28/02/2021
Pare che a ognuno di noi, alla nascita venga donato un cartellino nel quale c’è scritto quanta probabilità abbiamo di sviluppare una patologia.
Prendiamo come esempio l’obesità, quella che chiamiamo la costituzione, le ossa grosse che abbiamo ereditato dalla nonna, fanno parte di quei fattori genetici riportati in quel cartellino e che hanno un ruolo importante nella predisposizione di un individuo ad una patologia.
Oltre all’ereditarietà, ci sono però altri fattori che favoriscono o ci proteggono da una patologia: per esempio, il posto in cui viviamo o il momento storico che attraversiamo influenzano la qualità e la quantità di cibo a disposizione.
Il numero delle persone in sovrappeso attualmente in Italia è nettamente superiore a quello del Burkina Faso degli anni 70.
Su quel cartellino, oltre ai numeri che riflettono la nostra vulnerabilità biologica e sociale, però ci sono anche quelli psicologici.
A chi non è capitato di mangiare di più in un momento di solitudine o di perdere l’appetito in un periodo di stress?
La capacità di riconoscere e comunicare le emozioni è tra i fattori psicologici che più influenzano il nostro rapporto con il cibo e quindi hanno un impatto notevole nell’ influenzare l’esordio e il mantenimento di patologie come l’obesità.
In questa ottica la sofferenza, non solo l’obesità, andrebbe considerata come un’esperienza di natura bio-psico-sociale o meglio come cartellino multifattoriale e complesso, che ci hanno dato alla nascita e che si è meglio (o peggio) riempito di note durante la nostra esperienza di vita.
E sempre in questa ottica, siamo tutte persone, chi più chi meno sfigato a seconda del cartellino che c'è toccato.
Considerando che non possiamo cambiare i fattori genetici e sociali che sarebbero come una miccia pronta ad esplodere, l’unica via è curarci della scintilla (il fattore psicologico).
-psico-sociale