21/06/2026
Non è difficile immaginare quali interessi vengano lesi dal “ban” dei social per gli adolescenti.
DAVVERO IL DIVIETO AI SOCIAL MEDIA IN AUSTRALIA NON FUNZIONA?
Questo post contiene informazioni molto importanti per comprendere perché i media stanno ampiamente diffondendo articoli e notizie volte a dimostrare e a far credere che i divieti per legge che ne impediscono l’accesso nei social media e il relativo utilizzo ai minori non servano a nulla. Vi consiglio di leggere questo post con calma, perché contiene concetti complessi che hanno bisogno di attenzione e riflessione. Vi chiedo anche, se vi sembra che ciò che racconto in questo post sia corretto, di far leggere questo contenuto ad altre persone. Ovvero, spero che insieme riusciamo a tenere accesa una visione del problema che ai nostri figli serve moltissimo, invece che aderire ad una visione del problema oggi molto mediatizzata che fa solo il gioco del profitto delle multinazionali del web.
Dopo che la Gran Bretagna ha dichiarato di voler vietare i social media ai minori di 16 anni, introducendo una serie di ulteriori restrizioni basate sul limite d’età di accesso e utilizzo del mondo online finalizzate a ripristinare migliori indicatori di salute fisica e mentale in età evolutiva, nei media c’è stata una moltiplicazione di articoli che ha cercato di invalidare la strategia degli inglesi, usando come pretesto un presunto fallimento dell’analoga strategia già adottata in Australia, prima nazione ad aver preteso dalle piattaforme digitali di farsi responsabili e garanti del limite di accesso basato sul criterio dell’età dei suoi utenti.
Molti titoli di articoli di giornale e molti programmi televisivi, per commentare la decisione inglese, hanno ribadito che il DIVIETO AI SOCIAL IN AUSTRALIA NON FUNZIONA. La motivazione? Il 70% degli under 16 continua ad usarli.
Con questo breve post, provo a darvi un’altra lettura dell’intera faccenda.
Il divieto australiano agiva su una popolazione di età compresa tra i 10 e i 16 anni che era massicciamente coinvolta – come utente e detentrice di un profilo – nel mondo social.
Le ricerche fatte a pochi mesi di distanza dall’applicazione del limite di legge hanno dimostrato che una percentuale variabile tra il 30 (fonte: esafety.gov) e il 39% (fonte: Mollyrose Found.) ha abbandonato la frequenza dei social media dopo l’introduzione del social media ban.
Ora immaginate che qualcuno venisse a proporvi una strategia preventiva che in soli tre mesi genera un cambiamento comportamentale vantaggioso per la salute ad almeno una persona su tre. Immaginate che qualcuno introduca nella società qualcosa che in tre mesi fa smettere di fumare ad un fumatore su tre, fa smettere di giocare d’azzardo ad un ludopatico su tre, fa smettere di usare sostanze psicotrope ad un consumatore abituale su tre. Considerereste quell’intervento clamorosamente vantaggioso o un fallimento?
Sono stupito che proprio il mondo della psicologia sia tra i maggiori narratori dell’inutilità di questo tipo di divieti. Io oltre che psicoterapeuta, sono medico e specialista in Sanità Pubblica. So che fatica enorme viene richiesta alla Sanità Pubblica quando si deve far cambiare un comportamento a rischio all’interno di una popolazione. Quando abbiamo scoperto che si moriva di AIDS a causa di un virus e che la trasmissione era collegata a comportamenti sessuali e all’uso di droghe per via iniettiva abbiamo avuto bisogno di tantissimi anni per convincere le persone che agivano comportamenti a rischio, ad abbandonarli. E in quel caso si parlava di cambiamenti comportamentali salvavita!
Chi si occupa scientificamente di cambiamenti comportamentali, sa che gli esseri umani sembrano seguire la legge della resistenza al cambiamento comportamentale, soprattutto se quel comportamento porta con se il vantaggio della gratificazione dopaminergica, come avviene in tutte le forme di dipendenza e come succede quando entriamo nelle piattaforme online.
Per questo motivo, il 30% di giovanissimi australiani che hanno lasciato il mondo dei social è una straordinaria buona notizia, che probabilmente porterà con sé in futuro molte altre buone notizie.
Ora domandatevi chi ha interesse a farvi sapere che il divieto per età ai social media non funziona. Domandatevi perché tutte le narrazioni pubbliche affermano che l’unico approccio che serve è rendere i genitori responsabili e che è necessario educare ad un buon uso del digitale. Io sono molto favorevole ad educare ad un buon uso del digitale, ma prima è necessario che quel digitale che si deve imparare ad usare bene non sia gestito con criteri che vogliono usare tecniche e strategie (basate su algoritmi e ingaggio dopaminergico) il cui unico scopo è rendere dipendenti così da non poterne fare a meno.
Sarebbe giusto che la narrazione che davvero serve al mondo, fosse oggi orientata da esperti di sanità pubblica, da specialisti che sanno quanto è faticoso conquistare 1 persona su 3 ad un nuovo comportamento vantaggioso per la sua salute.
Ultima riflessione: dopo 15 anni di "digitale portatile" nel mondo e di conseguente peggioramento globale della salute mentale degli adolescenti, il dibattito pubblico è stato spesso monopolizzato da esperti che si sono molto spesi per spiegarci che non esiste alcuna evidenza scientifica che correli l’uso dei social media alla salute mentale in età evolutiva così usurata degli ultimi due decenni. Ora, dopo soli tre mesi, gli stessi specialisti ci spiegano con certezza che il "social media ban" australiano è un fallimento. A me sembra che si usino due pesi e due misure per valutare fenomeni e processi in relazione agli intervalli temporali che li determinano e mi pare anche che la lettura sia strumentale e molto ideologica.
Sappiate comunque che tutto il lavoro che ho fatto in questi anni su questo tema viene sempre negli stessi ambienti considerato non scientifico e ideologico.
Ognuno di voi ora scelga qual è la versione dei fatti a cui vuole aderire.
Commentate, sempre nel rispetto, e se volete e potete fate conoscere queste informazioni ad altri genitori ed educatori.