Psicologa Francesca Imperiale

Psicologa Francesca Imperiale Psicologa e Psicoterapeuta in formazione di orientamento Cognitivo Costruttivista.

Esperta in valutazioni neuropsicologiche,
Svolgo attività di psicodiagnosi, counseling e psicoterapia.

Da una parte, ancora una volta1. C'è chi si sente in diritto di giudicareDall'altra, ancora una volta2. C'è chi non perd...
06/06/2021

Da una parte, ancora una volta
1. C'è chi si sente in diritto di giudicare

Dall'altra, ancora una volta
2. C'è chi non perde occasione e strumentalizza una sofferenza per far politica.

Che Said ci insegni a

1. Guardare prima nelle nostre case, ai nostri figli. Di giudicare le vite degli altri solo se ci avanza tempo.
2. Di lavorare per una politica per l'integrazione. Fare e non speculare.



In un video postato sui social si vede Seid che balla sulle note di Colors dei Black Pumas Seid Visi, 20 anni, si è tolto la vita nella sua casa, a Nocera In...

“in caso di riduzione improvvisa di ossigeno nell’aeromobile, bisogna sempre mettere la maschera prima a se stessi e poi...
05/05/2021

“in caso di riduzione improvvisa di ossigeno nell’aeromobile, bisogna sempre mettere la maschera prima a se stessi e poi anche ai bambini con cui si viaggia”

Così nella vita: come faccio ad aiutarti se mi manca l’aria? Se non sto bene, come posso esserti utile?

Ci avete mai pensato?

Siamo in molti, io compresa, ad avere la tendenza innata a prenderci cura dell’altro.
Siamo stati programmati per questo!

Ma c’è un sottile confine tra il mio bisogno di essere accudente e quello dell’altro di essere accudito.

Essere consapevoli di questo confine può:

1. Proteggerci dai rifiuti, da chi ci dice basta.

2. Essere davvero utili all’altro.

3. Sintonizzarci emotivamente sui bisogni di entrambi.

L’amore non è prenderci cura dell’altro ma la capacità di ascoltare i suoi bisogni.

Se questa pandemia fosse un esperimento, potremmo dire per certo che è dimostrato lo stretto legame tra l’instabilità ec...
01/04/2021

Se questa pandemia fosse un esperimento, potremmo dire per certo che è dimostrato lo stretto legame tra l’instabilità economica e sociale e quella psicologica.

La solitudine, la paura che nulla torni più come prima, l’angoscia di perdere una sicurezza economica, l’insicurezza di ricevere cure, la riduzione della libertà di movimento e la privazione della possibilità di elaborare un lutto sono solo degli esempi del continuo stress psicologico a cui siamo sottoposti e che provocano tristezza, frustrazione, destabilizzazione e crollo di certezze.

Non sappiamo bene che impatto avrà a lungo termine, l’esperimento non è ancora concluso ma le previsioni non sono del tutto ottimistiche.

Per scongiurare la cronicizzazione dei vissuti di malessere, il ritorno alla normalità non basterà ed è per questo che i vertici del stanno pensando di mettere a disposizione dei cittadini dei psicologici.

Cosa sono?

Contributo economico per accedere alle prestazioni psicologiche a favore dei cittadini che non possono accedere al sostegno psicologico con mezzi economici propri.

Lo scopo è quello di ritrovare il proprio equilibro psicologico attraverso un breve percorso di psicoterapia.

Queste emozioni difficili da elaborare e gestire se affrontate precocemente, possono essere il punto di un nuovo inizio.

Stiamo a vedere cosa deciderà sto !

Cosa facciamo di fronte ad un problema complesso? Pensiamo, riflettiamo: esploriamo le possibili alternative e immaginia...
25/03/2021

Cosa facciamo di fronte ad un problema complesso?

Pensiamo, riflettiamo: esploriamo le possibili alternative e immaginiamo soluzioni. Questo è il famoso solving, una peculiarità del cervello umano che ha sede principalmente nella parte frontale del nostro cervello.

Cosa ci succede se il problema complesso ha scarse probabilità di essere risolto con il nostro ragionamento? ?

Daje di previsioni pessimistiche.
Però prevedendo il peggio oggi e poi ancora domani, creiamo nella nostra mente una percezione distorta della realtà.
La realtà non è più quella che è ma quella che la nostra mente ha creato e immaginato.

E questa è un’altra peculiarità del cervello umano e si chiama : guardare il mondo attraverso le lenti dei nostri pensieri.

La psicoterapia aiuta a:

1. Riconoscere quali sono i nostri pensieri.

2. Non credere che i propri contenuti mentali siano una minaccia reale.

3. Concedere tempo e attenzione ai pensieri (se arrivano ci sarà un perché).

4. Osservare i pensieri come se fossero nuvole passeggere: come arrivano così andranno via.

5. Lasciare andare le immagini della mente per evitare di indentificarsi eccessivamente con loro.

SI AL : sia sociale che dal pensiero.

Qualche giorno fa, raccontando di aver ricevuto il vaccino, una persona mi ha detto: “Certo che ormai lo stanno facendo ...
22/03/2021

Qualche giorno fa, raccontando di aver ricevuto il vaccino, una persona mi ha detto: “Certo che ormai lo stanno facendo proprio a tutti”.

Ho voluto trasformare quel fastidio in un’occasione di approfondimento, ed eccomi a scrivere di invidia.

Partendo dal presupposto che l’invidia come tutte le altre emozioni è un segnalatore, essa pone sotto il suo riflettore un bisogno.

Se la guardiamo più da vicino scopriamo che è un’emozione complessa: porta con se la mancanza di qualcosa e l’amarezza di non averla (il vaccino) e una spinta distruttiva verso l’altro (ti sminuisco).

Chi è invidioso, quindi, lancia tre messaggi: vorrei quella cosa, ti sono ostile e potrei anche farti del male.

L’invidia è un sentimento naturale e molto antico. Se ne parla addirittura nella Bibbia quando Caino uccise Abele perché i suoi sacrifici erano più graditi da Dio.

Negare di provarla quindi non è naturale, né risolve il problema.

Accoglierla, non giudicarla e guardarla più da vicino potrebbe, a mio avviso, essere la chiave per individuare il nostro bisogno e per sapere che farne prima che prenda che prenda il sopravvento e diventi l’unica modalità di relazione che conosciamo.

Osservarla quindi è utile per:
1. Comprendere cosa davvero conta per noi
2. Incanalare energie e risorse per capire cosa possiamo fare per realizzarci
3. Scoprire che screditare l’altro non risolve il nostro bisogno
4. Trovare un modo più costruttivo per giustificare i propri insuccessi

Il benessere è faticoso, approfittiamo anche dell’invidia per costruirlo e chiediamo aiuto ad un professionista per imparare a mettere i primi mattoncini del nostro cambiamento.

E se ti dicessi che i genitori perfetti non esistono, che effetto ti fa?Studi hanno documentato che i piccoli sviluppano...
16/03/2021

E se ti dicessi che i genitori perfetti non esistono, che effetto ti fa?

Studi hanno documentato che i piccoli sviluppano adeguate strategie di adattamento quando il genitore 1. Sbaglia e 2. Si accorge di aver sbagliato 3. Ripara

Come quando cantando 1. Stoniamo, 2. Ce ne rendiamo conto, 3. Ritorniamo indietro per azzeccare quella maledetta nota.

Facciamo un esempio: se perdiamo le staffe con i nostri piccoli e ci sentiamo come al possiamo dare ascolto al nostro impulso di far finta di niente per non alimentare il nostro sentimento di inadeguatezza, andando incontro però una rottura sempre più definitiva oppure possiamo andare verso il punto 3, facendo spazio all’intimità.
Riparare con i nostri figli significa elaborare con loro ciò che è avvenuto, lasciando alle spalle colpe e punizioni. È molto di più di una modalità primitiva di elaborare delle informazioni.

Come fare?

1. Fare spazio, sia mentalmente che fisicamente. Uscire dalla stanza per cercare quella tranquillità mentale che ci serve per accogliere quello che è successo prima di trovargli un posto comodo nella nostra mente.

2. Considerare che ogni individuo, per elaborare emozioni e sentimenti, ha bisogno di tempo e tranquillità. Questo vale sia per noi che per i nostri figli.

3. Muoversi o fare qualcosa può essere utile per modulare l’intensità dello stato emotivo.

4. Dedicare la ritrovata calma a riflessioni su cosa ha provocato in noi l’esplosione: aspettative, intrusione da parte dell’altro, precedenti rotture non risolte.

5. Farsi domande sui bisogni di nostro figlio: ipotizzate e non date per certo. È sempre meglio chiedere!

6. Ritornare nella relazione solo quando sentiamo che ogni cosa ha preso il suo posto per evitare nuove rotture.

7. Chiarirsi per sintonizzarvi nuovamente, dando spazio alle emozioni e ai bisogni di entrambi.

Utilizziamo questa nuova per sperimentare i vantaggi di commettere errori.
Concediamoci sbrocchi e naturalezza per rapportarci ai nostri figli con più autenticità.

Ti capita sempre più spesso di non trovare le parole giuste mentre stai parlando o dove hai parcheggiato o se hai già pr...
12/03/2021

Ti capita sempre più spesso di non trovare le parole giuste mentre stai parlando o dove hai parcheggiato o se hai già preso la pillola o il “pillolo”?

Alzi la mano chi di voi in queste situazioni, non ha avuto almeno una volta paura della demenza.

Quando dimenticarsi fa parte del normale processo di invecchiamento e quando questo invecchiamento tanto normale non è?
E che farne di questa paura?

Esiste una linea davvero sottile tra invecchiamento fisiologico e normale e uno stato iniziale di invecchiamento patologico; i sintomi di una demenza in fase iniziale infatti non pregiudicano in modo sostanziale lo svolgimento delle attività di vita quotidiana.
Per esempio, in una condizione detta “Mild Cognitive Impairment”, ovvero disturbo cognitivo lieve, la persona riporta solo problemi di memoria in assenza di altri deficit cognitivi ed una preservata autonomia di vita quotidiana.
Seppur non tutte le persone con questa condizione svilupperanno poi una diagnosi di demenza, esso rappresenta uno dei campanelli d’allarme più importanti per la conversione in uno status patologico.

Cosa fare per capire se siamo in una condizione clinica o di normalità?

Utilizzare la paura: OCCUPARSENE prima di PREOCCUPARSENE chiedendo ad un neuropsicologo una accurata valutazione delle funzioni cognitive per capire se le nostre dimenticanze sono simili a quelle delle persone della nostra età o se sono dei campanelli di un allarme antincendio.

Seppur ancora non esista una cura che debelli la demenza, molti studi hanno documentato l’importanza di una diagnosi precoce affinché si possa beneficiare il prima possibile di una terapia (farmacologica e non) che rallenti la progressione della malattia, migliorandone la qualità di vita.

Vi riesce difficile rifiutare un favore a qualcuno? Tendete a dare di più di quanto avreste dovuto?Ricorro di nuovo alla...
10/03/2021

Vi riesce difficile rifiutare un favore a qualcuno? Tendete a dare di più di quanto avreste dovuto?

Ricorro di nuovo alla filosofia per darvi un’immagine di ciò che succede quando agiamo sotto la guida dal senso di colpa e, pur di non sentirlo, attiviamo la modalità del fare.

Per farla breve, Atlante fu condannato da Zeus a portare il Cielo sulle spalle per l’eternità in modo da espiare le sue colpe.

Da lì prende il nome la SINDROME DI ATLANTE: attitudine ad accollarsi problemi degli altri e ad essere iper-responsabili.

Che poi menomale che nel mondo ci sono persone generose ed altruiste... ma cosa ci succede quando questa modalità è l’unica che conosciamo?
E cosa ci succede quando concediamo costantemente il 101% di noi stessi?

L’adulto vittima di questo complesso è come se avesse un silenziatore sui propri bisogni e necessità, guarda e cura solo quelli degli altri, teme di esprimere ciò che pensa davvero fino a negarsi i piaceri della vita.

Succede poi che l’altro continua a pressarci con continue richieste, il nostro “mi fa piacere aiutarti” diventa un altro “devo farlo” e a lungo andare quel piacere diventa rabbia e frustrazione.

Insomma un incastro da cui è davvero difficile uscirne. Cosa possiamo fare?

1. Riconosci le emozioni dietro un pressante aiuto: se c’è senso di colpa, ascoltalo. Cosa ti vuole comunicare?

2. Permettiti un “mi dispiace”, scoprirai che domani il mondo sarà comunque salvo anche senza la tua fatica.

3. Riconosci se c’è piacere nell’essere d’aiuto all’altro. Intercettare quel piacere potrebbe significare che questa modalità soddisfa un tuo bisogno.

4. Concediti un percorso di cambiamento, conquista il tuo potere di libertà. Scopri dove e come hai imparato che alleviare il malessere degli altri è utile al tuo benessere.

Di recente è stata la Giornata nazionale contro il bullismo e molte sono state le campagne con consigli per prevenirlo e...
05/03/2021

Di recente è stata la Giornata nazionale contro il bullismo e molte sono state le campagne con consigli per prevenirlo e combatterlo.
Ma io voglio proporvi una riflessione che infastidisce, come il limone nel caffè.

Studi anno documentato che ci sono delle dinamiche familiari che predispongono i più piccoli verso comportamenti antisociali: botte, insulti, minacce e vari metodi educativi incentrati sulla prevaricazione.
E questo si sapeva.

Una cosa che si sa un po’ meno è che se nelle vostre case c’è la tendenza a sottovalutare i bisogni di cura e amore dei più piccoli state crescendo un bullo.
Un bambino per sua natura non ha solo bisogno di pappa, nanna e c***a ma anche di sentirsi al sicuro e amato.
Quando il figlio cresce è necessario che si senta in diritto di poter esprimere i suoi bisogni e lo farà solo se ha imparato che nella famiglia in cui è capitato quei bisogni saranno presi in considerazione.

Quindi più che legarvi le mani per non far arrivare una sculacciata al vostro torello, preoccupatevi che si senta al sicuro di potersi esprimersi dimostrando davvero di essere disposti a sostenerli, ascoltarli e accoglierli.

Certo, facile a dirsi… chiedere al nostro torello di parlare dei suoi bisogni ed emozioni dopo anni di ignoranza non susciterà alcun cambiamento.

Quindi come si fa a cambiare le dinamiche familiari? Come si fa a creare un cambiamento nel nostro modo di prenderci cura dei nostri figli?

Il lavoro da fare è su due fronti e si chiama psicoterapia.
Nello specifico:

1. Offrire al bambino la possibilità di essere ascoltato, capito e accolto in uno spazio protetto per poi portare nel mondo la sua nuova modalità di interazione.

2. Darci la possibilità come genitori di essere un modello di riferimento per i nostri figli, sforzandoci di chiedere aiuto senza vergognarsi.

Pare che a ognuno di noi, alla nascita venga donato un cartellino nel quale c’è scritto quanta probabilità abbiamo di sv...
28/02/2021

Pare che a ognuno di noi, alla nascita venga donato un cartellino nel quale c’è scritto quanta probabilità abbiamo di sviluppare una patologia.
Prendiamo come esempio l’obesità, quella che chiamiamo la costituzione, le ossa grosse che abbiamo ereditato dalla nonna, fanno parte di quei fattori genetici riportati in quel cartellino e che hanno un ruolo importante nella predisposizione di un individuo ad una patologia.

Oltre all’ereditarietà, ci sono però altri fattori che favoriscono o ci proteggono da una patologia: per esempio, il posto in cui viviamo o il momento storico che attraversiamo influenzano la qualità e la quantità di cibo a disposizione.
Il numero delle persone in sovrappeso attualmente in Italia è nettamente superiore a quello del Burkina Faso degli anni 70.

Su quel cartellino, oltre ai numeri che riflettono la nostra vulnerabilità biologica e sociale, però ci sono anche quelli psicologici.
A chi non è capitato di mangiare di più in un momento di solitudine o di perdere l’appetito in un periodo di stress?

La capacità di riconoscere e comunicare le emozioni è tra i fattori psicologici che più influenzano il nostro rapporto con il cibo e quindi hanno un impatto notevole nell’ influenzare l’esordio e il mantenimento di patologie come l’obesità.

In questa ottica la sofferenza, non solo l’obesità, andrebbe considerata come un’esperienza di natura bio-psico-sociale o meglio come cartellino multifattoriale e complesso, che ci hanno dato alla nascita e che si è meglio (o peggio) riempito di note durante la nostra esperienza di vita.
E sempre in questa ottica, siamo tutte persone, chi più chi meno sfigato a seconda del cartellino che c'è toccato.

Considerando che non possiamo cambiare i fattori genetici e sociali che sarebbero come una miccia pronta ad esplodere, l’unica via è curarci della scintilla (il fattore psicologico).

-psico-sociale

Aristotele, grande filosofo greco, se la credeva talmente tanto che gli hanno donato il nome di una sindrome (insieme di...
24/02/2021

Aristotele, grande filosofo greco, se la credeva talmente tanto che gli hanno donato il nome di una sindrome (insieme di sintomi).
Si parla di “complesso di Aristotele” per riferirci a tutte quelle persone che INCONSAPEVOLMENTE sono convinte di essere migliori degli altri e di avere sempre ragione.
Persone che si relazionano agli altri, non solo pensando ma proprio, CREDENDO di avere capacità intellettive superiori: impongono le proprie idee anche davanti all’evidente realizzazione che quella roba è una ca***ta, provano tanta invidia e usano spesso un comportamento distruttivo, incolpando l’altro. Come degli adolescenti furiosi.
Dal punto di vista psicologico: persone che sentono tremare il terreno sotto i piedi quando le loro convinzioni possono essere relativizzate o messe in discussione.
Come si fa a tollerare che ci possa essere un altro modo di vedere la realtà se quella è l’unica che mi fa sentire sicuro di me?
Si, il tema cruciale è proprio quella sensazione di sentirsi al sicuro in ambito relazionale. Esperienze precoci in cui viene negata l’importanza dei miei bisogni crea non solo l’idea che nessun altro ha bisogni diversi dai miei ma soprattutto la credenza che il mio modo precario di stare al mondo debba essere difeso ad ogni costo.
Ecco spiegato perché queste persone attuano modalità di controllo estremo e si comportano come quegli animali che diventano più grandi per sembrare più intimidatori quando si sentono in pericolo, sviluppando l’idea che possono contare unicamente su se stessi e credono che la psicoterapia è un fuoco da cui stare ben lontani.
Peccato che anche loro ogni tanto vanno al bar a prendere un caffè e converrete con me su quanto sia fastidioso incontrarli.
Questo lo aveva capito anche San Marco quando ha scritto: Ama il tuo prossimo come te stesso.
A volte però l’amore non basta.
In questi casi, il nostro benessere dipende dalla capacità di scoprire cosa ci attivano queste persone perché la pazienza è un muscolo che va allenato.

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