Dott. Andrès Rivera Garcia

Dott. Andrès Rivera Garcia C’è sempre la possibilità di ripartire da un nuovo punto. Psicologo-Psicoterapeuta, anche online.

Pagina professionale del Dr. Rivera Garcia Andres | Psicologo Clinico, Psicoterapeuta e Psicologo delle Cure Primarie | Iscritto all'Ordine degli Psicologi della Regione Marche con il n° N° di Iscrizione 2592

«Dottore, credo di essermi innamorato di lei.»Può succedere. E quando succede, la risposta più semplice sarebbe anche qu...
10/09/2026

«Dottore, credo di essermi innamorato di lei.»
Può succedere. E quando succede, la risposta più semplice sarebbe anche quella più sbagliata:
«Non è vero amore. È soltanto transfert.»
Freud, in Osservazioni sull’amore di transfert (1915), prende una posizione molto più interessante: non abbiamo il diritto di negare a quell’innamoramento il carattere di un amore autentico.
Il sentimento è reale.
Ma è reale anche il luogo in cui è comparso.
L’analista non è una persona qualsiasi nella vita del paziente. Diventa il destinatario di parole che forse non sono mai state dette, di aspettative, fantasie, richieste d’amore, paure dell’abbandono e modi di desiderare che hanno una storia molto più antica della relazione analitica.
Per questo l’amore di transfert non va né ridicolizzato né romanticizzato.
E soprattutto non va ricambiato dall’analista.
Il compito dell’analista non è approfittare del posto che il transfert gli assegna, ma interrogare quel posto.
Perché proprio io?
Perché proprio adesso?
Che cosa rappresento per te?
Che cosa chiedi al mio amore?
Dietro un apparentemente semplicissimo:
«Voglio che tu mi ami»
può nascondersi una domanda che accompagna il soggetto da molto più tempo:
«Che cosa devo essere perché l’Altro mi scelga?»
Ed è qui che qualcosa cambia.
L’innamoramento smette di essere soltanto qualcosa che accade tra paziente e analista e può diventare una via attraverso cui il soggetto incontra il proprio modo di amare.
📚 S. Freud, Osservazioni sull’amore di transfert (1915).

08/09/2026

Qui non si molla un c***o.

La fanno facile, oggi. Basta schierarsi pubblicamente dalla parte delle “minoranze” per sentirsi dalla parte dei giusti....
07/09/2026

La fanno facile, oggi. Basta schierarsi pubblicamente dalla parte delle “minoranze” per sentirsi dalla parte dei giusti. Ed è proprio qui che, almeno per me, comincia il problema.
Possiamo davvero parlare, nella nostra professione, di giusto e sbagliato?
Occorre innanzitutto distinguere due parole che utilizziamo spesso come sinonimi: morale ed etica.
La morale è l'insieme di norme, valori e giudizi attraverso cui una comunità, una cultura o un individuo stabilisce ciò che considera giusto o sbagliato, accettabile o inaccettabile.
L'etica, invece, è la riflessione critica sui principi che orientano il nostro agire e, professionalmente, sulla responsabilità che assumiamo nei confronti dell'altro.
Una posizione etica, dunque, non coincide necessariamente con la convinzione di trovarsi dalla parte moralmente giusta.
Ed è qui che nasce la mia domanda: noi psicologi siamo detentori di una morale?
Che cosa ci autorizza, in quanto professionisti, a considerarci esseri umani moralmente migliori di coloro che incontriamo?
Personalmente penso che lo psicologo, in quanto psicologo e non in quanto cittadino, dovrebbe essere estremamente prudente nel trasformare la propria funzione professionale nell'adesione a un movimento o a un'ideologia.
Non perché debba essere indifferente alla sofferenza, alla discriminazione o alla dignità delle persone. Al contrario. Ma perché quando una posizione morale diventa il criterio attraverso cui ascoltiamo l'altro, corriamo il rischio di sapere già, prima ancora che parli, da quale parte dovrebbe stare.
E allora che cosa accade quando davanti a noi arriva qualcuno che pensa qualcosa che consideriamo profondamente sbagliato?
Gli chiudiamo la porta?
Lo ascoltiamo soltanto a condizione che cambi?
Oppure, più sottilmente, trasformiamo la cura in un tentativo di rieducarlo al nostro bene?
Sarebbe forse questa la contraddizione più grave: proclamare l'accoglienza del diverso ed essere capaci di accogliere soltanto il diverso che abbiamo già deciso essere moralmente accettabile.
Mantenere una posizione etica non significa non avere valori personali. Significa sapere che i miei valori non possono diventare automaticamente il fine della cura.

03/09/2026

L'isteria a pari merito con la Pro Loco e i Venusiani

01/09/2026

Direi che comunque ci sono dei miglioramenti non indifferenti.

«L’anatomia è il destino.»Sigmund Freud, 1924.Una frase che, letta oggi, può suonare brutale. Forse persino inaccettabil...
31/08/2026

«L’anatomia è il destino.»
Sigmund Freud, 1924.
Una frase che, letta oggi, può suonare brutale. Forse persino inaccettabile.
Ma sarebbe troppo facile liquidarla dicendo semplicemente: Freud era un uomo del suo tempo.
Perché proprio Freud, mentre attribuisce alla differenza anatomica conseguenze decisive nello sviluppo psichico, costruisce una teoria della sessualità in cui corpo, desiderio, identificazione e scelta d’oggetto non coincidono necessariamente.
Ed è qui che la frase diventa interessante.
Il corpo esiste. La differenza anatomica esiste.
Ma il corpo umano non arriva mai a noi senza significati.
Viene guardato, nominato, desiderato, rifiutato, confrontato.
E soprattutto viene interpretato dal soggetto attraverso la propria storia.
Forse allora, cento anni dopo, possiamo trasformare l’affermazione di Freud in una domanda:
quanto del nostro corpo diventa destino perché noi — e gli altri — gli attribuiamo un significato?
Non si tratta di far dire a Freud ciò che Freud non ha detto.
Si tratta di fare qualcosa che la psicoanalisi dovrebbe continuare a fare anche con Freud:
interrogarlo.
E voi?
«L’anatomia è il destino.»
La salvereste?
Sì, no o dipende?

Nevrosi, psicosi, perversione. Ma cosa significa davvero parlare di “struttura”?Nel linguaggio comune siamo abituati a p...
28/08/2026

Nevrosi, psicosi, perversione. Ma cosa significa davvero parlare di “struttura”?
Nel linguaggio comune siamo abituati a pensare la diagnosi come il nome di qualcosa che una persona ha: un insieme di sintomi che, una volta riconosciuti, permette di collocarla dentro una categoria.
La clinica strutturale lacaniana prova a fare un'operazione diversa.
La struttura non coincide semplicemente con ciò che una persona fa, pensa o manifesta. Riguarda piuttosto la posizione dalla quale il soggetto organizza il proprio rapporto con l'Altro, con il desiderio, con la mancanza, con la legge e con il godimento.
Per questo nevrosi, psicosi e perversione non sono tre gradi di una scala che va dal “normale” al “patologico”.
Sono modi differenti di organizzare l'esperienza soggettiva.
E soprattutto la struttura non si vede semplicemente dal comportamento.
Un pensiero ossessivo non basta a fare una struttura ossessiva.
Una pratica sessuale non basta a stabilire una struttura perversa.
Un fenomeno insolito, isolatamente, non basta a stabilire una struttura psicotica.
Due persone possono raccontare qualcosa di apparentemente molto simile e, tuttavia, quel fenomeno può avere funzioni radicalmente differenti nella loro economia psichica.
È anche per questo che una diagnosi strutturale non dovrebbe diventare un'etichetta appiccicata alla persona.
Dovrebbe servire a orientare l'ascolto e, di conseguenza, la direzione della cura.
La domanda cambia.
Non soltanto:
«Che sintomo hai?»
Ma:
«Che funzione ha quel sintomo per te?»
E, ancora più radicalmente:
«Come hai costruito il tuo modo di stare al mondo?»

27/08/2026

Non so se ride o se piagne.

Una precisazione che per me è fondamentale: interrogare psicoanaliticamente una pratica sessuale non significa patologiz...
24/08/2026

Una precisazione che per me è fondamentale: interrogare psicoanaliticamente una pratica sessuale non significa patologizzarla.
Qualunque forma assuma il desiderio, la domanda riguarda la sua funzione singolare per quel soggetto, non la sua conformità a una presunta sessualità “normale”.
Il punto, allora, non è chiedersi:
«Questo desiderio è normale?»
ma provare ad ascoltare:
«Perché proprio questo? Perché proprio così? Che posto occupa nel mio modo di godere?»
Forse è proprio qui che la questione diventa interessante: non chiedere alla sessualità di dirci chi dobbiamo essere, ma ascoltare ciò che racconta del nostro modo di desiderare e di godere.

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