Dottssa Anna Nisticò medico psicoterapeuta mindfulness teacher

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Dottssa Anna Nisticò medico psicoterapeuta mindfulness teacher Psicoterapia cognitivo-comportamentale (ACT, DBT). Mindfulness (gestione dello stress, ansia e ricad

Psicoterapia per disturbi d'ansia, fobie, disturbi depressivi, disturbo ossessivo-compulsivo, bulimia e binge-eating disorder, disturbi di personalità, disturbi correlati ad eventi traumatici stressanti e disturbi dissociativi

Non è difficile immaginare quali interessi vengano lesi dal “ban” dei social per gli adolescenti.
21/06/2026

Non è difficile immaginare quali interessi vengano lesi dal “ban” dei social per gli adolescenti.

DAVVERO IL DIVIETO AI SOCIAL MEDIA IN AUSTRALIA NON FUNZIONA?

Questo post contiene informazioni molto importanti per comprendere perché i media stanno ampiamente diffondendo articoli e notizie volte a dimostrare e a far credere che i divieti per legge che ne impediscono l’accesso nei social media e il relativo utilizzo ai minori non servano a nulla. Vi consiglio di leggere questo post con calma, perché contiene concetti complessi che hanno bisogno di attenzione e riflessione. Vi chiedo anche, se vi sembra che ciò che racconto in questo post sia corretto, di far leggere questo contenuto ad altre persone. Ovvero, spero che insieme riusciamo a tenere accesa una visione del problema che ai nostri figli serve moltissimo, invece che aderire ad una visione del problema oggi molto mediatizzata che fa solo il gioco del profitto delle multinazionali del web.

Dopo che la Gran Bretagna ha dichiarato di voler vietare i social media ai minori di 16 anni, introducendo una serie di ulteriori restrizioni basate sul limite d’età di accesso e utilizzo del mondo online finalizzate a ripristinare migliori indicatori di salute fisica e mentale in età evolutiva, nei media c’è stata una moltiplicazione di articoli che ha cercato di invalidare la strategia degli inglesi, usando come pretesto un presunto fallimento dell’analoga strategia già adottata in Australia, prima nazione ad aver preteso dalle piattaforme digitali di farsi responsabili e garanti del limite di accesso basato sul criterio dell’età dei suoi utenti.

Molti titoli di articoli di giornale e molti programmi televisivi, per commentare la decisione inglese, hanno ribadito che il DIVIETO AI SOCIAL IN AUSTRALIA NON FUNZIONA. La motivazione? Il 70% degli under 16 continua ad usarli.

Con questo breve post, provo a darvi un’altra lettura dell’intera faccenda.
Il divieto australiano agiva su una popolazione di età compresa tra i 10 e i 16 anni che era massicciamente coinvolta – come utente e detentrice di un profilo – nel mondo social.
Le ricerche fatte a pochi mesi di distanza dall’applicazione del limite di legge hanno dimostrato che una percentuale variabile tra il 30 (fonte: esafety.gov) e il 39% (fonte: Mollyrose Found.) ha abbandonato la frequenza dei social media dopo l’introduzione del social media ban.

Ora immaginate che qualcuno venisse a proporvi una strategia preventiva che in soli tre mesi genera un cambiamento comportamentale vantaggioso per la salute ad almeno una persona su tre. Immaginate che qualcuno introduca nella società qualcosa che in tre mesi fa smettere di fumare ad un fumatore su tre, fa smettere di giocare d’azzardo ad un ludopatico su tre, fa smettere di usare sostanze psicotrope ad un consumatore abituale su tre. Considerereste quell’intervento clamorosamente vantaggioso o un fallimento?

Sono stupito che proprio il mondo della psicologia sia tra i maggiori narratori dell’inutilità di questo tipo di divieti. Io oltre che psicoterapeuta, sono medico e specialista in Sanità Pubblica. So che fatica enorme viene richiesta alla Sanità Pubblica quando si deve far cambiare un comportamento a rischio all’interno di una popolazione. Quando abbiamo scoperto che si moriva di AIDS a causa di un virus e che la trasmissione era collegata a comportamenti sessuali e all’uso di droghe per via iniettiva abbiamo avuto bisogno di tantissimi anni per convincere le persone che agivano comportamenti a rischio, ad abbandonarli. E in quel caso si parlava di cambiamenti comportamentali salvavita!

Chi si occupa scientificamente di cambiamenti comportamentali, sa che gli esseri umani sembrano seguire la legge della resistenza al cambiamento comportamentale, soprattutto se quel comportamento porta con se il vantaggio della gratificazione dopaminergica, come avviene in tutte le forme di dipendenza e come succede quando entriamo nelle piattaforme online.
Per questo motivo, il 30% di giovanissimi australiani che hanno lasciato il mondo dei social è una straordinaria buona notizia, che probabilmente porterà con sé in futuro molte altre buone notizie.

Ora domandatevi chi ha interesse a farvi sapere che il divieto per età ai social media non funziona. Domandatevi perché tutte le narrazioni pubbliche affermano che l’unico approccio che serve è rendere i genitori responsabili e che è necessario educare ad un buon uso del digitale. Io sono molto favorevole ad educare ad un buon uso del digitale, ma prima è necessario che quel digitale che si deve imparare ad usare bene non sia gestito con criteri che vogliono usare tecniche e strategie (basate su algoritmi e ingaggio dopaminergico) il cui unico scopo è rendere dipendenti così da non poterne fare a meno.

Sarebbe giusto che la narrazione che davvero serve al mondo, fosse oggi orientata da esperti di sanità pubblica, da specialisti che sanno quanto è faticoso conquistare 1 persona su 3 ad un nuovo comportamento vantaggioso per la sua salute.

Ultima riflessione: dopo 15 anni di "digitale portatile" nel mondo e di conseguente peggioramento globale della salute mentale degli adolescenti, il dibattito pubblico è stato spesso monopolizzato da esperti che si sono molto spesi per spiegarci che non esiste alcuna evidenza scientifica che correli l’uso dei social media alla salute mentale in età evolutiva così usurata degli ultimi due decenni. Ora, dopo soli tre mesi, gli stessi specialisti ci spiegano con certezza che il "social media ban" australiano è un fallimento. A me sembra che si usino due pesi e due misure per valutare fenomeni e processi in relazione agli intervalli temporali che li determinano e mi pare anche che la lettura sia strumentale e molto ideologica.

Sappiate comunque che tutto il lavoro che ho fatto in questi anni su questo tema viene sempre negli stessi ambienti considerato non scientifico e ideologico.
Ognuno di voi ora scelga qual è la versione dei fatti a cui vuole aderire.
Commentate, sempre nel rispetto, e se volete e potete fate conoscere queste informazioni ad altri genitori ed educatori.

21/06/2026

"Bro, questa è morta"

L'ha detto ridendo, col telefono in mano, mentre Sofia era a terra sull'asfalto e ancora respirava.

"Ve lo giuro questa è morta. Abbiamo rotto tutto, p***a nelle casse. Per un mese niente lavoro fra ahah, tentato omicidio".

Rideva. Lo st***zo rideva come se l'agonia di una ragazza fosse un meme.

Sofia Barberi aveva 22 anni. Era sullo scooter con la sua amica, quando loro, con l'auto le hanno scaraventate giù. Morirà in ospedale poche ore dopo.

"Bro, questa è morta. Abbiamo rotto tutto stanotte, Bro. Tentato omicidio ci han fatto, Bro."

Bro.

È la lingua di una generazione. Bro, fra, raga, zio. Una lingua fatta apposta perché niente pesi. Dove tutto è "una vibe", tutto è "un viaggio", tutto è "assurdo fra". Una lingua che prende la realtà e la passa attraverso uno schermo finché non diventa leggera, scrollabile, dimenticabile in tre secondi.

Funziona benissimo per una serata. Per un meme. Per una rissa filmata da postare.

Il problema è quando ci infili dentro una persona che muore.

Perché lui Sofia non l'ha vista morire.
LUI L'HA RACCONTATA.

In automatico.
Come se fosse normale.
Come se il video acchiappalike fosse più importante di qualsiasi altra cosa: l'ambulanza, la polizia, la fedina penale.

La vita stessa.

Una ragazza che si spegne e una serata andata storta, appiattite nella stessa frase, con lo stesso peso. Cioè nessuno.

E qui non c'entra l'età, il passaporto, la città, il lavoro.

Qui siamo di fronte ad una CONSEGUENZA.

Se cresci raccontando tutto a uno schermo, e a un certo punto non distingui più.

Non distingui una vita vera da un contenuto.
Non distingui una persona da una clip.
Non distingui più la morte dall'intrattenimento.

Davanti al corpo di Sofia il suo cervello non ha pensato "è morta una ragazza". Ha pensato "che video".

Questo non è un Italiano.
Non è un immigrato.
E non è neppure un mostro.

Un mostro avrebbe goduto della sofferenza. Un mostro avrebbe provato piacere in quel dolore.

No. Qui siamo di fronte a qualcosa di peggio. Di molto peggio.

Di una generazione che davanti alla morte prova la stessa identica cosa che sente davanti a tutto il resto.

Niente.

Sofia respirava ancora.

E per lui era già il contenuto di una serata.

21/06/2026
18/06/2026

Dopo l'Australia anche la Gran Bretagna introdurrà limiti stringenti per l'uso dei social network, vietando l'accesso ai minori di 16 anni. Una decisione che può concedere spazi di libertà e riportare i giovani nel mondo reale

16/06/2026

UK prime minister says move will bring ‘real change for our children’ amid growing concerns over harmful online content

14/06/2026

Il 72% delle separazioni riguardano coppie con figli. Non solo le separazioni di fanno più conflittuali, ma il conflitto dura più a lungo. Nelle crisi familiari, la posta in gioco più alta non è il destino della coppia, ma la possibilità di continuare a "rimanere" genitori. Una cosa che si impara. Eppure la mediazione familiare, i gruppi di mutuo aiuto per genitori separati, le attività di parent training sono ancora poche e soprattutto sono opportunità colte dalle famiglie con più risorse economiche e culturali. Gli altri affrontano la separazione armati solo di conflitto e di dolore. Una situazione che interpella il Terzo settore.

Leggi la riflessione di Vanna Iori
👉 https://www.vita.it/idee/la-rabbia-o-laiuto-restare-genitori-dopo-la-separazione-e-la-nuova-frontiera-della-disuguaglianza/

11/06/2026

Mancanza di sonno, social network e cortisolo: ecco perché siamo tutti più irritabili quando il nostro cervello arriva al limite e come disinnescare la rabbia.

07/06/2026

«Nel secchio del bagno trovo un cartoccio con della carne dentro e mi sento morire. Dal diario di mia figlia Sara scopro che quando va fuori con le amiche, in realtà salta i pasti e annota: “Oggi ho fatto 18 ore di digiuno”. Nel giro di tre mesi è un crescendo: dal mangiare poco si arriva al non mangiare niente, poi all’autolesionismo. È arrivata pesare 40 chili».

Valentina e suo marito si rivolgono al medico di base, che però sottovaluta la loro richiesta di aiuto. A chiarire la gravità della situazione ci pensa la psicologa, che li indirizza all’ospedale Bambino Gesù. Qui però, nonostante Sara abbia perso 15 chili in tre mesi, non le viene diagnosticata l’anoressia: non sono trascorsi i sei mesi di restrizione alimentare per poterla inquadrare come disturbo del comportamento alimentare.

«Dopo il Covid si è verificata un’accelerazione della tendenza a promuovere modelli di autonomia, una precoce adultizzazione e un uso dei social distorsivo che hanno portato a un accaparramento di nozioni atte a dimostrare competenza e capacità in un’età in cui non si è ancora pronti», dice il dottor Italo Pretelli, neuropsichiatra al Bambino Gesù. Da qui l’aumento dei casi e l’abbassamento dell’età di esordio dei disturbi.

Leggi l’articolo di Alessandra Arcolaci e Ippolita Pace sul nostro sito

06/06/2026

A growing movement advocates for kids to grow up without screens and believes social media poses a grave threat to well-being

Indirizzo

Via Cremona 21
Rome
00161

Orario di apertura

Martedì 10:00 - 21:00
Venerdì 10:00 - 21:00

Telefono

+393396959263

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