Le Vie del Corpo

Le Vie del Corpo Ognuno è un essere unico e completo, che spesso si dimentica come vivere al meglio nel proprio corpo. Anche dal punto di vista motivazionale.

Percorsi di guarigione: che sia osteopatia integrata, coaching sciamanico, reiki, ginn. posturale, yoga, pilates... Insieme ritroviamo la tua integrità Ciao, mi presento: sono Rosa, osteopata, coach sciamanico, istruttrice di ginnastica posturale, yoga e pilates, operatrice di massaggio e operatrice Reiki di secondo livello; una persona che ha deciso di mettere al servizio del benessere le sue cap

acità e i suoi perfezionamenti acquisiti nel tempo con la formazione e l'esperienza. Ho alle spalle anni e anni di sport, dal nuoto al calcio, e più di venti anni di studio e pratica del Kung Fu, del Taijiquan, e di tecniche di meditazione; da diversi anni ho ricominciato a nuotare dopo un lungo tempo di pausa, e da 5 anni faccio parte di una squadra master. Questo per far capire la passione e la dimestichezza che ho con le attività sportive, agonistiche e non, e ahimè con le problematiche che spesso ne derivano. Mi piace portare le persone, che siano sportive o meno, ad avere consapevolezza del proprio corpo per poterselo vivere appieno e poterlo usare nel migliore dei modi; mi piace riportare l'equilibrio nei corpi che per un motivo o per un altro lo perdono; mi piace poter restituire quanta più funzionalità possibile quando questa si trova ad essere limitata; e soprattutto mi piace aiutare a raggiungere obiettivi risolvendo i problemi e le scuse che si frappongono fra il desiderio e la riuscita. Insomma mi piace cercare di far stare bene le persone che per un motivo o per un altro hanno perso la connessione con il proprio corpo o con la propria anima, e la vogliono ritrovare; io sono qui per aiutarvi con quanto è nelle mie capacità.

Conoscere gli alimenti ultraprocessati: come vengono progettati e prodottiCosa mangiamo davvero quando consumiamo un pac...
21/08/2026

Conoscere gli alimenti ultraprocessati: come vengono progettati e prodotti

Cosa mangiamo davvero quando consumiamo un pacchetto di patatine, una barretta ai cereali o un piatto pronto? Per molto tempo, gli scienziati hanno risposto a questa domanda limitandosi a contare i nutrienti: tenore di zuccheri, sale e grassi. Ma a partire dagli anni 2000 si è affermato un altro approccio, che non si concentra più solo su ciò che un alimento contiene, ma su ciò che ha subito prima di arrivare nel nostro piatto.

- Cosa sono dunque gli alimenti ultraprocessati e come vengono prodotti? E perché è così difficile smettere di mangiarli?

Che cos’è un alimento ultraprocessato?
Il termine “alimento ultraprocessato” viene introdotto per la prima volta nel 2009 dal ricercatore brasiliano Carlos Monteiro. Questo approccio segna una svolta importante. Fino ad allora, gli alimenti venivano valutati principalmente sulla base della loro composizione nutrizionale ovvero il tenore di zuccheri, sale, grassi e proteine(1).

Ma, a cavallo degli anni 2000, si verifica un fenomeno che attira l’attenzione dei ricercatori. In Brasile, come in molti altri Paesi, l’obesità e le malattie croniche aumentano rapidamente, anche in popolazioni svantaggiate che fino ad allora erano soprattutto colpite dalla malnutrizione. Analizzando le indagini alimentari nazionali, il team di Carlos Monteiro osserva un cambiamento profondo: gli alimenti freschi e i pasti preparati a partire da ingredienti semplici diminuiscono, mentre i prodotti industriali pronti al consumo occupano un posto sempre più importante nell’alimentazione quotidiana.

L’evoluzione delle abitudini alimentari non si riduce a un semplice aumento dell’apporto di zuccheri, sale o grassi. Riflette infatti una trasformazione più strutturale: gli alimenti e le ricette tradizionali vengono progressivamente sostituiti da prodotti industriali standardizzati.

I tradizionali strumenti di analisi nutrizionale permettono soltanto di misurare le quantità (calorie, zuccheri, sale, ecc.), ma non sono in grado di distinguere un piatto fatto in casa da un piatto industriale. Non consentono quindi di descrivere questo cambiamento nella natura dell’alimentazione. Per questo motivo, Carlos Monteiro e il suo team propongono un nuovo approccio: classificare gli alimenti in base al loro grado di trasformazione. Nel 2016, questa riflessione porta alla classificazione NOVA, che suddivide gli alimenti in quattro gruppi distinti in funzione del livello e dello scopo della trasformazione(2).

Nova 1: alimenti freschi o minimamente processati
In questo gruppo rientrano frutta e verdura, cereali, carne, pesce, uova e latte. Questi alimenti possono essere lavati, tagliati, essiccati (come la frutta essiccata), pastorizzati (latte pastorizzato) o surgelati (frutta e verdura surgelate). Ma la loro struttura subisce modifiche minime e non viene aggiunto nulla.
Obiettivo della trasformazione: conservare un alimento o renderlo adatto al consumo senza modificarlo profondamente.
Nova 2: ingredienti culinari
Questo gruppo comprende gli ingredienti utilizzati per cucinare e condire gli alimenti del gruppo 1. Si tratta, ad esempio, di olio, b***o, aceto, zucchero o sale. Sono ottenuti a partire da risorse naturali o da alimenti freschi attraverso diversi processi, come l’estrazione del sale dall’acqua di mare o la spremitura delle olive per produrre l’olio. In genere non vengono consumati da soli, ma in piccole quantità per preparare i pasti.
Obiettivo della trasformazione: produrre ingredienti per cucinare.
Nova 3: alimenti processati
Questo gruppo comprende alimenti del gruppo 1 ai quali vengono aggiunti uno o più ingredienti del gruppo 2. Possono essere preparati in casa, in un negozio artigianale o in fabbrica. Ne fanno parte, ad esempio, il pane, il formaggio, le verdure in scatola, la frutta sciroppata o i dolci fatti in casa. Si tratta di prodotti composti da un numero limitato di ingredienti, che possono essere preparati anche in casa con ingredienti che si trovano comunemente in dispensa.
Obiettivo della trasformazione: conservare gli alimenti o migliorarne il sapore attraverso l’aggiunta di alcuni ingredienti semplici.
NOVA 4: alimenti ultraprocessati
In questo gruppo rientrano formulazioni industriali che integrano ingredienti altamente processati, utilizzati quasi esclusivamente dall’industria alimentare (sciroppo di glucosio, maltodestrina, isolati proteici, ecc.), oltre ad additivi destinati a modificare la consistenza, il colore o il sapore degli alimenti. I prodotti di questa categoria sono pensati per essere pratici, appetibili e a lunga conservazione.
Obiettivo della trasformazione: creare un prodotto industriale pronto al consumo, pratico, appetibile e che si conservi a lungo.

La classificazione NOVA si basa quindi su un principio centrale: classificare gli alimenti in base al modo in cui vengono processati e all’obiettivo di tale trasformazione. Tuttavia, questo approccio solleva una difficoltà pratica. Nella maggior parte dei casi, i processi industriali utilizzati per la produzione di un alimento non sono accessibili al consumatore: queste informazioni non sono indicate sull’etichetta del prodotto(3).

Nel 2019, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO) propone quindi un approccio più operativo per identificare gli alimenti ultraprocessati(4). Piuttosto che basarsi sui processi di produzione, spesso invisibili al consumatore, la FAO suggerisce di osservare un indicatore accessibile: la lista degli ingredienti, obbligatoria su tutti i prodotti confezionati. Infatti, secondo la FAO, alcuni ingredienti e additivi sono caratteristici degli alimenti ultraprocessati:

Gli ingredienti industriali:
si tratta di ingredienti che non si trovano in genere nella cucina di casa. Vengono aggiunti intenzionalmente ai prodotti per modificarne la struttura e/o ridurre i costi di produzione. Ne fanno parte, ad esempio, gli oli idrogenati, le proteine idrolizzate, le carni separate meccanicamente, gli amidi modificati, gli sciroppi di glucosio, ecc.
Gli additivi alimentari detti “cosmetici”:
gli alimenti ultraprocessati contengono generalmente numerosi additivi che servono a migliorare l’aspetto, intensificare il gusto o rendere la consistenza degli alimenti più gradevole. Si parla di additivi “cosmetici” perché agiscono sulle percezioni visive e sensoriali, come un make-up che maschera un alimento autentico. Tra i più comuni figurano i coloranti artificiali, i dolcificanti come l’aspartame o il sucralosio, gli agenti di consistenza come i mono- e digliceridi degli acidi grassi o alcune gomme, gli esaltatori di sapidità come il glutammato monosodico, e gli aromi.
Secondo l’approccio proposto dalla FAO, la presenza nella lista degli ingredienti di almeno un ingrediente industriale o di un additivo “cosmetico” costituisce un indicatore del fatto che il prodotto appartiene alla categoria degli alimenti ultraprocessati.

Questo approccio non sostituisce la classificazione NOVA, ma ne facilita l’applicazione. Basandosi sulla lista degli ingredienti, un’informazione presente sulle confezioni e obbligatoria per legge, la FAO propone un metodo concreto per identificare gli alimenti ultraprocessati.

- Scomporre e ricomporre: come l’industria produce gli alimenti ultraprocessati
A differenza di un piatto fatto in casa, in cui si assemblano ingredienti integri, gli alimenti ultraprocessati derivano da un processo industriale in più fasi che consiste nello scomporre la struttura naturale degli alimenti per poi ricomporla artificialmente.

Fase 1: la scomposizione (o “cracking”)
Il processo ha inizio con materie prime a basso costo, spesso provenienti da grandi monocolture fortemente sovvenzionate (mais, grano, soia, piselli, ecc.) oppure da sottoprodotti di altre filiere (tagli di carne di bassa qualità, siero di latte derivato dall’industria casearia, ecc.)(5).

Queste materie prime non vengono utilizzate così come sono, ma vengono trasformate per estrarne i diversi componenti. L’industria le “destruttura”, separando proteine, zuccheri, fibre e grassi. Questa fase consente di ottenere ingredienti standardizzati: polveri, oli o sciroppi, spesso incolori e talvolta quasi insapori.

Durante questo processo, la struttura naturale dell’alimento viene profondamente modificata. Quello che i ricercatori chiamano “matrice”, cioè l’organizzazione complessa che lega tra loro i nutrienti e che influenza la digestione dopo il consumo, scompare. L’alimento non è più un insieme coerente, ma una serie di componenti separati, pronti per essere riassemblati(6-8).

Fase 2: la ricomposizione
Una volta separati i componenti, è necessario ridare loro una forma. Queste polveri, oli e sciroppi non hanno più l’aspetto né la consistenza di un alimento: devono quindi essere riassemblati per diventare un prodotto adatto al consumo.

Concretamente, tutti questi elementi vengono miscelati e rilavorati per formare una preparazione uniforme. L’obiettivo è ottenere un prodotto stabile: una salsa che non si separa, una crema liscia, un biscotto identico da un lotto all’altro.

È a questo punto che entrano in gioco gli additivi. Gli agenti texturizzanti servono a conferire morbidezza o croccantezza, gli emulsionanti danno cremosità, i coloranti apportano una colorazione più appetibile e gli aromi permettono di riprodurre il gusto di un frutto, della carne o di un ingrediente talvolta assente(9).

La preparazione può quindi essere ottenuta attraverso processi industriali come la cottura-estrusione. Questa tecnica consiste nel sottoporre la materia a un’elevata pressione e a temperature elevate, facendola poi passare attraverso una matrice che le conferisce la forma finale. Sotto l’effetto combinato di calore e pressione, la struttura viene profondamente modificata: il prodotto può diventare croccante e leggero. È così che vengono prodotti molti cereali da colazione e alcuni snack salati soffiati.

Al termine di questa fase, non abbiamo più di fronte soltanto un alimento lavorato, ma un assemblaggio industriale.

- Come distinguere alimenti processati vs ultraprocessati?
La trasformazione è una tecnica antica e spesso necessaria per facilitare la conservazione o migliorare la digeribilità di un alimento, o semplicemente renderlo più gustoso(10). Si può, ad esempio, fermentare il latte per ottenere lo yogurt, cuocere della frutta troppo matura per trasformarla in composta, fare il pane a partire dalla farina oppure preparare uno stufato a base di carne e verdure che si conservi per diversi giorni. Gli alimenti processati (NOVA 3) rientrano in questa logica. Possono, in linea di principio, essere preparati in una cucina domestica con ingredienti di uso comune(11).

Un prodotto diventa ultraprocessato quando non è più semplicemente “preparato”, ma “costruito”. Non si tratta più di unire ingredienti di uso comune, ma di assemblare ingredienti altamente modificati e aggiungere additivi per ricreare artificialmente una consistenza, un gusto o un aspetto, spesso molto lontani dall’alimento originale. L’obiettivo non è soltanto conservare o migliorare un alimento esistente, ma creare un prodotto standardizzato, appetibile e altamente redditizio(12).

Prendiamo l’esempio di una torta. Una torta fatta in casa in genere contiene farina, uova, b***o e zucchero. La lista degli ingredienti è breve e facilmente comprensibile. Ha un costo di produzione compreso tra 3 e 5 euro e si conserva per meno di cinque giorni in frigorifero. Una torta industriale invece può contenere sciroppo di glucosio, oli raffinati, amidi modificati, aromi o emulsionanti: la lista degli ingredienti è molto più lunga e include sostanze che non si trovano in una cucina domestica. Ha un costo di produzione di circa 30 centesimi e può conservarsi per diversi mesi sugli scaffali del supermercato(13).

- Prodotti studiati per risultare irresistibili
La progettazione degli alimenti ultraprocessati non mira soltanto a produrre alimenti pratici ed economici. Ha anche un altro obiettivo centrale per l’industria: massimizzare il piacere percepito durante il consumo. Per raggiungere questo scopo, le aziende si avvalgono di team specializzati in analisi sensoriale(14).

Uno dei concetti chiave in questo ambito è quello del “punto di massima piacevolezza sensoriale” (bliss point). Questo concetto viene sviluppato negli anni ’70 dallo psicologo americano Howard Moskowitz, formatosi ad Harvard. Ricercatore specializzato nello studio del gusto, pubblica in quel periodo diversi lavori scientifici sulla relazione tra concentrazione di zucchero e piacere percepito. Secondo i suoi studi, il piacere aumenta con l’aumentare della concentrazione di zucchero, per poi diminuire quando la quantità diventa eccessiva. Lo stesso vale per sale e grassi: esiste un livello preciso in cui il sapore viene percepito come “perfetto”(15).

Negli anni ’80, Moskowitz diventa consulente e applica questi metodi all’industria agroalimentare. Per aiutare i marchi a ottimizzare le proprie ricette, sviluppa un metodo basato su test sensoriali a larga scala. Centinaia di persone assaggiano diverse versioni dello stesso prodotto, nelle quali le proporzioni di zucchero, sale o grassi variano leggermente. Analizzando le loro preferenze, identifica la combinazione precisa di questi elementi in grado di massimizzare il piacere gustativo. Né troppo, né troppo poco: è il dosaggio perfetto che rende un prodotto irresistibile. Quando un prodotto raggiunge questa soglia, diventa particolarmente difficile limitarne il consumo.

Il metodo incontra rapidamente un notevole successo nell’industria agroalimentare. Negli anni ’80 e ’90, numerosi grandi marchi, tra cui Pepsi, Unilever, Dr Pepper e Tropicana, ricorrono a queste tecniche di ottimizzazione sensoriale per rivedere i propri prodotti. Un esempio spesso citato è quello del brand Campbell’s, che nel 1986 chiede a Moskowitz di lavorare sulla salsa di pomodoro Prego, la cui popolarità era allora in calo. I test condotti sui consumatori permettono di identificare i livelli di zucchero, sale e grassi che determinano il grado più elevato di soddisfazione. La ricetta viene quindi modificata per raggiungere questo livello ottimale di piacere, il bliss point, e il prodotto conosce un importante successo commerciale(16,17).

A partire dagli anni ’90, queste tecniche si perfezionano ulteriormente. Vengono utilizzati metodi derivanti dalle neuroscienze per analizzare direttamente le reazioni del cervello di fronte agli alimenti. Invece di limitarsi a ciò che le persone dichiarano di apprezzare, i neuroscienziati cercano di misurare i segnali cerebrali associati al piacere e alla ricompensa. Alcuni utilizzano tecniche di imaging cerebrale per osservare l’attività cerebrale durante la degustazione di diversi alimenti(18).

Questi lavori mostrano che alcuni alimenti attivano in modo significativo i circuiti cerebrali legati alla ricompensa. È il caso di prodotti ricchi di zuccheri e grassi, che stimolano il rilascio di dopamina, un neurotrasmettitore associato alla sensazione di piacere. Tali conoscenze vengono progressivamente integrate nella progettazione dei prodotti alimentari. Le aziende cercano di riprodurre le caratteristiche sensoriali in grado di attivare le risposte di gratificazione più intense(19).

I ricercatori parlano in questo caso di alimenti “iper-appetibili” (hyper-palatable): dei prodotti progettati per determinare una risposta particolarmente marcata del sistema di ricompensa. Questi alimenti sono formulati per offrire un’esperienza multisensoriale che coinvolge i cinque sensi. Il gusto, la consistenza, l’odore e l’aspetto degli alimenti vengono infatti accuratamente studiati per rendere l’esperienza di consumo particolarmente gratificante(20).

Gli alimenti che attivano maggiormente questi circuiti contengono spesso elevate quantità di zuccheri e grassi, un’associazione che non si riscontra negli alimenti non trasformati. Ad esempio, la frutta è ricca di carboidrati ma povera di grassi, mentre il salmone o la frutta secca sono ricchi di grassi ma poveri di carboidrati. La combinazione di zuccheri e grassi può amplificare la risposta del sistema di ricompensa e favorire il desiderio di consumarne nuovamente(21,22).

Alcuni ricercatori sostengono che questi alimenti iper-appetibili possano mimare alcuni meccanismi tipici della dipendenza: attivando gli stessi circuiti cerebrali della ricompensa coinvolti anche durante il consumo di alcune droghe, favorirebbero comportamenti di consumo compulsivo(23,24). Due fattori in particolare giustificherebbero questa affinità: l’elevata concentrazione di ingredienti altamente gratificanti per il cervello e un livello di assorbimento particolarmente rapido da parte dell’organismo. Per studiare questo fenomeno, gli scienziati hanno sviluppato una scala chiamata Yale Food Addiction Scale, volta a identificare i comportamenti di dipendenza legati all’alimentazione. Un’analisi che ha riunito oltre 280 studi basati su questa scala stima che circa il 14% degli adulti e il 12% dei bambini presenti segni di dipendenza alimentare associati al consumo di alimenti ultraprocessati(25,26).

Julie Chapon & Gabriela Mourad Vicenssuto



Fonti

¹ Monteiro, C.A., 2009. Nutrition and health. The issue is not food, nor nutrients, so much as processing. Public Health Nutrition, 12(5), pp. 729–731. https://doi.org/10.1017/S1368980009005291
² Monteiro, C.A. et al., 2016. NOVA. The star shines bright. World Nutrition, 7(1–3). https://www.worldnutritionjournal.org/index.php/wn/article/view/5
³ Martinez-Steele, E., Khandpur, N., Batis, C., Bes-Rastrollo, M., Bonaccio, M., Cediel, G., Huybrechts, I., Juul, F., Levy, R.B., da Costa Louzada, M.L., Machado, P.P., Moubarac, J.C., Nansel, T., Rauber, F., Srour, B., Touvier, M., and Monteiro, C.A., 2023. Best practices for applying the Nova food classification system. Nature Food, 4(6), pp. 445–448. https://doi.org/10.1038/s43016-023-00779-w
⁴ Food and Agriculture Organization of the United Nations (FAO), 2019. Ultra-processed foods, diet quality, and health using the NOVA classification system. https://openknowledge.fao.org/server/api/core/bitstreams/5277b379-0acb-4d97-a6a3-602774104629/content
⁵ BeMiller, J.M., 2009. One Hundred Years of Commercial Food Carbohydrates in the United States. Whistler Center for Carbohydrate Research, Purdue University.https://college.agrilife.org/talcottlab/wp-content/uploads/sites/108/2019/01/100-Years-of-Carbs-in-the-US.pdf
⁶ Miller, G.D., Ragalie-Carr, J., and Torres-Gonzalez, M., 2023. Perspective: Seeing the Forest Through the Trees: The Importance of Food Matrix in Diet Quality and Human Health. Advances in Nutrition, 14(3), pp. 363–365. https://doi.org/10.1016/j.advnut.2023.03.005
⁷ Fardet, Anthony, 2020. L'effet matrice des aliments. Webinar SIGA. https://www.youtube.com/watch?v=_41Ak_XIK0c
⁸ Weaver, C.M. and Givens, D.I., 2025. Overview: the food matrix and its role in the diet. Critical Reviews in Food Science and Nutrition, 65(30), pp. 6880–6897. https://doi.org/10.1080/10408398.2025.2453074
⁹ Fardet, A., 2018. Characterization of the Degree of Food Processing in Relation With Its Health Potential and Effects. Advances in Food and Nutrition Research, 85, pp. 79–129. https://doi.org/10.1016/bs.afnr.2018.02.002
¹⁰ Furness, J.B. and Bravo, D.M., 2015. Humans as cucinivores: comparisons with other species. Journal of Comparative Physiology B, 185(8), pp. 825–834. https://doi.org/10.1007/s00360-015-0919-3
¹¹ Monteiro, C.A., Cannon, G., Moubarac, J.C., Levy, R.B., Louzada, M.L.C., and Jaime, P.C., 2018. The UN Decade of Nutrition, the NOVA food classification and the trouble with ultra-processing. Public Health Nutrition, 21(1), pp. 5–17. https://doi.org/10.1017/S1368980017000234
¹² Monteiro, C.A., Lawrence, M., Millett, C., Nestle, M., Popkin, B.M., Scrinis, G. et al., 2021. The need to reshape global food processing: a call to the United Nations Food Systems Summit. BMJ Global Health, 6:e006885. https://doi.org/10.1136/bmjgh-2021-006885
¹³ Maybury, Brandt, n.d. Tastehead – Food Product Development. https://www.tastehead.com/food-product-development
¹⁴ Gofman, Alex, Moskowitz, Howard R. et al., 2012. Rule Developing Experimentation: A Systematic Approach to Understand & Engineer the Consumer Mind.
¹⁵ Moskowitz, Howard R. and Gofman, Alex, 2007. Selling Blue Elephants: How to Make Great Products That People Want Before They Even Know They Want Them.https://ptgmedia.pearsoncmg.com/images/9780136136682/samplepages/0136136680.pdf
¹⁶ ARTE, 2025. Tous accros : le piège des aliments ultratransformés. Documentary. https://www.youtube.com/watch?v=kODhfdlUjLs
¹⁷ Moskowitz, H.R., 2022. The perfect is simply not good enough – Fifty years of innovating in the world of traditional foods. Food Control.
¹⁸ O'Doherty, J., Rolls, E.T., Francis, S., Bowtell, R., and McGlone, F., 2001. Representation of pleasant and aversive taste in the human brain. Journal of Neurophysiology, 85(3), pp. 1315–1321. https://doi.org/10.1152/jn.2001.85.3.1315
¹⁹ van Tulleken, C., 2025. Ultra-processed foods and public health: Evidence of harm and of conflicts of interest in the food industry to evade regulation. Future Healthcare Journal, 12(2), 100263. https://doi.org/10.1016/j.fhj.2025.100263
²⁰ Bellitti, J.S. and Fazzino, T.L., 2023. Discounting of Hyper-Palatable Food and Money: Associations with Food Addiction Symptoms. Nutrients, 15, 4008. https://doi.org/10.3390/nu15184008
²¹ DiFeliceantonio, A.G., Coppin, G., Rigoux, L., Edwin Thanarajah, S., Dagher, A., Tittgemeyer, M., and Small, D.M., 2018. Supra-Additive Effects of Combining Fat and Carbohydrate on Food Reward. Cell Metabolism, 28(1), pp. 33–44.e3. https://doi.org/10.1016/j.cmet.2018.05.018
²² Avena, N.M., Rada, P., and Hoebel, B.G., 2008. Evidence for sugar addiction: behavioral and neurochemical effects of intermittent, excessive sugar intake. Neuroscience & Biobehavioral Reviews, 32(1), pp. 20–39. https://doi.org/10.1016/j.neubiorev.2007.04.019
²³ Loch, L.K., Kirch, M., Singer, D.C., Solway, E., Roberts, J.S., Kullgren, J.T. et al., 2026. Ultra-processed food addiction in a nationally representative sample of older adults in the USA. Addiction, 121(3), pp. 510–521. https://doi.org/10.1111/add.70186
²⁴ Schulte, E.M., Yokum, S., Jahn, A., and Gearhardt, A.N., 2019. Food cue reactivity in food addiction: A functional magnetic resonance imaging study. Physiology & Behavior, 208, 112574. https://doi.org/10.1016/j.physbeh.2019.112574
²⁵ Gearhardt, A.N., Bueno, N.B., DiFeliceantonio, A.G., Roberto, C.A., Jiménez-Murcia, S., Fernandez-Aranda, F. et al., 2023. Social, clinical, and policy implications of ultra-processed food addiction. BMJ, 383:e075354. https://doi.org/10.1136/bmj-2023-075354
²⁶ Praxedes, D.R.S., Silva-Júnior, A.E., Macena, M.L., Oliveira, A.D., Cardoso, K.S., Nunes, L.O., Monteiro, M.B., Melo, I.S.V., Gearhardt, A.N., and Bueno, N.B., 2022. Prevalence of food addiction determined by the Yale Food Addiction Scale and associated factors: A systematic review with meta-analysis. European Eating Disorders Review, 30(2), pp. 85–95. https://doi.org/10.1002/erv.2878

https://yuka.io/it/feature/conoscere-alimenti-ultraprocessati/

Dalla cucina al laboratorio: come l’industria ha trasformato la nostra alimentazione nel giro di due secoli Per millenni...
14/08/2026

Dalla cucina al laboratorio: come l’industria ha trasformato la nostra alimentazione nel giro di due secoli


Per millenni, trasformare gli alimenti è stato un gesto di sopravvivenza. Salare la carne in vista dell’inverno, fermentare il latte per evitare che si deteriorasse, cuocere i cibi per renderli più digeribili. La logica era semplice: partire da un alimento fresco e applicare pochi passaggi chiave. In questo modo, il prodotto finale restava riconoscibile.

Oggi, percorrendo i corridoi di un supermercato, il contrasto è evidente. Colori artificiali, forme standardizzate, liste di ingredienti interminabili… I semplici passaggi di un tempo hanno lasciato spazio a processi industriali complessi e impossibili da riprodurre nella propria cucina. Gli alimenti ultraprocessati rappresentano ormai in molti Paesi tra il 60% e il 70% dell’offerta alimentare. Alcune popolazioni ne sono esposte in modo particolarmente preoccupante, soprattutto tra i più giovani. Negli Stati Uniti e nel Regno Unito, gli alimenti ultraprocessati rappresentano oltre il 60% delle calorie consumate da bambini e adolescenti(1-3). In Francia, Canada o Australia, questa quota si avvicina al 50%. Anche in Italia o in Brasile, dove l’esposizione è più bassa, supera comunque il 25%(4).

Come siamo arrivati a questo punto? Quali sono le conseguenze per la salute? E come possiamo imparare a riconoscere gli alimenti ultraprocessati per ridurne il consumo?

- La nascita dell’alimentazione industriale
Nel 1810, Napoleone inizia a cercare un modo per conservare gli alimenti per le sue truppe. Il francese Nicolas Appert inventa un procedimento semplice: riscaldare gli alimenti in contenitori chiusi. Nascono così le conserve! Per la prima volta, la trasformazione degli alimenti diventa standardizzata. Frutta, verdura, carne e pesce possono essere trasportati su lunghe distanze e conservati a lungo(5-7).

Con la seconda rivoluzione industriale, le giornate di lavoro si allungano. L’alimentazione deve quindi adattarsi a questi nuovi ritmi: c’è bisogno di produrre di più, più velocemente e di poter conservare gli alimenti più a lungo. È in questo contesto che, alla fine del XIX secolo, i prodotti ottenuti con queste tecniche di trasformazione e conservazione degli alimenti si diffondono progressivamente anche tra la popolazione civile.

Nascono marchi ancora oggi onnipresenti. Nestlé entra sul mercato nel 1866 con un latte artificiale destinato ai neonati che non potevano essere allattati(8). Maggi nasce nel 1885 con la prima zuppa istantanea, pensata per nutrire rapidamente e a basso costo una popolazione operaia con poco tempo e poche risorse economiche(9). L’anno successivo compare Coca-Cola, inizialmente con uno sciroppo venduto come tonico per affrontare meglio la giornata di lavoro(10). Il marchio americano Campbell diventa famoso nel 1897 grazie alle sue zuppe in scatola già pronte, ideali per la vita urbana e il lavoro in fabbrica(11). La trasformazione non serve più soltanto a conservare il cibo: permette di nutrire popolazioni urbane sempre più numerose con alimenti facili da distribuire e meno costosi da produrre.

In questo periodo, l’industria inizia anche a ricorrere a sostanze sintetiche. Alcuni coloranti, derivanti in particolare dal carbone e talvolta molto tossici, vengono utilizzati per migliorare l’aspetto dei prodotti e mascherarne la scarsa qualità. Queste pratiche sfuggono presto di mano, al punto che gli Stati Uniti adottano nel 1906 il Food and Drugs Act, una delle prime leggi a regolamentare l’uso degli additivi alimentari per tenere sotto controllo l’impiego di questi coloranti(12).

Le due guerre mondiali accelerano ulteriormente il processo. È necessario nutrire milioni di soldati con prodotti facili da trasportare, stabili e pronti al consumo: latte in polvere, zuppe disidratate, conserve e razioni confezionate si diffondono ampiamente(13,14).

Alla fine dei conflitti bellici, queste innovazioni restano. Le fabbriche e i processi produttivi sono ormai già in funzione. Così, per trovare nuovi sbocchi a questi prodotti, l’industria si rivolge alla popolazione. I prodotti inizialmente pensati per l’esercito entrano quindi nelle case e trasformano progressivamente l’alimentazione quotidiana(15).

- L’ascesa degli alimenti pronti al consumo
Dopo la Seconda guerra mondiale inizia un periodo di forte crescita economica. La ricostruzione favorisce la ripresa economica e il tenore di vita aumenta rapidamente. Nelle case aumenta il numero di elettrodomestici: frigoriferi, congelatori e poi forni a microonde.

Nel frattempo, l’organizzazione del lavoro cambia: sempre più donne entrano nel mercato del lavoro. Negli Stati Uniti, ad esempio, la percentuale di donne che lavorano fuori casa passa da circa il 20% all’inizio degli anni ’50 a oltre il 40% nel 1970(16).

Il tempo trascorso in cucina si riduce e l’industria alimentare coglie questa opportunità proponendo prodotti preparati, pronti al consumo o da riscaldare(17). Le campagne pubblicitarie iniziano a rivolgersi sempre di più alle donne, promettendo un doppio vantaggio: risparmio di tempo e migliore qualità nutrizionale(18). La Kellogg’s, ad esempio, promuove cereali da colazione che contengono “molte più vitamine dei cereali integrali stessi”, mentre il cheddar Kraft viene presentato come un prodotto che contiene “11 volte più calcio della panna e più proteine della carne”.

I pasti surgelati e monoporzione si moltiplicano. Vengono presentati come moderni, pratici e adatti a una vita quotidiana sempre più frenetica. In questa fase, non tutti questi prodotti sono ancora ultraprocessati, ma contribuiscono a diffondere un’idea destinata a durare nel tempo: è possibile mangiare senza cucinare.

- Il boom degli alimenti ultraprocessati
A partire dagli anni ’70, si verifica una nuova e rapida trasformazione, che non riguarda più soltanto il modo di preparare i pasti, ma la natura stessa degli alimenti.

L’agricoltura si industrializza profondamente. Grazie all’uso massiccio di fertilizzanti chimici e pesticidi, la produzione di alcune colture esplode. Mais, grano e soia diventano i pilastri di un sistema agricolo intensivo, capace di produrre enormi quantità a basso costo.

Questa sovrapproduzione spinge l’industria a cambiare logica: invece di trasformare i prodotti agricoli nel loro insieme, inizia a “destrutturarli” per estrarne componenti poco costosi, facili da conservare e combinare tra loro: zuccheri, oli, amidi e proteine. Così, il grano non viene più trasformato soltanto in farina, ma anche scomposto in ingredienti industriali come amido e maltodestrina, utilizzati per dare consistenza ai prodotti. Allo stesso tempo, il mais diventa una materia prima centrale per la produzione di zuccheri industriali, in particolare lo sciroppo di glucosio, che a partire dagli anni ’80 sostituisce progressivamente lo zucchero in molti prodotti(19).

Nello stesso periodo, i due colossi del tabacco Philip Morris e R. J. Reynolds effettuano importanti investimenti nel settore agroalimentare. Cercano così di diversificare le proprie attività di fronte alle crescenti critiche contro il tabacco e alle minacce che pesano sul loro business principale. Acquisiscono grandi aziende agroalimentari come Kraft, General Foods e Nabisco e applicano strategie già sperimentate nell’industria del tabacco: uso di aromi, marketing aggressivo e targeting dei bambini(20-23). L’esempio di Kool-Aid è particolarmente significativo. Quando Philip Morris acquista General Foods nel 1985, e con essa il marchio di bevande zuccherate Kool-Aid, l’azienda decide di puntare sul Kool-Aid Man, personaggio già esistente, per lanciare una grande campagna di marketing rivolta ai bambini. Viene creato in particolare un programma fedeltà in cui i bambini raccolgono punti da scambiare con regali dai colori del marchio. Questo meccanismo è direttamente ispirato al programma Marlboro, che permetteva ai fumatori di accumulare punti per ottenere vestiti o accessori con il logo del marchio. Un dirigente dell’azienda dichiarerà l’anno successivo: “Abbiamo deciso di concentrare il nostro marketing sui bambini, perché è lì che sappiamo di essere più forti”(24).

- Barbie kool aid
Una Barbie in edizione speciale Kool-Aid (1992), data in omaggio ai bambini con una raccolta punti legata all’acquisto delle bevande zuccherate del marchio.
L’obiettivo non è più soltanto nutrire o far risparmiare tempo, ma progettare prodotti molto attraenti, poco costosi e consumati di frequente. La televisione diventa uno strumento centrale, soprattutto nel marketing rivolto ai bambini. Quando ormai oltre il 95% delle famiglie americane possiede un televisore, le pubblicità di prodotti alimentari invadono i programmi per i più piccoli(25). Cereali, bevande zuccherate e merendine vengono presentati con mascotte accattivanti e jingle facili da ricordare, per catturare l’attenzione dei bambini e radicare fin da subito abitudini di consumo(26).
(Pubblicità televisiva del 1979 con Count Chocula, personaggio creato nel marzo 1971 per la linea “Monster Cereals” di General Mills.
Fonte : YouTube — https://www.youtube.com/watch?v=7A7OR9PgI-g)

Di fronte a queste pratiche, nel 1978 la Federal Trade Commission (FTC) tenta di limitare le pubblicità televisive rivolte ai bambini. Tuttavia, sotto la pressione delle industrie del settore, il Congresso minaccia di ridurre il budget della FTC, costringendola ad abbandonare questa iniziativa(27).

Ma la pubblicità non è l’unico strumento che le aziende hanno a disposizione per imporre nuovi prodotti. A partire da questo periodo, l’industria cerca anche di agire direttamente sui meccanismi che stimolano l’appetibilità. Specialisti della percezione sensoriale e delle neuroscienze vengono coinvolti per capire cosa renda un alimento desiderabile al fine di adattare ricette e consistenze con una precisione senza precedenti. Gli alimenti ultraprocessati non sono più soltanto pratici ed economici: diventano prodotti ottimizzati scientificamente per spingere al consumo… e quindi aumentare le vendite(28).

- Joe Camel: la mascotte che faceva apprezzare le si*****te ai bambini
Questa strategia di marketing basata sull’uso di mascotte rivolte ai bambini è stata utilizzata per anni anche dall’industria del tabacco, cosa che può sembrare sorprendente per un prodotto destinato agli adulti. Il personaggio di Joe Camel, mascotte delle si*****te Camel lanciato alla fine degli anni Ottanta, ne è un esempio emblematico. Questo ca****lo in stile cartone animato era pensato per attirare l’attenzione dei più giovani.

L’obiettivo era chiaro: familiarizzare i bambini con il marchio fin da piccoli, così da creare un legame precoce, in modo che, una volta adulti, si orientassero naturalmente verso quel marchio specifico di si*****te. Uno studio pubblicato nel 1991 ha mostrato che bambini di sei anni riconoscevano Joe Camel e Topolino con la stessa facilità, a conferma della forza di questa strategia di marketing(29).

Julie Chapon & Gabriela Mourad Vicenssuto

Fonti

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³ Mertens, E., Colizzi, C., and Peñalvo, J.L., 2022. Ultra-processed food consumption in adults across Europe. European Journal of Nutrition, 61(3), pp. 1521–1539. https://doi.org/10.1007/s00394-021-02733-7
⁴ United Nations Children’s Fund (UNICEF), 2025. Feeding Profit. How food environments are failing children. Child Nutrition Report 2025. New York: UNICEF.
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⁶ Le Monde, 1994. Perspectives histoire d’une invention: La boîte de conserve a deux cents ans. 28 June 1994. https://www.lemonde.fr/archives/article/1994/06/28/perspectives-histoire-d-une-invention-la-boite-de-conserve-a-deux-cents-ans_3816270_1819218.html
⁷ France Archives, 1810. Découverte de l'appertisation par Nicolas Appert. https://francearchives.gouv.fr/pages_histoire/39492
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²⁸ van Tulleken, Chris, n.d. Ultraprocessed Food: Function, Mechanisms, Policy. Lecture available at: https://www.youtube.com/watch?v=pIQq6vbwtGc
²⁹ Fischer, P., Schwartz, M., Richards, J., Goldstein, A., and Rojas, T., 1991. Brand Logo Recognition by Children Aged 3 to 6 Years: Mickey Mouse and Old Joe the Camel. JAMA, 266, pp. 3145–3148.

https://yuka.io/it/feature/storia-alimenti-ultraprocessati/

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