La Stanza della Psicologia

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IL LIMITE DELLA RAGIONE, IL PREZZO DELLA FEDE E L'ETICA DELLA PSICOANALISI: L'IO DAVANTI ALLA MORTE Difronte al tabù del...
02/06/2026

IL LIMITE DELLA RAGIONE, IL PREZZO DELLA FEDE E L'ETICA DELLA PSICOANALISI: L'IO DAVANTI ALLA MORTE

Difronte al tabù della morte, l'essere umano vive scisso in una morsa drammatica: il terrore di perdere l'Io, l'annichilimento della propria identità e, al contempo, la vertigine dell'angoscia dell'eterno.

​La storia della filosofia è il monumentale tentativo della ragione di disinnescare la paura di questo abisso.

Schopenhauer lo aveva intuito lucidamente, definendo la morte "il genio ispiratore della filosofia": pensiamo per non impazzire di fronte alla fine. Eppure, le cattedrali logiche dei pensatori si rivelano clinicamente impotenti.

Epicuro tenta la via della logica razionale: "Quando ci siamo noi la morte non c'è, quando c'è la morte non ci siamo noi". Una formula perfetta, che però fallisce clinicamente perché l'Io non teme lo stato di morte, ma l'atto del perdersi.

​Spinoza cerca la pacificazione nell'eternità della sostanza immanente ("L'uomo libero non pensa a nulla meno che alla morte").
L'Io è assorbito nell'infinito. Rimane tuttavia quella vertigine dell'eterno in cui l'identità si sente dissolta.

​Schopenhauer aveva visto come la filosofia sia nata proprio dal bisogno di consolarci della morte, per non impazzire difronte alla fine. Eppure, la sua soluzione (la nolontà, il dissolvimento dell'Io nel nulla) non fa che alimentare il terrore dell'annichilimento.

​Heidegger infine formalizza l'impotenza: l'uomo è "essere-per-la-morte". Sancisce una realtà insuperabile per l'Io. Vede la morte come la possibilità più propria dell'Io, qualcosa che non si può superare con la logica, ma che va solo co-esistita e accettata nella sua finitezza.

Kierkegaard ci parla dell'angoscia esistenziale, "la vertigine della libertà". Parla del salto mortale nella fede come unica via per una vita eterna oltre la morte, ma accompagnata dal "timore e tremore" davanti a Dio.

​Laddove la ragione dei filosofi capitola, si sperimenta che l'unica risposta strutturante, l'unica capace di contenere il crollo psichico, non può che essere la fede.

Solo l'atto di fede offre un senso metafisico, promettendo all'Io che la sua unicità non andrà perduta nel nulla, ma sarà custodita in un "sempre".

Tuttavia, da una prospettiva psicologica profonda, questo approdo non è privo di conflitto.

L'eterno della fede non è un anestetico gratuito. l'Io che vi si rifugia per sfuggire al nulla riattiva immediatamente un'altra angoscia arcaica.

Subentra il timore del tribunale di Dio. L'angoscia non scompare, si trasmuta. Dal terrore del vuoto biologico si passa al peso della colpa e dello sguardo del Giudice Assoluto.

Oppure subentra il pensiero di un tempo eterno per noi inconcepibile, inattivo, piatto, una noia senza fine.

Nelle grandi religioni monoteiste, c'è la promessa di una giustizia finale e di una felicità eterna per chi ha agito eticamente.
Nel cristianesimo, l'angoscia si placa nel pensiero della misericordia del Dio incarnato.

​Nella pratica clinica quotidiana, questo dramma raramente si presenta a viso aperto. Il pensiero della morte si nasconde quasi sempre dietro i sintomi.

L'ipocondria, l'attacco di panico, le compulsioni o l'ossessione del controllo non sono che maschere.

l'Io sposta l'angoscia innominabile su qualcosa di più piccolo e circoscritto, nel tentativo disperato di arginarla. Si illude di poter dominare la vita per non ammettere che la fine sfugge a ogni presa.

È una lotta logorante contro un dato di fatto: la morte non si può controllare.

​È qui che si colloca lo scarto della psicoanalisi. L'analisi non ha la pretesa di risolvere il problema, né offre le promesse salvifiche della religione. Il suo invito è un atto di onestà radicale e di cura: condurre il paziente ad accettare l'impossibilità del controllo, ad accettare il fatto che non sappiamo.

​Qualunque sia la scelta esistenziale del soggetto, la fede con il suo timore del giudizio, o l'accettazione del limite laico della materia, la psicoanalisi scioglie l'inganno del sintomo e invita a essere consapevoli della fine del tempo terreno.

Smantellata l'illusione del controllo, l'accettazione della finitudine non evira l'Io, ma ne libera il desiderio, spingendolo finalmente a non sprecare il proprio tempo.

Ecco perché è necessario pensare la morte ed educare a pensarla sin da bambini senza infingimenti. Pensare a essa è trovare un senso alla propria vita che, se non avesse scadenza, non comporterebbe né l'etica né la ricerca speculativa.

Nelle epoche precedenti c'era una familiarità con la morte che oggi è andata perduta per l'allungarsi della vita e l'enorme riduzione della mortalità infantile.

Oggi non se ne parla quasi mai, si usano modi di dire che vorrebbero addolcire il fenomeno naturale. Addirittura è un tabù pensare alla fine e si evade con la corsa al successo, al potere, al benessere materiale, alla forma fisica da mantenere perfetta.

Ma la morte c'è ed è ciò a cui nessuno può scampare. E quando appare, anche se rimossa, la consapevolezza di essa, affiorano tutti i disturbi psichici.

Non c'è disagio psichico che non derivi da questo. Nel lavoro terapeutico dobbiamo tenerlo sempre presente.

ABITARE IL TEMPO, NON PASSARE DEL TEMPO​ Nella mia professione di psicoterapeuta, incontro persone che soffrono per un s...
17/05/2026

ABITARE IL TEMPO, NON PASSARE DEL TEMPO

​ Nella mia professione di psicoterapeuta, incontro persone che soffrono per un senso di vuoto, di noia, e, nel tentativo di sottrarvisi, sono in perenne rincorsa.

Ci si lamenta di conseguenza che il tempo non passa mai o che passa troppo velocemente e non è mai abbastanza.

La verità clinica è un'altra: la percezione del vuoto, così come la distrazione in un agire compulsivo o il rimandare continuo sono difese psichiche.

Si preferisce far passare il tempo anziché abitarlo, perché abitarlo pienamente significa accettare che scorre e ha un limite.

​È una dinamica che svela qualcosa di profondo: abitare la finitezza per dare senso al presente.

Molti filosofi, scrittori e artisti hanno fatto del tempo oggetto di riflessione.

S. Agostino ne parla ampiamente ponendo in evidenza come sia esso una percezione dell'anima, non una realtà ontologica.
La memoria è il presente del passato, l'attesa è il presente del futuro e solo il presente è da noi sperimentabile.

Nella realtà siamo noi che pensiamo il tempo e lo attraversiamo nell'arco tra la vita e la morte, laddove per noi finisce.

Heidegger non a torto afferma che l’essere umano vive in modo autentico solo quando sviluppa la consapevolezza della propria finitudine (l'"essere-per-la-morte").

In psicoanalisi sappiamo che l'angoscia dettata dalla consapevolezza del limite non è un nemico, è una bussola.

Se il tempo fosse infinito, nessuna scelta avrebbe peso. Abitare il tempo significa dunque non sfuggire all'angoscia del vuoto, alla morte, con inutili distrazioni.

È solo la fine del tempo che ci è dato a rendere ogni singolo attimo unico e insostituibile.

​ Dostoevskij, scampato alla fucilazione, a un passo dall'esecuzione, descrive nel romanzo "L'Idiota" l'ultimo minuto del condannato come un tempo immenso.

Quando la difesa della rimozione crolla davanti all'ineluttabile, la mente de-automatizza la percezione: vive l'espansione del sè nell'urgenza dell'istante.

L'Io non è più distratto, non sta semplicemente "passando" quegli ultimi istanti: li abita con una densità tale che cinque minuti si espandono e l'ultimo diventa un contenitore di significato infinito dove la vita è interamente condensata.

​ Già Seneca, nel "De brevitate vitae" diceva: "Non riceviamo una vita breve, ma la rendiamo tale". Dunque la percezione del tempo è soggettiva, così come l'uso che ne facciamo, tenendo conto che è limitato.

Intercettava quella che oggi definiremmo una nevrosi collettiva, ovvero il paradosso di passare l'esistenza a fare progetti per il futuro, posticipando il presente, per riempire il tempo. Si finisce di fatto con l'avvertire il vuoto e la futilità della vita.

In termini psicologici, questa è una scissione: proiettiamo la vita in un domani ideale per non affrontare la frustrazione o la fatica del qui ed ora.

Chi rimanda, chi non agisce o chi fa mille cose per non pensare, non abita il presente, si fa semplicemente attraversare dal tempo che passa.

La distrazione digitale, il multitasking esasperato o l'illusione di poter sempre rimandare a domani sono i modi in cui l'uomo oggi cerca di sfuggire alla vertigine del limite.

Questo modo di comportarsi da immortali per non sentire l'angoscia del tempo che finisce, è una difesa che ha un prezzo altissimo: l'anestesia emotiva.

​Abitare il tempo è la grande svolta terapeutica, è compiere un atto di coraggio, smettere di consumarlo e iniziare a stare.

È tollerare che il momento presente è l'unico spazio reale in cui ci è concesso di esistere ed è pertanto necessario farne buon uso sul piano etico.

RESTARE FERMI MENTRE TUTTO INTORNO TREMA  Si parla molto in questo periodo del "dietro le quinte" del nostro lavoro di p...
10/05/2026

RESTARE FERMI MENTRE TUTTO INTORNO TREMA

Si parla molto in questo periodo del "dietro le quinte" del nostro lavoro di psicoterapeuti.

Si pubblicano libri di successo che raccontano di terapeuti abitati da dubbi costanti, che tremano insieme al paziente e portano a casa il peso di ogni seduta.

Sono libri di facile successo in un mondo che vuole spiare il setting analitico, nel tentativo di rendere il terapeuta più umano (come se umano già non fosse), più vicino alle tempeste emotive dei pazienti.

Si presenta l'analista come una persona tanto fragile quanto chi chiede aiuto.

Io credo invece che il nostro dovere sia essere quel porto sicuro dove il mare, finalmente, smette di agitarsi.

Non credo pertanto che tale divulgazione funzioni, almeno per i pazienti, dal momento che chi è naufrago nell'oceano cerca terra, un approdo sicuro.

Potrebbe forse essere di conforto a quei terapeuti che non si sentono sicuri nel loro lavoro e avrebbero bisogno di una buona supervisione, non di un libro che li tranquillizzi per il solo fatto che non sono i soli a tremare.

​Dopo una vita di professione posso affermare che ​Il "tremore" del terapeuta non è un valore aggiunto per la cura.

​Certo, siamo umani. Ma è proprio per questo che un tempo esisteva l'obbligo di un'analisi personale profonda e rigorosa. Ora non c'è più, e questo è il vero problema.

L'analisi non fa diventare "freddi"; serve a costruire una struttura interna capace di accogliere il caos dell'altro senza farsi travolgere.

​Se il terapeuta trema, se il terapeuta è "scalzo", chi offre la terra ferma al paziente?

​L’empatia non è confusione emotiva.

​La vicinanza non è assenza di confini.

​Il dubbio è uno strumento di lavoro, non una condizione esistenziale che ci deve perseguitare la sera.

​In decenni di attività ho imparato che il dono più grande che possiamo fare a chi soffre non è mostrare le nostre crepe, ma dimostrare che si può attraversare il dolore senza andare in pezzi.

La nostra stabilità è la loro speranza.

RIFLESSIONI SULLA SERIE "VICHINGHI": Mito, Storia e Psicoanalisi Sto seguendo la quarta stagione di Vikings e la rifless...
08/05/2026

RIFLESSIONI SULLA SERIE "VICHINGHI":
Mito, Storia e Psicoanalisi

Sto seguendo la quarta stagione di Vikings e la riflessione sorge spontanea: la civilizzazione migliora davvero l’essere umano o lo rende solo più subdolo?

Da psicoanalista, vedo in Vikings il dramma dell'evoluzione umana descritto da Vico: il passaggio dai 'bestioni' guidati dagli istinti primordiali all'uomo che 'ragiona con mente pura'.

La serie ci mostra che la civilizzazione spesso non è crescita, ma solo una forma più sofisticata di corruzione. Ragnar è l'uomo che attraversa nel percorso della sua vita tutte queste fasi, scoprendo che la ragione senza l'onore del 'primitivo' è solo un guscio vuoto."

Seguendo le fasi evolutive descritte da Giambattista Vico, vediamo l'uomo passare dallo stadio dei "bestioni" che sentono senza avvertire (l'infante), a quelli che "intendono con animo commosso e perturbato" (il fanciullo curioso che scopre il mondo, ne cerca le cause, il senso, vivendo un mondo di passioni, di dei ed eroi), fino a chi dovrebbe "ragionare con mente pura" (l'adulto civilizzato).

​Ma la serie ci svela una verità amara: la civilizzazione non è necessariamente crescita.

​I Primitivi (i Vichinghi) sono rozzi e dominati da istinti di sopraffazione, ma sono integri. Sono attaccati ai figli, non perdonano il tradimento e vivono un eros primordiale, non sofisticato ma autentico.

Il loro sentire è totale, non scisso. La donna ha un ruolo importante ed è tenuta in gran considerazione.

​I Civili (i re coronati d'Inghilterra e di Francia) rappresentano la "mente pura", ma è una mente scissa, capace di ingannare in modo subdolo dietro "buone ragioni".

Hanno perso il senso di appartenenza e l'onore, barattandoli con una corruzione raffinata.

​Ragnar, personaggio leggendario, è l'unico che compie l'intero percorso nell'arco della sua vita, dalla ferocia del guerriero alla curiosità dell'intellettuale.

Ma proprio lui, complesso e tormentato, arrivato alla "mente pura" spinto dal desiderio di conoscenza, scopre il vuoto e la falsità della civiltà. La sua caduta, la sua dipendenza da sostanze allucinogene, la sua solitudine sono il prezzo del suo aver "inteso troppo", aver voluto comprendere e integrare culture diverse.

​Non è una serie sulla violenza, ma sulla tragica difficoltà di integrarsi senza perdere la propria anima.

Ragnar è lo specchio in cui l'autore ci mostra che, quando cerchi di appartenere a due mondi diversi, finisci per non appartenere a nessuno. Ed è lì che inizia la sua vera caduta, ma anche la sua grandezza mitologica.

Michael Hirst, l'ideatore e unico scrittore della serie, ha dichiarato spesso nelle interviste che il suo intento non era fare un documentario, ma esplorare proprio lo scontro tra visioni del mondo.

La colonna sonora (di Einar Selvik e i Wardruna) è magnifica. È la voce del "mondo di sotto". È una musica che vibra nelle frequenze arcaiche, che richiama il battito del cuore e i suoni della natura.

Funge da contrappeso alla "civilizzazione", ricordando allo spettatore, e ai personaggi, che sotto la superficie della ragione batte ancora l'anima del "bestione" primordiale.

Non intendo con ciò fare una critica sul valore cinematografico della serie che può piacere o meno, anche perché non ho finito di vederla tutta. Dico solo le ragioni per le quali la trovo interessante.

MENS SANA IN CORPORE SANO: IL RIBALTAMENTO DI GIOVENALE E se avessimo capito tutto al contrario?Se invertissimo l'ordine...
23/04/2026

MENS SANA IN CORPORE SANO: IL RIBALTAMENTO DI GIOVENALE

E se avessimo capito tutto al contrario?
Se invertissimo l'ordine dei fattori?
Se la verità fosse circolare e non lineare?

​Tutti ripetiamo come un mantra "Mens sana in corpore sano", usandolo come slogan per la palestra o per l'ultimo trattamento estetico.

​Giovenale in realtà non premiava il culto dei muscoli, sebbene i Romani ritenessero la forza fisica indispensabile per la guerra e curassero il corpo. Pensiamo alle Terme, a cui avevano accesso tutti, anche schiavi e liberti. Un luogo democratico di ristoro e socializzazione.


Giovenale chiedeva agli dei, nelle sue Satire, la saggezza di non desiderare l'effimero: "Orandum est ut sit mens sana in corpore sano" (Bisogna pregare affinché ci sia una mente sana in un corpo sano).


Spesso usiamo le sue parole per giustificare l'ossessione per il fitness, come se un corpo scolpito fosse la garanzia di una mente lucida.

In realtà, per gli antichi, soprattutto nel pensiero stoico, era un invito alla moderazione, una preghiera per l'equilibrio.

Oggi viviamo il ricatto del "corpo perfetto" per sentirci sicuri a compensazione vana dell'insicurezza interiore.

Ma la verità è un'altra: è una psiche sana, libera dal giudizio e consapevole, a dare salute e vigore al corpo.

L'insicurezza e la dipendenza dall'approvazione altrui sono tossine che logorano il fisico più di qualsiasi età.

​🌿 Se osserviamo la Natura, vediamo che in essa nulla è brutto. Essa non subisce il filtro dei social.

In Natura la bruttezza non esiste, perché tutto è funzionale al Tutto.
Un albero nodoso o una roccia scavata dall'acqua non sono "difettosi", sono la cronaca visibile della loro funzione universale.

Il nostro corpo che cambia segue la stessa logica, la stessa armonia. La funzione ha la precedenza sul giudizio estetico.

​🎨 La lezione di Michelangelo

​Pensate alla Pietà di San Pietro. Perché Maria è così giovane, quasi coetanea di suo figlio?

Michelangelo non cerca il realismo estetico, vuole esprimere la bellezza interiore, eterna, che vince il tempo, le atrocità della Passione, la morte.
La giovinezza di quel marmo non è chirurgia plastica, è il riflesso sublime della purezza dell'anima.

La bellezza dei corpi non è che il linguaggio con cui l'anima parla al mondo.

​✨ Il corpo è una lampada destinata a finire, ma l'anima è una luce che irradia, è la corrente che la accende.
​Il vero fascino è un'irradiazione.

​Si può essere magnetici anche in un corpo segnato dal tempo o da qualche malattia, perché la luce interiore non subisce né la gravità né gli anni.

​Il corpo muore, ma la luce che abbiamo emanato resta nel ciclo dell'esistenza.

Non curiamo dunque solo l'involucro sperando che si accenda. Accendiamo la nostra luce, e anche la lampada più vecchia brillerà di un fascino immortale.

LA "TRASPARENZA TOTALE: UN'EROSIONE DELLA PSICHE ​Come psicoanalista, osservo con crescente disagio l’evoluzione di piat...
21/04/2026

LA "TRASPARENZA TOTALE: UN'EROSIONE DELLA PSICHE

​Come psicoanalista, osservo con crescente disagio l’evoluzione di piattaforme come. Instagram e tiktok. Non è solo una questione di tempo perso, ma di una radicale trasformazione della nostra architettura psichica. Sono sistemi che sembrano progettati per annullare il confine tra interno ed esterno.

Non intendo esprimere giudizi dal momento che anche io uso Instagram, ma lo uso esclusivamente per fini professionali utili a tutti. Le mie sono riflessioni di chi studia il comportamento umano.

​1. La dissoluzione del Confine e la fine del Segreto

​La privacy non è un concetto burocratico, ma una necessità strutturale: è la membrana che protegge il Sé. Instagram e tiktok operano sistematicamente per erodere questo limite, trasformando l'intimità in un palcoscenico. Senza un "retro-scena" precluso allo sguardo dell'Altro, l'individuo sperimenta una forma di emorragia psichica. Quando tutto è esposto, non esiste più un luogo dove ritirarsi per elaborare l'esperienza in modo autentico.

​2. La patologia del Falso Sé e l'Io-Oggetto

​Seguendo la lezione di Winnicott, vediamo come la piattaforma spinga a investire esclusivamente su un Falso Sé sociale. Siamo diventati registi, montatori e attori della nostra vita, monitorando l’esperienza mentre accade invece di viverla. Se l’identità si costruisce solo attraverso il rimando speculare dei like, il mondo interno si svuota. Non siamo più soggetti che sentono, ma oggetti che performano per l'algoritmo.

​3. L'atrofia del Logos: niente link, niente dibattito, niente pensiero

​La struttura stessa di tali sistemi è ostile alla complessità.

​Il Monologo del Reel: I video sono diventati dispositivi di auto-reclam e autocelebrazione, privi di reale alterità.

​L’esilio della Parola non lascia spazio per post lunghi o riflessioni articolate. La parola viene mutilata, ridotta a didascalia di un'immagine.

​L’isolamento culturale è all'apice. L'impossibilità di condividere link (da YouTube o da fonti esterne) crea un circuito chiuso che impedisce il confronto.
Senza il "Terzo" — il pensiero dell’altro, l’approfondimento — non c'è dibattito, ma solo proiezione e polarizzazione.

​4. Un’estetica senza sostanza

Ci si deve adattare a un luogo dove la velocità annulla il senso e dove il silenzio del non-detto è considerato un vuoto da colmare con inserzioni pubblicitarie.

La salute mentale richiede tempo, sosta e opacità. Instagram, TikTok, con la loro "trasparenza persecutoria" e la spinta al narcisismo riflessivo, è l’esatto opposto del setting necessario per la cura dell'anima.

​In conclusione: difendere il proprio confine tra pubblico e privato non è asocialità, è resistenza psichica. È il tentativo di preservare un'area transizionale dove il pensiero possa ancora nascere libero, non filtrato e, soprattutto, non visto.

L'AMORE UMANO È SEMPRE IMPERFETTO È un’affermazione che suona quasi come una legge fisica, è tanto brutale quanto, a mod...
21/04/2026

L'AMORE UMANO È SEMPRE IMPERFETTO

È un’affermazione che suona quasi come una legge fisica, è tanto brutale quanto, a modo suo, liberatoria.

​L'idea che l'amore debba essere "perfetto" è spesso il veleno che uccide i rapporti reali.

Se accettiamo che l'amore umano è intrinsecamente imperfetto, smettiamo di inseguire un miraggio e iniziamo a costruire qualcosa di solido.

​Ecco perché questa imperfezione dell'amore umano non è un difetto, ma la sua caratteristica principale: riconosce il limite della natura umana.

​Siamo esseri finiti, con paure, traumi e una quantità limitata di energie.

Pretendere un amore perfetto da un essere imperfetto è come chiedere a un cerchio disegnato a mano di non avere nemmeno una sbavatura.

Anche nell'atto più generoso, resta sempre un briciolo di bisogno personale.

​Le parole non riescono mai a trasmettere compiutamente il cento per cento di ciò che proviamo, creando piccoli o grandi malintesi.

​ Ma è proprio nell"incompiuto" che dimora la bellezza.

​Nella filosofia giapponese esiste il concetto di Wabi-sabi, che vede la bellezza nell'impermanenza e nell'imperfezione.

In amore, questo si traduce nel valore del perdono e della riparazione.

​ Un amore che non ha mai dovuto perdonare nulla o superare una crisi non è un amore forte, non è neanche un amore fortunato, è superficiale.

​Quando cerchiamo la perfezione, cadiamo nella trappola dell'ideale. Non stiamo amando l'altra persona, ma l'immagine che abbiamo proiettato su di lei.

L'amore reale inizia proprio dove finisce l'idealizzazione.

​L'innamoramento è perfetto perché è frutto di una proiezione.

​L'amore è imperfetto perché è una scelta quotidiana fatta tra i difetti.

​L'imperfezione è dunque ciò che rende "umano" l'amore.

È lo spazio vuoto tra due persone che permette loro di muoversi, cambiare e crescere insieme.

Se fosse perfetto, sarebbe statico, e ciò che è statico non è vivo.

Arrivare a questa consapevolezza dà pace.

IL.PARADOSSO DELLA SOLITUDINE: LA STANZA DOVE IMPARIAMO AD AMARE Sembra un controsenso, ma è proprio questa abilità a ra...
19/04/2026

IL.PARADOSSO DELLA SOLITUDINE: LA STANZA DOVE IMPARIAMO AD AMARE

Sembra un controsenso, ma è proprio questa abilità a rappresentare uno dei segni più maturi dello sviluppo emotivo.

In psicoanalisi, spesso citiamo il concetto di Donald Winnicott: la "capacità di essere soli".

​Esiste una differenza sottile, ma vitale, tra il sentirsi soli e il sapersi abitare.

Non è un atto di isolamento o un rifiuto del mondo, anzi, è il terreno fertile su cui cresce ogni relazione autentica.

​ La solitudine non è il contrario dell'amore, la negazione o il rifiuto di questo.

​Molti temono il silenzio della propria compagnia perché lo confondono con l'abbandono.

Eppure, la solitudine scelta ha un valore trasformativo: impariamo a filtrare il desiderio.

Quando non si sa stare soli, si cerca l’altro per necessità, per "riempire un vuoto".

Quando si sa stare soli, si sceglie l’altro per il piacere di incontrarlo.

L'amore smette di essere una medicina e diventa un dono.

​ Nel rumore costante delle aspettative altrui, rischiamo di perdere la nostra voce, il nostro Sé.

La solitudine è lo spazio clinico in cui i pensieri si sedimentano e dove possiamo finalmente ascoltare ciò che proviamo, senza interferenze.

​ Abitare serenamente la propria solitudine significa aver interiorizzato una base sicura, una "presenza buona".

Sappiamo di essere amabili anche quando non c'è nessuno a confermarcelo.

​Abitare il vuoto è la premessa per poter accogliere e amare la vita.

​Scegliere di dedicare a sé stessi momenti di solitudine non significa alzare un muro, ma costruire una porta.

Chi teme il vuoto dentro di sé finirà per soffocare le persone che ama, chiedendo loro di colmare un abisso che a loro non appartiene.

​Al contrario, chi coltiva il proprio mondo interiore, torna all'esterno con più energia, più curiosità e una capacità di ascolto rinnovata.

Amiamo meglio e di più gli altri quando non abbiamo paura di restare con noi stessi.

​ La solitudine è per lo spirito ciò che il cibo è per il corpo: una necessità, non una punizione.

​Non dobbiamo avere paura di quel silenzio. È lì che si sta preparando il posto per il vero incontro con l'altro.

LA CECITÀ DELL'ERRORE ​Nella pratica psicoanalitica assistiamo spesso a una narrazione edulcorata dell’errore, visto com...
15/04/2026

LA CECITÀ DELL'ERRORE

​Nella pratica psicoanalitica assistiamo spesso a una narrazione edulcorata dell’errore, visto come un necessario "step" verso la crescita.

Tuttavia, questa visione ignora la dimensione traumatica e strutturante che l’errore riveste nella vita psichica.

L’idea che "sbagliando si impari" è una semplificazione che non tiene conto del peso dei residui non elaborati.

​L’errore si trasforma spesso in automatismo e "stupidità" psichica.

​Quella che comunemente definiamo "stupidità" nell’errore comunicativo è, in realtà, una forma di cecità del soggetto.

L'individuo agisce senza rendersi conto del male che produce, non per una deliberata volontà maligna (il "peccato morale"), ma per un’incapacità di abitare il momento comunicativo.

Quando l'errore non viene interrogato, esso non insegna: si stabilizza. Diventa una scelta inconscia di comfort, una modalità di relazione che, pur essendo fallimentare, viene reiterata perché familiare.

Subentra una sorta di​ narcisismo della colpa e blocco dell'Io.

​L'errore ha un potere corrosivo sull'autostima. Genera un senso di colpa che, paradossalmente, anziché spingere alla riparazione verso l'altro, chiude il soggetto in un auto-isolamento punitivo.

​L'errore blocca: il soggetto resta ipnotizzato dal proprio fallimento.
​La colpa paralizza: Si preferisce restare "incastrati" nel ruolo di chi ha sbagliato piuttosto che affrontare la fatica psichica della trasformazione.

​L'ammissione è una scorciatoia che non è detto che porti al perdono del fatto compiuto.
​C’è una discrepanza fondamentale tra l'atto sociale e il processo interno.

​L’ammissione dell’errore spesso è un atto superficiale, una transazione necessaria per sedare il conflitto esterno e ottenere un’assoluzione rapida.

​Il perdono di sé è il vero scoglio clinico. È immensamente più facile chiedere scusa all’altro che integrare la propria parte fallace.

Il perdono autentico richiede di attraversare la depressione del proprio limite e la rinuncia all'ideale di perfezione.

​Conclusioni cliniche:
​sbagliare non insegna nulla se il soggetto non è disposto a guardare il "male" (l'attrito, la ferita, l'incomprensione) che ha generato. Senza questa sosta riflessiva, l'errore è solo un dispositivo di autosabotaggio che erode l'autostima e impoverisce il legame con l'altro.

​Il compito della terapia non è "imparare dagli errori", ma smettere di averne bisogno per confermare la propria inadeguatezza.

QUANDO LA PRIVACY PUÒ DIVENTARE UN CONFINE RIGIDO ​Cosa si nasconde dietro la scelta di disattivare le conferme di lettu...
10/04/2026

QUANDO LA PRIVACY PUÒ DIVENTARE UN CONFINE RIGIDO

​Cosa si nasconde dietro la scelta di disattivare le conferme di lettura su WhatsApp? Spesso la leggiamo come una semplice preferenza tecnica, ma dal punto di vista psicologico racconta molto di più.

​Siamo di fronte a un incrocio tra tratti di personalità e pressione sociale.

​Da un lato, la società della reperibilità, ci vuole sempre connessi, trasparenti e pronti a rispondere.
Qui, togliere il "visto" è una forma di resistenza, un tentativo di difendere il proprio spazio mentale.

​D'altro lato, la rigidità dei confini può esprimere molto più un che un bisogno di protezione. Diventa estremo, il confine si trasforma in muro. Può nascondere un tratto evitante: il timore che l'aspettativa dell'altro diventi un soffocamento.

​In questo modo, la tecnologia crea un’asimmetria: "Io vedo te, ma tu non vedi me". Una zona grigia dove l'individuo cerca di riappropriarsi di un'autonomia che non riesce a negoziare apertamente a parole.

​ È dunque un atto di libertà o piuttosto una barriera relazionale?

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