui social.
La complessità chiede tempo, attenzione e disponibilità a tollerare il dubbio. Lo scontro, invece, produce una reazione immediata. La rabbia, il disprezzo e l’indignazione ci fanno fermare, commentare, condividere. Persino quando dissentiamo, alimentiamo la diffusione di ciò che ci ha irritati.
L’algoritmo non distingue tra approvazione e rabbia. Vede attenzione.
Per questo molti contenuti non cercano davvero di informarci. Cercano di portarci rapidamente dentro uno stato emotivo dal quale sia più facile reagire. Una volta accesa l’emozione, il giudizio arriva quasi da solo.
Il problema non riguarda soltanto personaggi famosi, giornalisti o influencer. Riguarda qualunque contenuto che trasformi una persona in una categoria, una differenza in una minaccia e un’opinione in una prova morale.
Succede quando un intero popolo viene identificato con il proprio governo, quando una professione viene giudicata attraverso un singolo caso, quando una generazione viene ridotta a un’etichetta o quando chi dissente viene immediatamente collocato tra gli ignoranti, i fanatici o i nemici.
Cambiano i protagonisti, ma lo schema resta simile: si semplifica, si crea un’associazione emotiva, si individua un bersaglio e si invita il pubblico a prendere posizione.
Il risultato è che ci sembra di aver capito, mentre spesso abbiamo soltanto imparato chi dovremmo considerare colpevole.
Naturalmente non possiamo conoscere con certezza le intenzioni di chi pubblica ogni singolo contenuto. Possiamo però osservarne i meccanismi e gli effetti.
Quando, dopo aver ascoltato qualcuno, sappiamo poco più di prima ma proviamo molta più ostilità, probabilmente non abbiamo ricevuto conoscenza. Abbiamo ricevuto una direzione emotiva.
È qui che entra in gioco anche la nostra responsabilità.
Non possiamo controllare tutto ciò che appare sullo schermo, ma possiamo imparare a lasciare un piccolo spazio tra il contenuto e la reazione. Possiamo chiederci se i collegamenti siano stati dimostrati oppure soltanto suggeriti, se si stia parlando di una persona o di un’intera categoria e se quell’intervento ci stia davvero aiutando a capire.
Forse oggi lo spirito critico comincia proprio da questa domanda:
Questo contenuto sta ampliando la mia comprensione oppure sta usando le mie emozioni per scegliere, al posto mio, da quale parte devo stare?
Perché la forma di influenza più efficace non è quella che ci ordina apertamente cosa pensare. È quella che orienta ciò che proviamo e poi ci lascia convinti che il giudizio sia nato interamente dentro di noi.