Luca Picciuto - Aba, Logopedia, Neuropsicologia

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Luca Picciuto - Aba, Logopedia, Neuropsicologia Laurea con lode in psicologia clinica per infanzia e adolescenza. Laurea in Logopedia.

Consulenze psicologiche in età evolutiva e adolescenziale
Orientamento scolastico e professionale
Consulenza familiare e di coppia
Diagnosi e Consulenze Individuali
Esperto del processo luttuoso e/o di separazione
Tecniche comportamentali per la risoluzione, depressione, stati d'ansia e Attacchi di panico

22/10/2026
18/10/2026

FATICA

Dal latino apertura, crepa. Fatiscere: aprirsi, screpolarsi, cedere. E in effetti vivere non è altro che un tentativo di sbocciare, di schiudersi, di fidarsi della luce. E questo processo non dovremmo mai ostacolarlo. Permettere ad ogni essere umano che cresce di sperimentare l'arte preziosa della fatica. Quel processo fatto di impegno, attenzione e progressiva responsabilità che permette di aprirsi a sé e al mondo. Il nostro immaturo tentativo di proteggerli togliendo loro la fatica. Riempiendoli di comodità, di appagamento effimero, di desideri indotti, di emulazione. Riempiendoli di inutilità, di rumori, di confusione. Non puoi costruire valore, forse neanche sapore, senza il movimento verso, senza il desiderio che si prolunga, senza il vuoto. Anche il nostro non spostarci è un atto di egocentrismo che toglie loro abilità, che riduce sì la fatica, ma inquina l' autoefficacia dalle fondamenta. Senza fatica sembra vederli chiusi, timorosi, nella paura di sporcarsi di vita. Non possiamo mostrare crepe, rughe, croste, cicatrici. Non possiamo accoglierle in noi, non vogliamo vederle in loro. Eppure è lì, proprio in quel perdere pezzi che si rinasce. È nella rinuncia ( come una potatura costante) che costruisci la tua strada, come uno scultore che toglie il superfluo, come un poeta che toglie un po' di bianco dal foglio.

15/10/2026

Comunicare difficoltà, ma anche strategie e obiettivi

Quando si accompagna un bambino neurodivergente nel suo percorso scolastico, la comunicazione tra insegnanti e genitori rappresenta uno strumento fondamentale per costruire un intervento educativo efficace, coerente e realmente inclusivo.

È certamente importante informare la famiglia su ciò che accade a scuola: le difficoltà incontrate, gli episodi di disregolazione emotiva e comportamentale, i momenti di maggiore fatica, ma anche i progressi, le conquiste e le situazioni in cui il bambino riesce a esprimere al meglio le proprie potenzialità.

Ma la comunicazione educativa non può fermarsi alla descrizione degli eventi.

Dire a un genitore che il bambino ha avuto una crisi, ha rifiutato un'attività, si è isolato o ha manifestato comportamenti problematici è importante. Tuttavia, è altrettanto necessario spiegare *come si è intervenuti, quali strategie sono state utilizzate e quali obiettivi educativi si stanno perseguendo.

* Quali strategie sono state adottate per prevenire o gestire la disregolazione?
* Quali antecedenti sembrano aver favorito il comportamento?
* Quali ipotesi sono state formulate sulla funzione del comportamento?
* Come sono state strutturate le richieste, le routine e l'ambiente?
* Quali modalità di comunicazione, supporti visivi o strumenti di CAA sono stati utilizzati?
* Quali abilità si stanno insegnando o potenziando?
* Quali progressi sono stati osservati e quali aspetti richiedono ancora un lavoro sistematico?

Queste informazioni trasformano una semplice comunicazione in una vera condivisione del progetto educativo.

Un bambino con autismo, ADHD o altre condizioni del neurosviluppo non ha bisogno soltanto che gli adulti sappiano descrivere le sue difficoltà. Ha bisogno di adulti capaci di comprendere i suoi bisogni, osservare in modo sistematico, individuare obiettivi realistici e applicare strategie coerenti nel tempo.

Un comportamento non è semplicemente qualcosa da segnalare: è qualcosa da osservare, analizzare e comprendere, considerando il contesto, le richieste, le competenze comunicative, le caratteristiche attentive, l'elaborazione sensoriale e le possibili variabili che lo influenzano.

Allo stesso modo, sviluppare l'autonomia, la comunicazione funzionale, la flessibilità cognitiva, la capacità di attesa, la regolazione emotiva o la partecipazione alle attività richiede un lavoro intenzionale, con obiettivi definiti, procedure condivise e monitoraggio dei risultati.

La famiglia deve poter conoscere non soltanto il problema, ma anche il metodo con cui la scuola sta cercando di affrontarlo.

Questo non significa che ogni insegnante debba essere uno specialista di ogni condizione neuroevolutiva. Significa, però, riconoscere che l'intervento educativo richiede formazione, confronto professionale, progettazione e disponibilità a lavorare in modo coordinato con la famiglia e con gli specialisti di riferimento, nel rispetto dei ruoli e delle competenze di ciascuno.

La coerenza tra i contesti non si costruisce chiedendo semplicemente ai genitori di collaborare. Si costruisce condividendo obiettivi, strategie, modalità di comunicazione e criteri per valutare i progressi.

Quando la scuola comunica soltanto gli episodi critici, il rischio è che la famiglia percepisca il percorso come una successione di problemi da affrontare. Quando, invece, comunica anche il ragionamento educativo, le strategie applicate e le abilità che si stanno costruendo, diventa possibile riconoscere un percorso, comprenderne la direzione e contribuire in modo più consapevole.

14/10/2026

ESSERE GENITORI DI UN BAMBINO CON DIFFICOLTÀ COMPORTAMENTALI, ATTENTIVE O EMOTIVE RICHIEDE AMORE, MA ANCHE COMPETENZE, METODO E CONSAPEVOLEZZA.

Quando un bambino presenta difficoltà nella regolazione emotiva, comportamenti oppositivi, impulsività, rigidità, difficoltà attentive o reazioni intense alle frustrazioni, non è sufficiente affidarsi all'istinto, alla pazienza o alla speranza che, prima o poi, qualcosa cambi.

Voler bene a un bambino è fondamentale. Ma sapere come aiutarlo a crescere è altrettanto importante.

Troppo spesso, di fronte a comportamenti complessi, si alternano rimproveri, punizioni, concessioni, minacce e tentativi educativi improvvisati. Si reagisce al comportamento del momento, senza fermarsi a comprendere cosa lo determina, quale funzione svolge e quali competenze il bambino non ha ancora sviluppato.

Il risultato? Si rischia di entrare in un circolo vizioso nel quale il bambino perde progressivamente la capacità di autoregolarsi e il genitore si sente sempre più frustrato, impotente e stanco.

È necessario cambiare prospettiva.

Un bambino con difficoltà comportamentali ha bisogno di adulti capaci di osservare, comprendere, pianificare e agire con coerenza.

Significa imparare a porsi domande precise:

🔹 Quali situazioni precedono il comportamento problematico?

🔹 Cosa ottiene o evita il bambino attraverso quel comportamento?

🔹 Quali difficoltà attentive, cognitive, emotive o sensoriali stanno influenzando la sua risposta?

🔹 Quali abilità deve ancora imparare per affrontare la frustrazione, aspettare, accettare un limite o tollerare un cambiamento?

🔹 Quali strategie possiamo utilizzare, in modo coerente e condiviso, per favorire comportamenti più funzionali?

Queste domande non servono a giustificare ogni comportamento, ma a comprenderlo per poter intervenire in maniera efficace.

EDUCARE SIGNIFICA ANCHE IMPARARE A OSSERVARE E A PROGRAMMARE.

È necessario definire obiettivi concreti e realistici, insegnare gradualmente le competenze mancanti, predisporre un ambiente adeguato, stabilire poche regole chiare e applicarle con costanza.

Significa anticipare le situazioni difficili, rinforzare i comportamenti adeguati, insegnare modalità alternative per comunicare bisogni e disagio, lavorare sulla tolleranza dell'attesa e della frustrazione.

Significa, soprattutto, smettere di improvvisare.

La coerenza educativa non consiste nell'essere rigidi, nel pretendere obbedienza assoluta o nel trasformare la casa in un ambiente militare. Significa offrire al bambino un contesto prevedibile, nel quale le richieste siano comprensibili, i limiti siano stabili e gli adulti sappiano come comportarsi anche nei momenti più difficili.

Le strategie devono essere ragionate, condivise tra gli adulti e adattate alle caratteristiche del singolo bambino. E quando le difficoltà sono persistenti o particolarmente intense, è importante affidarsi a professionisti qualificati, capaci di guidare la famiglia in un percorso strutturato.

Perché non possiamo chiedere a un bambino di sviluppare competenze che nessuno gli sta insegnando.

E non possiamo aspettarci risultati diversi continuando a ripetere, ogni giorno, le stesse risposte che non funzionano.

I genitori non devono essere perfetti. Devono poter imparare, comprendere e acquisire strumenti.

Chiedere aiuto non è un segno di debolezza. Formarsi non significa essere genitori inadeguati. Al contrario, significa assumersi la responsabilità di costruire un percorso educativo più consapevole.

L'obiettivo non è ottenere un bambino che obbedisca sempre, ma aiutare un bambino a diventare progressivamente più autonomo, flessibile, capace di comunicare, gestire le emozioni e affrontare le difficoltà della vita quotidiana.

Meno reazioni impulsive. Più osservazione. Meno improvvisazione. Più metodo. Meno scontro. Più insegnamento.

Perché dietro un comportamento difficile non c'è soltanto qualcosa da interrompere: spesso c'è una competenza da costruire, una difficoltà da comprendere e un bambino che ha bisogno di adulti capaci di accompagnarlo.

13/10/2026

NON PARLIAMO DI INCLUSIONE SE NON SIAMO DISPOSTI A STUDIARE

C’è una difficoltà che il nostro sistema scolastico fatica ancora ad affrontare: comprendere che aiutare un bambino con disregolazione emotiva e comportamentale non significa semplicemente stargli accanto, richiamarlo, rassicurarlo o cercare di contenere le sue reazioni.

Significa comprendere il suo funzionamento e costruire un intervento metodico, individualizzato e scientificamente fondato.

Un bambino che manifesta comportamenti oppositivi, crisi emotive, rigidità, pensieri ripetitivi, difficoltà attentive o reazioni apparentemente incomprensibili non ha bisogno soltanto di qualcuno che lo sorvegli. Ha bisogno di adulti capaci di osservare, comprendere e intervenire con competenza.

È necessario analizzare la funzione del comportamento, comprendere cosa lo precede e cosa lo mantiene, individuare le motivazioni, studiare le caratteristiche attentive, le modalità di elaborazione sensoriale e le difficoltà nelle funzioni esecutive. Occorre definire obiettivi chiari, strategie coerenti, criteri di verifica e modalità di raccolta dei dati.

Non si improvvisa un intervento educativo. Si progetta, si applica, si verifica e si modifica sulla base delle risposte del bambino.

L'approccio ABA, le conoscenze sul neurosviluppo e le metodologie cognitivo-comportamentali ci offrono strumenti preziosi per costruire percorsi individualizzati. Ma nessuna metodologia funziona senza preparazione, coerenza educativa, collaborazione tra professionisti e disponibilità a rivedere le proprie convinzioni.

E qui si apre una questione fondamentale, soprattutto quando parliamo di insegnanti di sostegno.

Non basta essere presenti in classe. Non basta predisporre un'attività semplificata. Non basta che il bambino occupi uno spazio all'interno del gruppo.

Bisogna chiedersi: che cosa sta imparando? Quali competenze sta acquisendo? Riesce a partecipare? Comprende ciò che gli viene richiesto? L'ambiente è compatibile con le sue caratteristiche? Le strategie utilizzate stanno funzionando?

Perché un bambino può essere fisicamente dentro la classe e, contemporaneamente, rimanere completamente fuori dalle esperienze di apprendimento, dalle relazioni e dalla possibilità di sentirsi compreso.

Questa non è inclusione.

L'inclusione richiede competenza, progettazione, osservazione sistematica e responsabilità educativa. Richiede la capacità di distinguere un comportamento problematico da un bambino problematico. Richiede di abbandonare l'idea che ogni difficoltà possa essere risolta con la buona volontà, l'intuizione personale o una generica disponibilità affettiva.

E soprattutto richiede umiltà professionale: la consapevolezza che amare il proprio lavoro non significa automaticamente saperlo fare bene, che l'esperienza non sostituisce lo studio e che, davanti a un bambino che non riusciamo a comprendere, la prima domanda non dovrebbe essere «Perché si comporta così?», ma «Che cosa non sto ancora riuscendo a capire del suo funzionamento?».

Il bambino non deve adattarsi da solo a un sistema che non sa leggerlo. È il sistema educativo che deve attrezzarsi per comprenderlo e accompagnarlo.

Non parliamo di inclusione se non studiamo. Non parliamo di inclusione se non osserviamo. Non parliamo di inclusione se non siamo disposti a metterci in discussione.

Perché includere non significa semplicemente accogliere un bambino nella nostra classe.

Significa costruire le condizioni affinché possa davvero farne parte.

17/09/2026

OSSERVARE PRIMA DI INTERVENIRE

Quando un bambino presenta comportamenti problema, la prima domanda non dovrebbe essere soltanto:

“Come facciamo a farlo smettere?”

Dovremmo chiederci:

“Che cosa sta succedendo prima, durante e dopo quel comportamento?”

Nell’autismo**, nell’ADHD, nelle difficoltà cognitive e nei quadri caratterizzati da disregolazione emotiva, un’osservazione dettagliata e metodica rappresenta uno degli strumenti più importanti per comprendere e gestire le situazioni problematiche.

Il comportamento non compare nel vuoto.

Può essere preceduto da:

* una richiesta troppo complessa;
* un cambiamento inatteso;
* un'attesa;
* un ambiente eccessivamente stimolante;
* una difficoltà comunicativa;
* una frustrazione;
* un conflitto con un compagno;
* una transizione tra attività;
* una condizione di stanchezza o sovraccarico.

E anche ciò che accade dopo il comportamento è importante: l'adulto interviene? La richiesta viene interrotta? Il bambino ottiene attenzione? Accede a un oggetto o a un'attività? Viene allontanato dalla situazione?

Per questo l'insegnante di sostegno non dovrebbe limitarsi a registrare che:

❌ “Ha avuto un meltdown.”
❌ “È stato aggressivo.”
❌ “Non voleva lavorare.”
❌ “Ha avuto una crisi.”

Sono descrizioni troppo generiche per costruire un intervento efficace.

È molto più utile raccogliere informazioni concrete:

Cosa è successo prima?
Quale comportamento è comparso esattamente?
Quanto è durato?
Con quale intensità?
Come ha reagito l'adulto?
Come si è concluso l'episodio?
Che cosa è successo immediatamente dopo?

Questa modalità di osservazione permette di passare da una semplice descrizione del comportamento alla ricerca di pattern ricorrenti.

E quando emergono dei pattern, diventa possibile progettare interventi più mirati:

➡️ modificare gli antecedenti;
➡️ adattare le richieste;
➡️ aumentare la prevedibilità;
➡️ insegnare modalità comunicative alternative;
➡️ lavorare sull'attesa e sulla tolleranza alla frustrazione;
➡️ favorire strategie di autoregolazione;
➡️ rinforzare i comportamenti adeguati;
➡️ condividere procedure coerenti tra scuola, famiglia e professionisti.

Osservare non significa giudicare il bambino.

Significa raccogliere informazioni per comprendere meglio il suo funzionamento.

Una buona osservazione non cerca un colpevole.

Cerca relazioni tra eventi, condizioni e comportamenti.

Per questo, soprattutto nella gestione dei comportamenti problema, l'osservazione viene prima dell'intervento.

Più l'osservazione è precisa, più l'intervento può diventare individualizzato, coerente e verificabile.

Non basta sapere che un comportamento si verifica.
È necessario capire quando, come, perché e cosa accade intorno ad esso.

Un altro piccolo pezzettino di un caotico puzzle fatto ancora di tanta passione e curiosità.
22/06/2026

Un altro piccolo pezzettino di un caotico puzzle fatto ancora di tanta passione e curiosità.

04/04/2026

Ampliamo connessioni

La specificità logopedica nell’autismo si gioca in modo decisivo nell’intervento precoce e interdisciplinare, quando il cervello è ancora altamente plastico e disponibile al cambiamento. Non si tratta semplicemente di “insegnare a parlare”, ma di costruire le basi stesse della comunicazione.

Il lavoro parte dalla produzione dei suoni, ma non come esercizio meccanico: il suono nasce dentro una relazione. Per questo l’imitazione reciproca diventa uno strumento fondamentale. È nel “fare insieme” che il bambino scopre l’altro, si riconosce e inizia a condividere.

L’attenzione condivisa è il vero snodo evolutivo: guardare, indicare, aspettare, alternarsi. Sono micro-competenze che aprono alla possibilità di costruire significato. Senza attenzione condivisa non c’è linguaggio, ma soprattutto non c’è relazione.

La sintonia è il terreno su cui tutto questo avviene. Entrare nel ritmo del bambino, nei suoi tempi, nei suoi interessi, significa agganciarsi alle sue connessioni neurologiche per poterle progressivamente modulare. Non si forza il cambiamento: lo si costruisce dall’interno.

L’intervento logopedico precoce e in profonda interazione con la famiglia ha quindi la capacità di modificare interessi e motivazione, trasformando ciò che è ripetitivo e chiuso in qualcosa di condiviso e aperto. L’obiettivo non è spegnere gli interessi, ma utilizzarli come ponte verso l’altro.

Condurre l’interesse verso la relazione significa creare nuovi campi di apprendimento: contesti complessi, dinamici, ricchi di scambi, dove il bambino può sperimentare, anticipare, rispondere. È qui che il linguaggio emerge come funzione, non come prestazione.

In questo senso, la logopedia nell’autismo è un lavoro profondamente relazionale e neuroevolutivo: costruire connessioni, prima ancora che parole.

30/03/2026

Quando parliamo di “gestione dei comportamenti” dei bambini, spesso partiamo dal punto sbagliato.

Non è (solo) una questione di tecniche educative. È una questione di regolazione emotiva dell’adulto.

I dati della psicologia dello sviluppo e delle neuroscienze sono chiari: i bambini non nascono con la capacità di autoregolarsi. La sviluppano attraverso la co-regolazione con l’adulto.
In pratica: imparano a gestirsi perché qualcuno, prima, li ha aiutati a farlo.

E qui sta il punto critico.

Se di fronte a un comportamento oppositivo o a una crisi:

ci attiviamo subito (irritazione, rabbia, urgenza di “far smettere”),
alziamo la voce,
interveniamo in modo impulsivo,

non stiamo insegnando regolazione. Stiamo modellando disregolazione.

Per questo il primo livello di lavoro è su di noi, in modo molto concreto:

Riconoscere i trigger
Quali comportamenti ci attivano di più? Disordine? Lentezza? Opposizione?
Quello è il punto da osservare, non da correggere subito.
Aumentare la tolleranza alla frustrazione
Non reagire immediatamente è una competenza.
Fare una pausa di pochi secondi prima di intervenire cambia la qualità della risposta.
Stare nelle emozioni (nostre e loro).
Un bambino in crisi non ha bisogno prima di una spiegazione, ma di regolazione.
Se noi non tolleriamo il suo pianto o la sua rabbia, cercheremo di spegnerli rapidamente invece di contenerli.
Regolare le nostre reazioni.
Voce, tono, postura, distanza: sono strumenti educativi.
Il sistema nervoso del bambino si aggancia al nostro. Se siamo attivati, si attiverà di più.
Assumerci la responsabilità della relazione
L’adulto è il regolatore della relazione, non il bambino.
Aspettarsi che sia lui a “calmarsi da solo” in momenti di forte attivazione è irrealistico, soprattutto nei primi anni.

Solo dopo questo lavoro ha senso parlare di:

regole,
limiti,
conseguenze,
strategie educative.
(Elementi fondamentali, ma bisogna avere la calma per osservare e comprendere la funzione e la causa dei comportamenti).
Senza questa base, anche le tecniche migliori diventano inefficaci o incoerenti.

In sintesi: il comportamento del bambino è il segnale.
La qualità della risposta dell’adulto è l’intervento.

18/03/2026

Auguri ai papà

Le evidenze provenienti dalla psicologia dello sviluppo e dalle neuroscienze relazionali mostrano con chiarezza come la figura paterna sia un elemento strutturante nei processi di costruzione della fiducia nel mondo, della regolazione emotiva e dell’autonomia.

Il padre contemporaneo è chiamato, prima di tutto, a “stare”. La sua presenza non è solo fisica, ma qualitativa: è disponibilità mentale, capacità di sintonizzazione, continuità affettiva. Questa presenza stabile contribuisce alla formazione di modelli operativi interni sicuri, permettendo al bambino di esplorare il mondo con maggiore fiducia e resilienza.

Accanto alla presenza, emerge la funzione regolativa. Il papà non è soltanto una figura di riferimento normativa, ma un co-regolatore emotivo: attraverso il proprio comportamento, il tono della voce, la gestione dei conflitti, offre al bambino strumenti concreti per riconoscere, modulare e integrare le proprie emozioni. Non si tratta di contenere imponendo, ma di contenere comprendendo.

L’autorevolezza paterna, in questa prospettiva, si distingue nettamente dall’autoritarismo. Essere autorevoli significa offrire confini chiari e coerenti, mantenendo al contempo una relazione basata sul rispetto reciproco. È una posizione che richiede maturità: un padre non più centrato sui propri bisogni narcisistici o sulla propria immagine, ma capace di decentrarsi e assumere una responsabilità relazionale.

Il papà moderno è anche colui che accetta di mettersi in gioco. Non è un modello statico o idealizzato, ma una figura in evoluzione, che apprende, si confronta, riconosce i propri limiti. Questo movimento rappresenta, di per sé, un potente messaggio educativo: la crescita è continua, anche nell’età adulta.

Infine, il valore dell’esempio. Per troppo tempo la figura paterna è stata associata prevalentemente al successo esterno, al ruolo produttivo e sociale. Oggi, invece, assume centralità la qualità delle relazioni quotidiane: come si comunica, come si gestiscono le difficoltà, come si costruisce intimità emotiva. È dentro le relazioni, più che fuori, che il padre diventa riferimento.

Un padre presente, stabile, autorevole e coinvolto non è semplicemente una figura di supporto: è un fattore determinante nello sviluppo di individui capaci di fidarsi, di regolare se stessi e di stare nel mondo in modo equilibrato.

Ripartiamo dalla famiglia.

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Via Traversa Circonvallazione, 9
San Bartolomeo In Galdo
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