02/06/2026
IL LIMITE DELLA RAGIONE, IL PREZZO DELLA FEDE E L'ETICA DELLA PSICOANALISI: L'IO DAVANTI ALLA MORTE
Difronte al tabù della morte, l'essere umano vive scisso in una morsa drammatica: il terrore di perdere l'Io, l'annichilimento della propria identità e, al contempo, la vertigine dell'angoscia dell'eterno.
La storia della filosofia è il monumentale tentativo della ragione di disinnescare la paura di questo abisso.
Schopenhauer lo aveva intuito lucidamente, definendo la morte "il genio ispiratore della filosofia": pensiamo per non impazzire di fronte alla fine. Eppure, le cattedrali logiche dei pensatori si rivelano clinicamente impotenti.
Epicuro tenta la via della logica razionale: "Quando ci siamo noi la morte non c'è, quando c'è la morte non ci siamo noi". Una formula perfetta, che però fallisce clinicamente perché l'Io non teme lo stato di morte, ma l'atto del perdersi.
Spinoza cerca la pacificazione nell'eternità della sostanza immanente ("L'uomo libero non pensa a nulla meno che alla morte").
L'Io è assorbito nell'infinito. Rimane tuttavia quella vertigine dell'eterno in cui l'identità si sente dissolta.
Schopenhauer aveva visto come la filosofia sia nata proprio dal bisogno di consolarci della morte, per non impazzire difronte alla fine. Eppure, la sua soluzione (la nolontà, il dissolvimento dell'Io nel nulla) non fa che alimentare il terrore dell'annichilimento.
Heidegger infine formalizza l'impotenza: l'uomo è "essere-per-la-morte". Sancisce una realtà insuperabile per l'Io. Vede la morte come la possibilità più propria dell'Io, qualcosa che non si può superare con la logica, ma che va solo co-esistita e accettata nella sua finitezza.
Kierkegaard ci parla dell'angoscia esistenziale, "la vertigine della libertà". Parla del salto mortale nella fede come unica via per una vita eterna oltre la morte, ma accompagnata dal "timore e tremore" davanti a Dio.
Laddove la ragione dei filosofi capitola, si sperimenta che l'unica risposta strutturante, l'unica capace di contenere il crollo psichico, non può che essere la fede.
Solo l'atto di fede offre un senso metafisico, promettendo all'Io che la sua unicità non andrà perduta nel nulla, ma sarà custodita in un "sempre".
Tuttavia, da una prospettiva psicologica profonda, questo approdo non è privo di conflitto.
L'eterno della fede non è un anestetico gratuito. l'Io che vi si rifugia per sfuggire al nulla riattiva immediatamente un'altra angoscia arcaica.
Subentra il timore del tribunale di Dio. L'angoscia non scompare, si trasmuta. Dal terrore del vuoto biologico si passa al peso della colpa e dello sguardo del Giudice Assoluto.
Oppure subentra il pensiero di un tempo eterno per noi inconcepibile, inattivo, piatto, una noia senza fine.
Nelle grandi religioni monoteiste, c'è la promessa di una giustizia finale e di una felicità eterna per chi ha agito eticamente.
Nel cristianesimo, l'angoscia si placa nel pensiero della misericordia del Dio incarnato.
Nella pratica clinica quotidiana, questo dramma raramente si presenta a viso aperto. Il pensiero della morte si nasconde quasi sempre dietro i sintomi.
L'ipocondria, l'attacco di panico, le compulsioni o l'ossessione del controllo non sono che maschere.
l'Io sposta l'angoscia innominabile su qualcosa di più piccolo e circoscritto, nel tentativo disperato di arginarla. Si illude di poter dominare la vita per non ammettere che la fine sfugge a ogni presa.
È una lotta logorante contro un dato di fatto: la morte non si può controllare.
È qui che si colloca lo scarto della psicoanalisi. L'analisi non ha la pretesa di risolvere il problema, né offre le promesse salvifiche della religione. Il suo invito è un atto di onestà radicale e di cura: condurre il paziente ad accettare l'impossibilità del controllo, ad accettare il fatto che non sappiamo.
Qualunque sia la scelta esistenziale del soggetto, la fede con il suo timore del giudizio, o l'accettazione del limite laico della materia, la psicoanalisi scioglie l'inganno del sintomo e invita a essere consapevoli della fine del tempo terreno.
Smantellata l'illusione del controllo, l'accettazione della finitudine non evira l'Io, ma ne libera il desiderio, spingendolo finalmente a non sprecare il proprio tempo.
Ecco perché è necessario pensare la morte ed educare a pensarla sin da bambini senza infingimenti. Pensare a essa è trovare un senso alla propria vita che, se non avesse scadenza, non comporterebbe né l'etica né la ricerca speculativa.
Nelle epoche precedenti c'era una familiarità con la morte che oggi è andata perduta per l'allungarsi della vita e l'enorme riduzione della mortalità infantile.
Oggi non se ne parla quasi mai, si usano modi di dire che vorrebbero addolcire il fenomeno naturale. Addirittura è un tabù pensare alla fine e si evade con la corsa al successo, al potere, al benessere materiale, alla forma fisica da mantenere perfetta.
Ma la morte c'è ed è ciò a cui nessuno può scampare. E quando appare, anche se rimossa, la consapevolezza di essa, affiorano tutti i disturbi psichici.
Non c'è disagio psichico che non derivi da questo. Nel lavoro terapeutico dobbiamo tenerlo sempre presente.