16/06/2026
Soffrire di ricorrenti episodi di panico e della paura continua che si possano ripresentare, è una delle cause di maggiore limitazione della vita personale, lavorativa ed esistenziale, e, spesso anche relazionale.
L’American Psychiatric Association definisce il disturbo da panico come “uno stato di improvvisa paura, che raggiunge il suo picco nel giro di circa dieci minuti, a cui segue una fase “post critica” che può durare ore, caratterizzata da senso di spossatezza, confusione e disagio”, e dalla comparsa, spesso inaspettata, di almeno quattro dei seguenti sintomi:
-Palpitazioni
-Sudorazione
-Tremori
-Dispnea
-sensazione di asfissia
-dolore al petto
-nausea
-sensazione di instabilità e sbandamento
-derealizzazione (ossia, la realtà esterna appare strana ed irreale)
-depersonalizzazione (ad esempio, avere la sensazione di essere staccati dal proprio corpo)
-sensazione di perdere il controllo, impazzire o morire
-parestesie (ad esempio, avvertire formicolii)
-brividi o vampate di calore.
Dal punto di vista pratico chi vive l’esperienza pensa 3 cose:
“Sto perdendo il controllo” dei pensieri e del proprio corpo, con vertigini e timore di svenire, tachicardia, sudorazione.
“Sto per morire” spesso di un attacco di cuore, a causa del senso di soffocamento e di oppressione al petto;
“Sto per impazzire” quando, invece, accade tutto l’opposto: chi vive l’attacco di panico non perde il contatto con la realtà, anzi ne è eccessivamente connesso.
Le persone che vivono questa esperienza per cercare di stare meglio mettono in atto una serie di azioni, in terapia breve strategica meglio definite tentate soluzioni, utilizzate con l’obiettivo di risolvere la situazione ma che, invece, la mantengono o addirittura l’accentuano.
Quali sono?
-sforzarsi di controllare e calmierare tutte quelle reazioni che sono tipiche del disturbo, rivolgendo continuamente la propria attenzione all’ascolto dei parametri fisiologici;
-evitamento dei luoghi dove sono avvenuti precedenti attacchi di panico, è tangibile la paura di trovarsi in luoghi o situazioni dai quali sarebbe difficile allontanarsi (in macchina, in galleria) o nei quali potrebbe essere complicato scappare ( in coda, concerti, mezzi pubblici) o essere disponibile aiuto nel caso di un attacco;
-richiesta di aiuto e di sostegno ad amici e familiari, le richieste possono essere quelle di farsi accompagnare o addirittura farsi sostituire nelle attività quotidiane;
-parlare continuamente del disagio vissuto con chiunque, colleghi, amici, genitori, familiari, persone sconosciute.
La Terapia Breve Strategica va ad agire in maniera focale su questi tentativi fallimentari che la persona mette in pratica senza successo.
Attraverso tecniche e strategie dirette e specifiche per questo tipo di problema:
-aiuta la persona a riconquistare i propri spazi, a smettere di evitare e controllare, in quanto, più si intensificano gli sforzi per riprendere il potere su se stessi meno ci si riesce. È il classico “cane che si morde la coda”: “più cerco di controllare più perdo il controllo, ma più perdo il controllo e più mi impegno a riconquistarlo, e così via”.
-aiuta la persona a prendere consapevolezza che, ogni volta che si chiede aiuto, il messaggio predominante che arriva conferma agli altri, ma soprattutto a se stessi che non si è in grado di farcela da soli andando a minare il proprio senso di efficacia;
-agisce sul tentativo della persona di rassicurarsi parlandone.
Ogni volta che si parla del problema in maniera esagerata, infatti, è come se si innaffiasse continuamente l’erbaccia nel vaso. Innaffiandola ogni giorno diventerà un arbusto che sarà difficile sradicare. Evitando di parlarne, togliendo l’acqua che è il nutrimento dopo poco appassirà.
Il fine ultimo di ogni terapia psicologica è fare in modo che sia la persona a dominare la propria vita e non farsi, al contrario, dominare dal panico.