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MIP LAB MIP LAB (PSICOLOGIA E STORIE) di Andrea Battantier

Il MIP, con il supporto di Psicologi abilitati, individua i talenti

CHI ESCE, CHI ENTRA, CHI RESTA (è questione di cosa il dolore fa dentro di te)Ricordo da ragazzino un ginocchio sbucciat...
04/05/2026

CHI ESCE, CHI ENTRA, CHI RESTA (è questione di cosa il dolore fa dentro di te)

Ricordo da ragazzino un ginocchio sbucciato. Il dolore che brucia lo conosciamo tutti: arriva, fa male, dopo una notte se ne va. Esce e non lo vedi più.

L’orologio di nonno è fermo sulle dieci e dieci. Non fa male come l’asfalto. Fa male diverso: non se ne va.

Lao Bu-Shem diceva che “bisogna osservare chi esce, chi entra, ma soprattutto chi resta.”

Il ginocchio esce. L’orologio resta. Non è questione di tempo ma di cosa il dolore fa dentro di te.

Quando si ruppe l’orologio - il gatto, il salto sul tavolo, il vetro in frantumi- pensai “finalmente”. Poi mi sentii stupido.

Avevo scambiato restare con essere rotto. Ma quel quadrante non è un dolore che resta. È un dolore che diventa.

Ci sono dolori che entrano, fanno un po’ di casino e poi escono dalla porta: il ginocchio, un temporale d’estate.

Ci sono dolori che entrano e non se ne vanno più.

Ma i dolori che cambiano sono quelli che entrano, si siedono, e poi si alzano e aprono la finestra. Restano lì a pesare, per un po’, ma anche a suggerire.

Ricordo quando dissi: “oggi vengo con te a fare la spesa, mamma” senza sapere perché.

L’orologio rotto mi parla, adesso. Non fa più male. Fa compagnia.

Non bisogna ossessionarsi su chi esce (il dolore piccolo) né su chi entra (il dolore grande). Bisogna guardare chi resta.

Ma resta solo chi lascia spazio. Un dolore che resta e basta è peso insostenibile. Un dolore che resta e si sposta ti porta da un’altra parte. Noi siamo fatti per il cambiamento.

Il mio orologio rotto segna l’ora che ho deciso di non aspettare più. Ho ripreso a camminare.

(A. Battantier, Memorie di un adolescente, Memorie di un amore, 5/26, Mip Lab)





LA SAZIETÀ SEMANTICASi chiama sazietà semantica. L’ho scoperto a quattordici anni, una sera che non avevo sonno e in cas...
30/04/2026

LA SAZIETÀ SEMANTICA

Si chiama sazietà semantica. L’ho scoperto a quattordici anni, una sera che non avevo sonno e in casa mancava la corrente. Accesi una candela, presi un foglio e scrissi la parola che da due giorni mi girava in testa: “perché”.

La scrissi dieci volte, poi venti. A un certo punto, leggendola ad alta voce, non la riconobbi più. Era diventata un suono strano, un animale preistorico di due sillabe: pér-che. Pér-che. Prova anche tu: ripeti “perché” a voce alta finché si stacca dal suo compito di domanda. A un tratto ti ritrovi con un rumore in bocca che non dice niente.

Mio padre se n’era andato da sei mesi. L’ultima cosa che aveva detto a mia madre, sulla porta, con la borsa già in macchina, era stata: “Amore, solo te, per sempre.” Poi era salito e non era più tornato. La frase mi era rimasta incastrata nel cervello, un corto circuito neuronale.

“Amore, solo te, per sempre.” Provai con quella.

La candela ormai era mezza sciolta. Scrissi le cinque parole sul foglio fino a riempirlo, poi le lessi, poi le sillabai. “A-mo-re-so-lo-te-per-sem-pre.” Dopo qualche minuto “amore” suonava come il nome di una marca di detersivo. “Solo te” diventò un codice postale. “Per sempre” si sbriciolò in due pezzi che non stavano insieme.
La frase p***e senso completamente, e io rimasi seduto sul letto con la strana sensazione di non capirci un c***o.

Forse cercavo un antidoto. Se le parole che ti hanno fatto male smettono di significare, smetti anche di soffrire? Non proprio.

Epperò impari che il significato è un prestito che facciamo ai suoni. Appena smetti di pagare, i suoni tornano al mittente e tu resti col silenzio.

Nei giorni successivi ci presi gusto. Provai con “casa”: alla trentesima ripetizione era solo una cassa di legno. “Promessa” diventò un solletico in fondo al palato. “Addio” p***e il dramma e si trasformò in un piacevole suono da fisarmonica.

Solo una parola non cedette mai: “mamma”. Quella, per quanto la ripetessi, continuava a pesare. Forse certe parole hanno l’intonaco, e sotto c’è il mattone.

Alla fine capii che mio padre, quella frase, non l’aveva mai davvero abitata. L’aveva solo indossata come un cappotto, il giorno giusto per uscire di scena. E quando le parole si svuotano da sole, senza bisogno di ripetizione, vuol dire che erano già vuote in partenza.

La sazietà semantica è un normale fenomeno percettivo: recettori cerebrali affaticati, un cortocircuito tra suono e senso. Ma io so che è anche una forma di igiene.

Se ripeti una bugia abbastanza a lungo, a un certo punto puzza. E se ripeti una verità, ma proprio vera, non ti stanca mai. Come “mamma”, appunto.

Adesso, quando qualcuno mi dice “per sempre”, prendo la parola, la giro tra le dita, ci soffio sopra. Se tiene, la rimetto in tasca. Se si rompe, la butto.
E sorrido, perché ho scoperto che anche il silenzio ha un significato. Basta non ripeterlo troppo.

(A. Battantier, Memorie di un amore, Mip Lab, 2024)


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