Dubbi su una tematica? Noi vi daremo ogni spiegazione.

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Dubbi su una tematica? Noi vi daremo ogni spiegazione. Sportello quesiti e discussioni su tematiche non illustrate sui tradizionali canali di comunicazione.

Complimenti una vera Tacher
21/08/2026

Complimenti una vera Tacher

Stanno ancora tutti a mollo, eppur qualcosa si comincia già a muov...

10/08/2026

Alla fine li ha denunciati.

La sindaca di Riccione Daniela Angelini ha deciso di chiedere alla Lega 1 milione di euro per il video fake in cui hanno spacciato per Riccione le immagini dei migranti di Ceuta in spiaggia.

Vero e proprio fango gratuito e ignobile nei confronti della città e dell’amministrazione, di fronte a cui la sindaca Angelini aveva anche provato a chiedere delle scuse, un ravvedimento, oltreché la cancellazione.

La risposta?

Non solo nessuna scusa, nessuna presa di distanza, ma anzi la Lega, attraverso il deputato Jacopo Morrone, ha dato una risposta surreale parlando di meme, addirittura di “allegoria”.

A quel punto alla sindaca non è rimasto altro da fare che denunciare i responsabili di una simile vergogna.

Lo ha fatto per due motivi: per il razzismo di cui è intriso e per aver infangato la città e l’amministrazione.

“Si tratta di un contenuto gravissimo, intriso di un razzismo estremo e inaccettabile, che associa il colore della pelle delle persone alla criminalità e al degrado. Noi auspicavamo una presa di posizione, un distacco chiaro da quello che era accaduto, invece le dichiarazioni dell’onorevole Morrone sono andate nella direzione opposta.
A questo punto penso che sia il caso di intervenire in maniera più incisiva. Chiederemo anche i danni d’immagine che queste dichiarazioni e questa vicenda hanno arrecato alla città. Quindi andremo avanti con una querela”.

E ha fatto non bene, ma benissimo.

Questa non è satira e neppure politica.
Questa è propaganda razzista e killeraggio mediatico puro.

Se i giudici daranno ragione alla sindaca, l’intero risarcimento (quale che sia) sarà destinato al fondo comunale per il sostegno agli affitti delle famiglie in difficoltà.

Sarebbe un finale degno di una storia indegna.

Brava sindaca! 👏👏👏

Capiscono solo questo.

22/07/2026
19/07/2026

Il 19 luglio 1992, in via D’Amelio, insieme a Paolo Borsellino e agli agenti della sua scorta — Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina — esplose anche una parte della fiducia degli italiani nello Stato.

Tra il fumo, le macerie e il movimento confuso delle persone intorno al luogo della strage scomparve l’agenda rossa che Borsellino portava sempre con sé. Conteneva appunti, riflessioni, probabilmente elementi legati alle indagini che conduceva nelle settimane successive all’assassinio di Giovanni Falcone. Quell’agenda non fu mai ritrovata.

La sua scomparsa continua a pesare sulla storia della Repubblica perché il sospetto, alimentato dalle stesse risultanze investigative, è che a sottrarla possa essere stato qualcuno estraneo alle organizzazioni mafiose. Qualcuno che aveva interesse a cancellare quelle pagine.

È questa l’eredità più inquietante di via D’Amelio: la mafia riuscì a colpire un magistrato lasciato progressivamente solo, mentre intorno a lui si muovevano interessi, reticenze e zone d’ombra che ancora oggi impediscono di considerare conclusa la ricerca della verità.

Ricordare Borsellino significa quindi interrogare le istituzioni sul proprio operato. Significa chiedersi chi protegge coloro che servono lo Stato, quali risorse vengono garantite alla magistratura, quanto spazio viene lasciato alle procure per indagare sui rapporti tra criminalità, economia e potere.

Le mafie hanno cambiato volto. Entrano nei cicli dei rifiuti, nella logistica, nei porti, negli appalti e nelle filiere produttive. Si insinuano nelle imprese in difficoltà, riciclano capitali, sfruttano il lavoro, costruiscono relazioni con settori dell’amministrazione e della politica. La loro forza cresce dove i controlli sono deboli, dove la precarietà economica rende più facile il ricatto, dove la trasparenza viene considerata un ostacolo.

Anche la Toscana è attraversata da questi fenomeni. Le vicende emerse a Prato, le indagini sui traffici nei porti e gli scandali legati alla gestione dei rifiuti mostrano quanto sia pericolosa l’idea di vivere in una regione immune. La Toscana non è una terra governata dalle mafie, ma le mafie sono presenti e cercano ogni giorno nuovi spazi economici e istituzionali.

Per questo la memoria deve diventare indirizzo politico. Occorre rafforzare gli organici delle procure e degli uffici giudiziari, sostenere le forze investigative, rendere pienamente tracciabili le decisioni pubbliche e vigilare sui settori più esposti alla penetrazione criminale. Serve una collaborazione stabile tra magistratura, amministrazioni e comunità locali, perché il territorio è il primo luogo nel quale il radicamento mafioso può essere riconosciuto e fermato.

Come rappresentanti delle istituzioni abbiamo l’obbligo della fiducia. Una fiducia che si conquista attraverso la verità, la trasparenza e la capacità di proteggere chi combatte la criminalità organizzata. Quando questo accade, lo Stato torna a essere credibile. Lo dimostrano figure come Angelo Vassallo, il sindaco pescatore che trasformò la propria amministrazione in un argine concreto contro interessi criminali e traffici illeciti.

A trentaquattro anni dalla strage, l’agenda rossa continua a porci una domanda: stiamo facendo abbastanza perché nessun servitore dello Stato venga più lasciato solo?

È una domanda che riguarda ciascuno di noi. Chi ricopre un incarico pubblico dovrebbe portarla con sé ogni giorno, entrando in un palazzo istituzionale e assumendo ogni decisione.

La verità su via D’Amelio appartiene alla Repubblica. Cercarla fino in fondo è il modo più serio per onorare Paolo Borsellino e gli agenti che morirono insieme a lui.

[In foto con il Procuratore della Repubblica Luca Tescaroli]

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