31/08/2026
*Caro Massimo, cara Nuna e a tutti coloro che sono qui nel ricordo di Massimo.*
Trovarci qui oggi, così all'improvviso, toglie il fiato è uno strappo crudele.
La rapidità con cui Massimo se n'è andato lascia un senso di vuoto profondo e di ingiustizia.
Ma se siamo qui insieme – familiari, amici di una vita e colleghi – è perché quello che Massimo ha lasciato dietro di sé è una scia troppo luminosa per essere spenta da questa separazione improvvisa.
Massimo amava la vita e le modalità come ci ha lasciati insegnano a tutti noi che la vita deve essere degna di essere vissuta, ecco perché con un atto di profonda consapevolezza e protezione della sua dignità, ha chiesto la sedazione palliativa profonda.
Con autodeterminazione e per un sollievo dal dolore ha voluto evitare che gli ultimi momenti della sua vita potessero essere ricordati solo per il panico e l'agonia della fame d'aria davanti ad un angosciante soffocamento.
Credo poi che la sua scelta sia dipesa anche dal desiderio di non far assistere i familiari a una sofferenza straziante.
Permettere a chi resta di vivere il distacco in un contesto di assenza di dolore lo considero un ultimo, grande gesto di cura per sé e per chi ti sta a cuore.
Chiedere la sedazione profonda, chiedere un sonno indotto significa riconoscere che la medicina non può più guarire e rifiutare l'accanimento terapeutico significa che il corpo ha terminato la sua corsa e segue il suo naturale e purtroppo inevitabile decorso.
Accettare la fine della propria vita senza prolungare inutilmente l'agonia richiede una grande forza interiore. Di fronte a una dispnea così dura e soffocante, l’ingiusta sofferenza ha tolto il respiro a chi, per tutta la vita, ha aiutato gli altri a respirare e a nascere. Ma anche in quel momento così difficile, la dignità di Massimo non è venuta meno.
Oggi qualcuno potrebbe dire siamo sollevati sapendo che quella lotta affannosa è finita e che lui finalmente riposa in pace, libero da ogni dolore.
La fine della vita di Massimo specialmente dopo una sofferenza così spietata, non porta sollievo; porta solo il peso di una perdita enorme e il dolore per la rapidità e la violenza con cui è avvenuta.
Dire "siamo sollevati perché non soffre più perché riposa in pace” è cercare una consolazione, una consolazione che, in questo momento penso non possa e debba esistere.
Sappiate Nuna e i famigliari che non siete soli, questa rimane l’unica consolazione.
La morte di Massimo non solo toglie il fiato, è vuoto totale, ma come già detto è anche un'ingiustizia.
Massimo è stato travolto in un lampo, senza lasciare il tempo di abituarsi all'idea della malattia o di elaborare il distacco. Una morte rapida, violenta e ingiusta, consumata nello spazio di pochi giorni, lascia senza alcuna difesa, senza parole.
Di fronte ad una perdita così ingiusta e prematura le parole possono sembrare vuote
Nuna ieri ci siamo sentiti mi hai detto che non avevi parole: No Nuna il tuo silenzio è un silenzio pieno di parole, di parole d’amore e di gratitudine per la vita vissuta insieme a Massimo, sono sentimenti grandi e profondi che nessuna parola sarebbe in grado di contenere e che esprimono amore e riconoscenza.
Scegliere come affrontare i propri ultimi momenti, cercando la dignità e rifiutando la sofferenza inutile, è una decisione intima che lascia un segno profondo in chi resta. Il messaggio che Massimo ci ha lasciato è un'eredità preziosa: il ricordo della sua scelta diventa una spinta a dare valore a ogni istante e a considerare la vita come qualcosa che merita sempre umanità, rispetto e dignità. Custodire questo insegnamento è il modo migliore per onorare la sua memoria e mantenere vivo il suo esempio.
Nel momento del distacco più doloroso, Massimo aveva già scelto di fare il dono più grande che un essere umano possa fare: la vita stessa per qualcun altro. Grazie alla sua decisione, altre persone e le loro famiglie hanno ricevuto una seconda possibilità, una luce di speranza nata dalla sua generosità.
Questo trasforma il dolore della sua perdita in un atto di immenso valore umano. Massimo ha lasciato questo mondo offrendo protezione e futuro, il suo ricordo continuerà a vivere non solo in chi lo ha amato, ma anche nei corpi e nelle esistenze di chi oggi è tornato a sperare grazie a lui.
Ho avuto il privilegio di conoscerlo e di lavorare al suo fianco, gomito a gomito, per circa quarant’anni.
In quattro decenni si vede cambiare il mondo, si vede cambiare la medicina. E purtroppo abbiamo visto anche la nostra società perdere pezzi, diventare più fredda, più frettolosa, più aggressiva, più incattivita, più indurita. Abbiamo visto troppe volte smarrire nella vita e nel lavoro il valore della gentilezza.
Massimo in questo era e rimarrà un faro.
Per lui la gentilezza non era una formalità o una regola di buona educazione era parte integrante dell’empatia. Un vero e proprio atto terapeutico. Sapeva che curare una donna, accoglierla nel momento della fragilità o della gioia di una nascita o della paura di una malattia, richiedeva scienza, ma richiedeva soprattutto empatia, la rara capacità di sentire il dolore, l'ansia o la gioia della paziente come se fossero propri, senza però farsi travolgere.
Con quel suo modo di fare d’altri tempi, che oggi è così raro trovare, le sue pazienti si sentivano protette e ascoltate.
Noi colleghi, e anche il personale che con lui ha lavorato, abbiamo perso un punto di riferimento straordinario, un professionista umano. Gli amici hanno perso un uomo di una lealtà rara. E la sua famiglia perde il suo pilastro più grande.
Oggi proviamo una grande tristezza, ma anche una profonda gratitudine per aver condiviso un pezzo di strada con lui. La sua gentilezza empatica non andrà perduta: in ogni caso, resta in tutte le vite che ha toccato, che ha curato e che ha fatto nascere.
Massimo era più grande di me e mi ha insegnato che non basta la scienza se manca l'umanità, e che la gentilezza deve appartenere a tutti.
Perché chi è malato o paziente, o si trova in un momento di fragilità ha bisogno di trovare accoglienza, e l’accoglienza è già cura.
Prometto a te ai tuoi cari che non smetteremo mai di ricordarti a lavoro e non solo.
*“Fai buon viaggio Massimo e Grazie di tutto”*Raffaele, i colleghi e il personale del “tuo” studio*