Dottssa Anna Nisticò medico psicoterapeuta mindfulness teacher

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Dottssa Anna Nisticò medico psicoterapeuta mindfulness teacher Psicoterapia cognitivo-comportamentale (ACT, DBT). Mindfulness (gestione dello stress, ansia e ricad

Psicoterapia per disturbi d'ansia, fobie, disturbi depressivi, disturbo ossessivo-compulsivo, bulimia e binge-eating disorder, disturbi di personalità, disturbi correlati ad eventi traumatici stressanti e disturbi dissociativi

10/09/2026

𝟏𝟎 𝐬𝐞𝐭𝐭𝐞𝐦𝐛𝐫𝐞, 𝐆𝐢𝐨𝐫𝐧𝐚𝐭𝐚 𝐦𝐨𝐧𝐝𝐢𝐚𝐥𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐥𝐚 𝐩𝐫𝐞𝐯𝐞𝐧𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐬𝐮𝐢𝐜𝐢𝐝𝐢𝐨: 𝐩𝐚𝐫𝐥𝐚𝐫𝐧𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐦𝐞𝐭𝐭𝐞 𝐥'𝐢𝐝𝐞𝐚 𝐢𝐧 𝐭𝐞𝐬𝐭𝐚 𝐚 𝐧𝐞𝐬𝐬𝐮𝐧𝐨

𝑆𝑒 𝑣𝑜𝑙𝑒𝑡𝑒, 𝑟𝑎𝑐𝑐𝑜𝑛𝑡𝑎𝑡𝑒 𝑛𝑒𝑖 𝑐𝑜𝑚𝑚𝑒𝑛𝑡𝑖 𝑙𝑎 𝑣𝑜𝑠𝑡𝑟𝑎 𝑒𝑠𝑝𝑒𝑟𝑖𝑒𝑛𝑧𝑎, 𝑣𝑜𝑠𝑡𝑟𝑎 𝑜 𝑑𝑖 𝑢𝑛𝑎 𝑝𝑒𝑟𝑠𝑜𝑛𝑎 𝑐𝑎𝑟𝑎: 𝑞𝑢𝑖 𝑠𝑖 𝑝𝑎𝑟𝑙𝑎 𝑠𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑔𝑖𝑢𝑑𝑖𝑧𝑖𝑜. 𝑈𝑛 𝑚𝑖 𝑝𝑖𝑎𝑐𝑒 𝑒 𝑢𝑛𝑎 𝑐𝑜𝑛𝑑𝑖𝑣𝑖𝑠𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑎𝑖𝑢𝑡𝑎𝑛𝑜 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑜 𝑝𝑜𝑠𝑡 𝑎 𝑟𝑎𝑔𝑔𝑖𝑢𝑛𝑔𝑒𝑟𝑒 𝑐ℎ𝑖 𝑖𝑛 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑜 𝑚𝑜𝑚𝑒𝑛𝑡𝑜 ℎ𝑎 𝑏𝑖𝑠𝑜𝑔𝑛𝑜 𝑑𝑖 𝑙𝑒𝑔𝑔𝑒𝑟𝑙𝑜.

Oggi è la Giornata mondiale per la prevenzione del suicidio, istituita nel 2003 dall'International Association for Su***de Prevention insieme all'Organizzazione mondiale della sanità. Nel mondo si contano oltre settecentoventimila morti per suicidio ogni anno. Il 2026 chiude il triennio dedicato al tema del cambiare la narrazione, con un invito semplice: iniziamo la conversazione.
Cominciamo dal falso mito più duro a morire, cioè che chiedere a qualcuno se pensa di farla finita gli metta l'idea in testa. È una convinzione diffusissima, anche fra i medici, e non regge alla prova dei fatti. Una rassegna pubblicata su Psychological Medicine ha esaminato gli studi condotti su popolazioni generali e ad alto rischio, adulti e adolescenti, senza trovarne uno solo che documentasse un aumento dell'ideazione suicidaria nelle persone a cui era stato chiesto. Semmai il contrario. Il silenzio protegge chi ha paura di domandare, non chi sta male.
Poi c'è il modo in cui se ne parla in pubblico. Uno studio austriaco ormai classico ha analizzato quasi cinquecento articoli di giornale mettendoli in relazione con l'andamento dei suicidi nel breve periodo. La ripetizione della stessa morte e il rilancio dei luoghi comuni risultavano associati a un aumento. Gli articoli che raccontavano chi una crisi l'aveva attraversata senza soccombere risultavano associati a una diminuzione. Gli autori li hanno chiamati effetto Werther, dal romanzo di Goethe, ed effetto Papageno, dal personaggio del Flauto magico a cui tre ragazzi ricordano che esiste un'alternativa.
Un lavoro canadese ha poi verificato cosa succede quando si prova a migliorare il modo di raccontare. La forma è migliorata, la sostanza molto meno: negli anni più recenti analizzati, più della metà degli articoli raccontava ancora la morte di qualcuno e solo il tre virgola sei per cento una storia di sopravvivenza.
Cambiare la narrazione significa questo. Non tacere. Raccontare diversamente.
Su cosa funzioni abbiamo dati solidi: formare i medici di medicina generale a riconoscere e trattare la depressione, mantenere un contatto attivo con i pazienti dopo una dimissione o una crisi, le psicoterapie cognitivo comportamentale e dialettico comportamentale, la limitazione dell'accesso ai mezzi. Interventi noiosi, poco fotogenici, che salvano vite.
E c'è un punto che la scuola italiana ha messo al centro più di ogni altra. In una rassegna pubblicata quest'anno su Expert Review of Neurotherapeutics, guidata dal professor Maurizio Pompili della Sapienza di Roma e alla quale ho avuto il piacere di collaborare, si arriva a una conclusione che vale più di molte linee guida: nessun intervento regge se non si guarda al dolore mentale della singola persona. Non si previene un suicidio abbassando un punteggio. Si previene riducendo una sofferenza.
Intanto, dal primo settembre Telefono Amico Italia risponde giorno e notte, dopo oltre quattromiladuecento richieste legate al suicidio nei soli primi sei mesi del 2026, il ventiquattro per cento in più dell'anno scorso.
Quindi, se qualcuno vi preoccupa, chiedeteglielo. Con parole semplici, senza girarci intorno, e poi restate lì ad ascoltare senza correggere. Non serve avere la risposta giusta. Serve non lasciare quella persona sola con la domanda.

𝐒𝐞 𝐡𝐚𝐢 𝐛𝐢𝐬𝐨𝐠𝐧𝐨 𝐝𝐢 𝐩𝐚𝐫𝐥𝐚𝐫𝐞
Telefono Amico Italia, 02 2327 2327, attivo ventiquattro ore su ventiquattro, tutti i giorni. WhatsApp 324 011 7252.
Servizio per la Prevenzione del Suicidio dell'Ospedale Sant'Andrea di Roma, fondato e diretto dal professor Maurizio Pompili, 06 3377 5675. È un ambulatorio specialistico per chi è in crisi e per chi ha perso una persona cara per suicidio, non una linea di emergenza.
In caso di pericolo immediato, 112.

Voci bibliografiche.
⬇️
Pompili M, De Berardis D, Dell'Osso B, Forte A, Innamorati M, Rogante E, Sarli G, Serafini G, Amore M. Su***de and suicidal behaviors: insight into clinical challenges and preventive measures. Expert Rev Neurother. 2025;25(9):1011-1026.
Dazzi T, Gribble R, Wessely S, Fear NT. Does asking about su***de and related behaviours induce suicidal ideation? What is the evidence? Psychol Med. 2014;44(16):3361-3363.
Niederkrotenthaler T, Voracek M, Herberth A, Till B, Strauss M, Etzersdorfer E, Eisenwort B, Sonneck G. Role of media reports in completed and prevented su***de: Werther v. Papageno effects. Br J Psychiatry. 2010;197(3):234-243.
Mann JJ, Michel CA, Auerbach RP. Improving su***de prevention through evidence-based strategies: a systematic review. Am J Psychiatry. 2021;178(7):611-624.

08/09/2026

MA, DOTTORESSA, CHI NON SI È MAI PRESO UNA SBRONZA DA RAGAZZO?
IL DRAMMATICO PRIMATO DELL’ALCOOL TRA I GIOVANISSIMI E LA CECITÀ DI NOI ADULTI

In Italia abbiamo un primato triste e silenzioso: l’età della prima assunzione di bevande alcoliche si è abbassata a tal punto da portarci in vetta alla classifica delle nazioni con i bevitori più giovani. L’alcool è arrivato a interessare stabilmente bambini di appena undici anni! Negli ultimi anni vengono chiamati psicologi e medici del Ser.d (Servizio dipendenze patologiche delle ASL) a fare consulenze nei reparti di pediatria per poco più che bambini di 11-13 anni per coma etilico!
Troppo spesso i genitori dicono a noi psicologi: “Ma lo abbiamo fatto tutti da ragazzi! Chi non si è preso una sbronza da adolescente? Che sarà mai!”, non dando il peso che merita ad un fenomeno allarmante. Anche un solo episodio non va tollerato. E invece sembra proprio il contrario.
Com'è possibile? La risposta sta nella disattenzione e nella sistematica sottovalutazione del problema da parte del mondo degli adulti.
Si tende ancora a pensare che "un buon bicchiere di vino non abbia mai ucciso nessuno", dimenticando che l’organismo dei ragazzi al di sotto dei 16-18 anni non possiede ancora la maturità enzimatica necessaria per metabolizzare l'alcool. Di fatto, è un veleno per il loro cervello in crescita.
Esiste una cultura fuorviante circa l’abuso: si crede che, finché un figlio parla in modo coerente e non barcolla, non ci sia un problema di intossicazione. Identifichiamo l’alcolista solo con lo stereotipo di chi, con il viso paonazzo, barcolla per strada.
Non è così. Passare dall’essere astemi all’abuso è un processo lento e invisibile.
Per molti adolescenti il bere rappresenta la conquista di un ruolo, di uno status nel gruppo, la falsa certificazione – fortemente incoraggiata da pubblicità martellanti – di essere pronti alle grandi sfide e alla sessualità.
Il meccanismo biologico della tolleranza fa il resto: affinché l’alcool produca lo stesso effetto euforizzante e disinibente delle prime volte, il cervello richiede quantità gradatamente più elevate. Bicchiere dopo bicchiere, aperitivo dopo aperitivo, si scivola nella dipendenza senza accorgersene.
I GENITORI DEVONO SMETTERE di aspettare che il figlio torni a casa cantando a squarciagola o vomitando per preoccuparsi. Occorre accorgersene prima.
Alcool e nicotina sono sostanze legali, facilmente reperibili e a costi accessibili a qualunque adolescente. Eppure, nel nostro Paese, causano almeno 120.000 decessi all’anno. Per non parlare (dati dell’OMS alla mano) dell’aumento di cancro tra i giovani, soprattutto al colon e al fegato.
Un’ECATOMBE QUOTIDIANA su cui i riflettori della cronaca si accendono troppo raramente e su cui troppi pochi adulti scelgono di soffermarsi a pensare.
Minimizzare la sbronza di un figlio adolescente significa, semplicemente, lasciarlo solo davanti a un pericolo immenso.

Rosanna Schiralli
psicologa e psicoterapeuta

www.educazioneemotiva.it

06/09/2026

SFERA EBBASTA A SAN SIRO: UNA SCENA SU CUI RIFLETTERE

Sfera Ebbasta entra a San Siro seguito da 10 ragazze. La scena celebrata da moltissimi media e diventata virale è un concentrato di stereotipi di genere che dovrebbe far riflettere tutti, adulti e giovanissimi. Il paradosso oggi sta nel fatto che da ogni parte si invoca all’educazione di genere e alla rimozione degli stereotipi di genere. A scuola si inventano progetti, si mobilitano specialisti e formatori. I ragazzi sembrano afferrare il messaggio, desiderare cambiamenti che appaiono così funzionali al loro benessere sociorelazionale ed emotivo.

Nel frattempo, la loro cultura “mainstream” continua a bombardarli di immagini e messaggi che affermano l’esatto contrario. Un uomo con dieci ragazze, lui davanti loro dietro. Tutte vestite uguali, praticamente in divisa. Di lui sappiamo tutto, di loro non sappiamo nemmeno il nome.

Viene in mente il documentario “Il corpo delle donne” di Lorella Zanardo che anni fa aveva raccontato al mondo il ruolo decorativo del corpo femminile all’interno di tutte le trasmissioni della Tivu generalista. Era il 2009 e dopo quasi 20 anni siamo praticamente ancora lì. Solo che allora questa cosa veniva vista per ciò che era: un gigantesco stereotipo culturale da ribaltare. Oggi viene raccontata come qualcosa da celebrare; online ho letto anche l’aggettivo “colossale” per definire tale scena e tale ingresso. Detto da un sessantenne, tutto questo suona come un predicozzo del solito boomer. Invece, sono un padre e un uomo e un maschio e da anni penso e lavoro per produrre pensiero critico.

Siamo noi uomini per prima a doverci distanziare da questo genere di narrazioni e di celebrazioni. Uno dei miei figli ieri era a San Siro. Stamane a colazione ho parlato con lui. Non avevo bisogno di essere capito o di portarlo dalla mia parte. Però volevo che lui avesse anche un’altra narrazione. Un’ultima osservazione: oggi quando si parla di violenza di genere, di abbattimento degli stereotipi tantissimi artisti della musica mainstream si mettono in prima fila con dichiarazioni e proclami. Poi se un’artista come Sfera Ebbasta li convoca per un feat, dentro un suo brano corrono alla corte del re come se niente fosse. Forse sarebbe il caso che le artiste smontassero narrazioni che fanno male al femminile, a tutte le donne (e quindi anche a loro) pretendendo una coerenza che troppo spesso sfugge ai più.

Scrivere queste cose oggi è spaventosamente impopolare. Ma al tempo stesso è troppo necessario. Perciò ho deciso di scrivere questo post. Non mi interessa parlare di Sfera Ebbasta, sia chiaro. Mi interessa promuovere pensiero critico sulla cultura di cui lui, volente o nolente, è un testimonial di riferimento. Vorrei chiedergli se non sente alcuna responsabilità etica ed educativa avendo un pubblico così ampio tra i giovani ed essendo lui stesso un papà.

Condivido con voi la foto del fatto di cui vi parlo, non per celebrarla e renderla ancora più popolare (rischio di cui sono consapevole). Lo faccio perché cominciate a guardarla con più pensiero critico, a decostruirla secondo la lettura che le mie parole vi volevano suggerire. Magari fatelo con i vostri figli. O con i vostri studenti alla ripresa dell’anno scolastico.

03/09/2026

In Giappone c’è un caffè dove alcune donne di 80 e 90 anni convivono con la demenza. Ma quando entrano in cucina, nessuno chiede loro cosa non ricordano più. Si guarda quello che sanno ancora fare.

Succede a Fukuoka, dove esiste un progetto chiamato ばあちゃん喫茶 - Bāchan Kissa, letteralmente “il caffè delle nonne”. Qui alcune donne anziane preparano il pranzo, cucinano, servono i clienti e lavorano insieme con il supporto degli operatori.

Alcune hanno più di ottant’anni.
Altre più di novanta.
E alcune convivono con forme di demenza.

Il progetto nasce da Ukiha no Takara, un’impresa che ha scelto di creare occasioni di lavoro soprattutto per donne sopra i 75 anni, comprese persone che ricevono assistenza o hanno problemi cognitivi. L’idea è semplice ma non così scontata: una diagnosi non cancella automaticamente tutto ciò che una persona sa fare.

Nella sede di Umebayashi, nel quartiere Jōnan di Fukuoka, un piccolo gruppo di donne anziane prepara il pranzo una volta alla settimana insieme agli operatori.

Non sono lì soltanto per passare il tempo.
Lavorano.
E vengono anche pagate per quello che fanno.

Ma c’è una storia, raccontata proprio attorno a questo progetto, che fa capire meglio di qualsiasi teoria ciò che significa. Una donna con demenza aveva cominciato a preparare tonkatsu praticamente ogni giorno.

Comprava gli stessi ingredienti.
Cucinava sempre la stessa cosa.
A casa quel comportamento era diventato fonte di esasperazione. Suo figlio cercava di fermarla e col tempo, quella ripetizione era diventata qualcosa da considerare un “problema”.
Poi qualcuno ha guardato la stessa scena in modo diverso.

Quella donna continuava a preparare tonkatsu?
Allora forse non bisognava necessariamente impedirglielo.
Forse bisognava darle un posto nel quale quel gesto potesse servire a qualcuno.
E così, al Bāchan Kissa di Umebayashi, è diventata la persona che prepara il tonkatsu per i clienti.

La stessa azione.
Le stesse mani.
La stessa donna.

Ma improvvisamente ciò che veniva percepito come un comportamento problematico era diventato una capacità. È forse questa la cosa più commovente. Perché quando una persona comincia a perdere dei ricordi, chi le sta intorno rischia lentamente di vedere soprattutto ciò che non riesce più a fare.

Il nome dimenticato.
L'appuntamento confuso.
La domanda ripetuta.
La stessa cosa raccontata più volte.

Ma una persona non è soltanto la somma delle cose che ricorda.
Ci sono mani che ricordano gesti anche quando le parole diventano più difficili.
Un coltello impugnato come sempre.
Una ricetta preparata centinaia di volte.
Il modo di sistemare un piatto.
Il profumo che dice che qualcosa è pronto.

In giapponese esiste una parola bellissima:
居場所 - basho.
Letteralmente significa “il posto dove stare”.
Ma può indicare qualcosa di molto più profondo: un luogo nel quale sentiamo di avere ancora un posto nel mondo.

Ed è probabilmente questo che stanno cercando di costruire questi piccoli caffè.
Non luoghi nei quali fingere che la demenza non esista.
Ma luoghi nei quali la demenza non diventi l’unica cosa che definisce una persona.
Perché forse, quando invecchiamo, una delle paure più grandi non è soltanto dimenticare.
È pensare che, quando inizieremo a dimenticare,
gli altri smetteranno di vedere tutto quello che è rimasto.

E invece in un piccolo caffè di Fukuoka una donna entra ancora in cucina.
Prepara il suo tonkatsu.
Qualcuno lo mangia.
Qualcuno le dice che è buono.
E per quel momento non è “una donna con demenza”.
È semplicemente la persona che oggi ha cucinato il pranzo per qualcuno.

📌 Il progetto Bāchan Kissa è promosso da Ukiha no Takara a Fukuoka; l’organizzazione conferma che coinvolge anche donne con demenza e persone assistite, dando loro un ruolo lavorativo. La vicenda della donna che preparava ripetutamente tonkatsu è stata raccontata come esempio concreto del progetto.

📸 Saitama Shimbun

29/08/2026

Allarme dipendenze digitali tra i giovani: "Alterano il cervello come le droghe"

Il professor Gabriele Sani, psichiatra del Policlinico Gemelli di Roma, lancia l'allarme sulle nuove dipendenze comportamentali legate all'iperconnessione digitale. Smartphone, social network, videogiochi e intelligenza artificiale agiscono sugli stessi circuiti cerebrali del piacere stimolati dalle sostanze stupefacenti, compromettendo lo sviluppo psicologico e relazionale degli adolescenti. Le ricerche mostrano che in Italia 111mila minori sono a rischio di gaming disorder, mentre l'uso problematico dei social coinvolge un adolescente su quattro e la dipendenza da smartphone riguarda quasi la metà dei ragazzi. Il pericolo maggiore, secondo Sani, è la natura invisibile di queste dipendenze, che si consumano spesso tra le mura domestiche senza che i genitori se ne accorgano. Serve un'alleanza tra scuola, famiglia e centri specializzati per percorsi integrati di prevenzione e cura.

29/08/2026

Come mai in Geriatria e in Medicina si considera raramente la salute? Si possono fare proposte !

La Geriatria nelle sue proposte tende ad essere conservativa o ripetitiva; servirebbe innovazione in un mondo sanitario dominato dalla retorica, dalle liste di attesa e da bassi stipendi. La geriatria ha prodotto solide evidenze scientifiche (valutazione multidimensionale, fragilità, deprescrizione, approccio centrato sulla persona, attenzione maggiore alla speranza di vita in salute), ma spesso fatica a tradurle in una visione innovativa capace di influenzare l'organizzazione dei sistemi sanitari e anche la formazione del personale sanitario, ancora ancorate a modelli del passato.
Alcune ragioni sono strutturali come il forte orientamento assistenziale: la geriatria è nata per gestire complessità, cronicità e disabilità, più che per costruire modelli di prevenzione lungo tutto l'arco della vita; non sembra dedicata al miglioramento della Healthspan e della qualità della vita. Le risorse sono limitate: liste d'attesa, carenza di personale e stipendi poco competitivi hanno spinto a concentrarsi sull'emergenza quotidiana anziché sull'innovazione. La comunicazione è poco efficace: la disciplina raramente utilizza strumenti di branding, marketing sociale e coinvolgimento dei cittadini, a differenza di altri settori della medicina. Le conseguenze sono tante come il modesto utilizzo delle tecnologie digitali: intelligenza artificiale, wearable, analisi delle traiettorie cliniche e digital twin sono ancora poco integrati nella pratica geriatrica; il fascicolo sanitario elettronico potenziale strumento di progresso medico è diventato un deposito burocratico di dati incompleti e frammentari: avrebbe potuto fornire le traiettorie funzionali e non solo.
Il Geriatra è potenzialmente protagonista del cambiamento necessario per l’ invecchiamento della popolazione a condizione che sposti il proprio baricentro da una "medicina di attesa e della fragilità" a una “medicina della healthspan” cioè della conservazione della funzione prima della comparsa delle malattie croniche provocate dall’ invecchiamento e conseguente disabilità e non-autosufficienza..
Quali proposte innovative sono necessarie?
1. Monitoraggio delle traiettorie individuali attraverso Fascicolo Sanitario Elettronico con l’ aiuto di dispositivi indossabili e con la partecipazione dei cittadini
2. Visita annuale di prevenzione della salute funzionale, non limitata alle malattie, ma orientata a capacità fisiche, cognitive e sociali.
3. Digital twin sanitario, che confronti ogni persona con la propria storia clinica anziché con semplici valori medi di popolazione.
4. Intelligenza artificiale per individuare precocemente deviazioni dalle traiettorie di salute.
5. Coinvolgimento di assicurazioni, aziende e welfare aziendale nella promozione dell'healthspan.
6. Nuovi indicatori di successo, misurando gli anni vissuti in buona salute e non solo la sopravvivenza.
Dal linguaggio della perdita si deve passare anche a quello del valore positivo cioè la salute. La geriatria parla spesso di fragilità, cadute, demenza, disabilità, polifarmacoterapia per la polipatologia; potrebbe invece affiancare questi temi con un lessico più orientato al futuro: resilienza, capacità intrinseca, healthspan ( e non lifespan), prestazioni funzionali, longevità produttiva, invecchiamento di successo.
Questa evoluzione potrebbe renderla più attrattiva anche per i giovani medici e per i decisori politici.

Una visione potrebbe essere: la geriatria non dovrebbe essere soltanto la medicina dell'anziano fragile, ma la disciplina che guida la società a vivere più anni in salute. In questa prospettiva, il ruolo del geriatra dovrebbe iniziare già nella media età (45-55 anni), quando è ancora possibile modificare le traiettorie biologiche e funzionali e ritardare l'insorgenza delle malattie croniche. Questa impostazione è coerente con un Progetto Healthspan che rappresenta un possibile esempio di questa evoluzione; il Progetto Healthspan è riassunto nella infografica di chatGPT: potrebbe essere un punto di partenza importante per dare impulso alla nostra disciplina e per proporre un obiettivo fondamentale prolungare la speranza di vita in salute.

I pilastri per una buona salute psico-fisica: sonno, alimentazione, movimento fisico e relazioni sociali.
28/08/2026

I pilastri per una buona salute psico-fisica: sonno, alimentazione, movimento fisico e relazioni sociali.

𝐒𝐨𝐜𝐢𝐚𝐥 𝐞 𝐚𝐝𝐨𝐥𝐞𝐬𝐜𝐞𝐧𝐭𝐢: 𝐢𝐥 𝐫𝐢𝐬𝐜𝐡𝐢𝐨 𝐞̀ 𝐪𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐢𝐥 𝐝𝐢𝐠𝐢𝐭𝐚𝐥𝐞 𝐬𝐨𝐬𝐭𝐢𝐭𝐮𝐢𝐬𝐜𝐞 𝐥𝐚 𝐫𝐞𝐚𝐥𝐭𝐚̀

Limitare il tempo trascorso sui social può essere utile, ma per proteggere davvero bambini e adolescenti è necessario guardare anche a come le piattaforme entrano nella loro vita quotidiana, emotiva e relazionale.

Intervistata da Il Messaggero, Paola Calò, vicesegretaria della Società Italiana di Psichiatria, richiama l'attenzione sui meccanismi che caratterizzano social network come Facebook e Instagram. «I social hanno meccanismi personalizzati, feed e autoscrolling, per cui il tempo di ingaggio può aumentare. La direzione internazionale è quella di normare i social come si è fatto per le si*****te e il fumo. Non per demonizzare la tecnologia, s'intende, ma per proteggere alcune vulnerabilità che sono importanti nella fase evolutiva, aree fondamentali. Come il sonno e le relazioni».

Il punto, quindi, non è considerare la tecnologia come un nemico, ma riconoscere i rischi di un utilizzo eccessivo, soprattutto quando il digitale finisce per occupare lo spazio delle esperienze e delle relazioni reali. «Preoccupante è l'utilizzo elevato e crescente, cioè come modalità sostitutiva alla realtà», sottolinea Calò, ricordando anche i rischi legati al cyberbullismo e all'esposizione a contenuti violenti o che promuovono comportamenti alimentari patologici.

Una riflessione che oggi riguarda anche l'intelligenza artificiale. I chatbot vengono utilizzati sempre più spesso dagli adolescenti non soltanto per studiare o cercare informazioni, ma anche per chiedere consigli e affrontare momenti di solitudine o ansia. Anche in questo caso è necessario mantenere chiara la distinzione tra uno strumento digitale e una relazione umana. Come sintetizza Calò: «Bisogna evitare ChatGPT come confidente».

Accompagnare gli adolescenti verso un uso consapevole della tecnologia significa allora proteggere ciò che rimane fondamentale per la loro crescita: sonno, relazioni, confronto con gli altri ed esperienze nella vita reale.

26/08/2026

Cresce in Italia l’uso di psicofarmaci tra bambini e adolescenti. E i dati mostrano un’accelerazione netta.

Secondo il Rapporto OsMed 2025 dell’AIFA, lo scorso anno la prevalenza d’uso nella popolazione pediatrica ha raggiunto lo 0,64%, con un aumento del 12,1% rispetto al 2024.

Ma è il confronto con il 2016 a fotografare con maggiore evidenza il cambiamento: in nove anni il consumo è passato da 20,6 a 66,9 confezioni ogni 1.000 bambini, mentre la prevalenza d’uso è salita dallo 0,26% allo 0,64%. In entrambi i casi, i valori risultano più che triplicati.

La fascia più interessata è quella tra i 12 e i 17 anni: qui la prevalenza raggiunge l’1,56%, con 142,2 confezioni ogni 1.000 ragazzi.

A crescere maggiormente è il metilfenidato, utilizzato nel trattamento dell’ADHD, che registra un incremento del 28,9%. Aumentano anche aripiprazolo (+14,6%), risperidone (+13,3%) e sertralina (+9,6%).

AIFA richiama però un elemento importante nel leggere questi numeri: «il consumo di psicofarmaci in età pediatrica in Italia rimane sensibilmente inferiore» rispetto ad altri Paesi. La prevalenza riportata è infatti dell’1,61% in Francia e supera il 24% negli Stati Uniti.

Emergono inoltre forti differenze territoriali: nelle Regioni del Centro i tassi di utilizzo risultano superiori di oltre il 50% rispetto alla media nazionale.

Numeri che fotografano un fenomeno in forte crescita e che riportano al centro dell’attenzione l’evoluzione delle prescrizioni e dei trattamenti farmacologici nella popolazione più giovane.

Fonte: Rapporto OsMed 2025 – AIFA

Senza mezzi termini.
22/08/2026

Senza mezzi termini.

IL “FALSO MITO” DELL’APPRENDIMENTO DIGITALE: PERCHE’ DOBBIAMO PRETENDERE PIU’ SCUOLA ANALOGICA E MENO SCUOLA DIGITALE

In questi fine settimana estivi, condivido con voi lunghi articoli di approfondimento sulla questione digitale. Questo articolo su cui io ho lavorato per molte ore, a voi richiede almeno dieci minuti di lettura, è ricco di informazioni necessarie per chi ha figli che vanno a scuola e serve a sviluppare un pensiero critico che aiuti a comprendere come mai i nostri figli oggi hanno competenze cognitive molto più limitate rispetto alle generazioni passate. Quindi leggete questo articolo se davvero avete un tempo utile per farlo e pensate che questo tema sia importante per la crescita di vostro figlio o figlia.

In questi anni, sempre più adulti si sono resi conto di quanto l’ingresso precoce nel digitale abbia danneggiato in modo evidente la salute mentale e fisica dei minori. Inoltre, tutte le ricerche hanno evidenziato un calo drastico della soglia di attenzione nelle nuove generazioni ridotta ad una manciata di secondi, cosa che rende sempre più difficile coinvolgere chi cresce, in attività impegnative sul fronte dell’ingaggio cognitivo. Una delle ragioni principali di tale fenomeno è rappresentata dalla frequenza del mondo online con le sue caratteristiche di iperstimolazione e distrazione costante favorite dallo scrolling infinito, dalla frammentazione della visione imposta dal succedersi di video brevissimi presenti sulle piattaforme social.

Nonostante queste evidenze, la scuola vive una situazione paradossale: da una parte i docenti si trovano di fronte a studenti che hanno problemi sempre più evidenti a seguire una lezione e a rimanere concentrati sulle richieste di apprendimento che vengono loro fatte. Dall’altra, ai docenti viene proposto di aumentare sempre più l’ingaggio digitale all’interno delle loro lezioni. La spiegazione che sta alla base di questa richiesta è sempre la stessa: “gli studenti oggi non sono più in grado di fruire della lezione analogica, la loro mente oggi funziona in modo totalmente diverso rispetto al passato”.

Si dimentica in questa narrazione che la mente oggi funziona in modo diverso rispetto al passato, perché è stata danneggiata proprio da quegli stessi strumenti e ingaggi che oggi vengono proposti come rimedio alla difficoltà di apprendimento evidenziata, tra l’altro, dal crollo pandemico e globale degli indicatori oggettivi rivelati da ricerche standard come i dati PISA. Insomma il paradosso è rappresentato da questo fatto: si propone come rimedio al danno oggettivo lo stesso fattore di rischio che quel danno ha provocato.
Provo a riformulare l’intera questione in altro modo e lo faccio perché tra poco ricomincia un nuovo anno scolastico e noi abbiamo bisogno di nuovi paradigmi rispetto a quelli oggi vigenti e fortemente imposti al sistema scolastico da logiche di mercato, a loro volta derivanti dall’enorme potere che le Big Tech hanno sui sistemi politici e decisionali. Se in classe gli studenti hanno gravi problemi di attenzione (ma anche di memorizzazione e comprensione del testo, così come di molte altre competenze cognitive) è perché il loro potenziale cognitivo è stata fortemente compromesso da un’abitudine costante a permanere nel mondo digitale che è interamente basato sull’iperstimolazione del cervello emotivo, con scarsissimo ingaggio e potenziamento dei funzionamenti cognitivi.

Il cervello in età evolutiva sviluppa le sue competenze cognitive molto più attraverso un approccio analogico basato sulla lentezza, condizione che facilita l’apprendimento profondo e complesso, favorendo il cablaggio di reti neuronali che devono essere sviluppate nel tempo della crescita. Se ciò non avviene in età evolutiva, il rischio è che tale perdita si cronicizzi nel medio e lungo termine. L’età evolutiva è un tempo che richiede al cervello di strutturare le reti neuronali che rimarranno con noi per tutta la vita. Affinchè ciò avvenga, il soggetto deve allenarsi ripetutamente e a lungo in attività che rinforzano la funzione di cui deve essere abile. Vale per il cervello la stessa regola che vale per il nostro apparato muscolare: se alleni un muscolo, sottoponendolo ad esercizi costanti che lo rinforzano, quel muscolo ti renderà capace di affrontare le richieste basate sul suo ingaggio attivo. Se quel muscolo non l’hai allenato, qualsiasi richiesta che si basa sul suo ingaggio attivo, lo troverà debole e incapace di assolverla. Traducendo questo ragionamento in ambito scolastico, noi – in questo momento – abbiamo studenti che apprendono poco perché hanno allenato troppo il cervello nella palestra sbagliata: ovvero nel mondo virtuale.

Oggi serve invertire la rotta: serve riportarli nel mondo analogico. Come alla scuola primaria ci sono bambini che dopo pochi minuti smettono di colorare perché i muscoli delle loro dita (non abituati alla motricità fine, ma solo allo scrolling) si stancano velocemente a tenere stretto un pastello tra pollice e indice, così alla scuola secondaria i docenti si rendono conto che dopo cinque minuti di lezione alcuni studenti hanno già perso l’attenzione necessaria a stare nel flusso della spiegazione. Viene costantemente ribadito dai fautori dell’apprendimento digitale, che la lezione “vecchio stampo” è noiosa e inadeguata per gli studenti di oggi, perché il loro cervello oggi funziona in modo diverso. Ma è proprio quel “modo diverso di funzionare” che va corretto e rimesso nelle condizioni adatte a sviluppare le competenze di cui oggi i nostri figli e figlie sono così carenti.

Chi ha compreso bene questa lezione, oggi sta facendo marcia indietro. Prima fra tutte la Svezia, che dopo aver aderito al tecno-entusiasmo scolastico e favorito in ogni modo l’apprendimento digitale, oggi ha promosso nuovi metodi didattici, che in realtà sono i “vecchi metodi” che erano stati abbandonati per promuovere l’ingresso degli schermi a scuola.
Oggi a scuola serve un metodo lento e analogico che aiuti cervelli troppo stimolati e poco attenti ad abituarsi all’esatto contrario: ovvero a lavorare con una ridotta stimolazione, dedicandole un’attenzione profonda così da apprendere ciò che in queste esperienze l’educatore mette al centro del proprio progetto formativo.

E’ interessante parlare con docenti che abituano la propria classe all’esperienza della lettura ad alta voce di un libro. Tutti dicono che all’inizio è faticoso tenere gli studenti in una condizione di ascolto attivo e partecipante. Partono con sessioni brevi e poi progressivamente aumentano il tempo di ascolto. Con il giusto libro, dopo alcune sessioni, conquistano la capacità della classe di stare in ascolto per un tempo molto significativo. Ecco, questo è un esempio di come si allena l’attenzione protratta: non servono stimoli digitali, serve una relazione, una stimolazione coinvolgente (il libro da leggere deve essere naturalmente adatto all’età degli studenti e in grado di attirarne l’interesse) e la volontà dell’adulto di allenare qualcosa che tutti oggi ritengono difficilmente recuperabile. Invece, la neuroplasticità del cervello in età evolutiva rappresenta un’enorme risorsa: perché in età evolutiva noi possiamo molto facilmente permettere ad un cervello poco allenato all’attenzione e ad altri funzionamenti cognitivi di riconquistare le abilità su cui è stato reso fragile, spesso a causa dell’eccesso di offerta di schermi digitali.

Ho scritto questo lungo articolo, sperando che lo diffondiate il più possibile con genitori, educatori e docenti. In previsione dell’inizio dell’anno scolastico, noi dobbiamo pretendere dalle scuole frequentate dai nostri figli che gli schermi digitali abbiano uno spazio e un tempo davvero marginali e che i docenti si impegnino il più possibile a riallenare gli studenti, attraverso metodi analogici, a ridiventare capaci di scrivere con carta e penna, di disegnare con pennarelli e pastelli, di pensare con la loro intelligenza naturale. non con quella artificiale.

Dico questo perché non voglio il digitale nelle loro vite e nelle loro scuole? No, dico questo perché voglio che quando il digitale entrerà nelle loro vite, i loro cervelli siano pronti a renderlo strumento del loro funzionamento reso abile e competente da validi processi di apprendimento. Perché se ciò non avviene, ciò che accadrà è che i cervelli dei nostri figli saranno gli strumenti che il mondo digitale userà per rendere le loro vite strumento del suo profitto, come – del resto – sta già avvenendo da troppo tempo.
Se credete che questo articolo contenga contenuti degni di essere diffusi, condividetelo con altri genitori e docenti, attivatevi per lanciare un Patto Digitale di Comunità nella vostra scuola, verificate con i docenti dei vostri figli che non richiedano l’uso di strumenti digitali per l’attività di studio, soprattutto quella fa svolgere a casa in autonomia.

Come al solito affrontando questi temi, avrò molti detrattori, quindi se volete e potete vi invito a commentare confermando eventualmente questa visione e questo approccio al problema. Buon fine settimana.

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