10/09/2026
«Dottore, credo di essermi innamorato di lei.»
Può succedere. E quando succede, la risposta più semplice sarebbe anche quella più sbagliata:
«Non è vero amore. È soltanto transfert.»
Freud, in Osservazioni sull’amore di transfert (1915), prende una posizione molto più interessante: non abbiamo il diritto di negare a quell’innamoramento il carattere di un amore autentico.
Il sentimento è reale.
Ma è reale anche il luogo in cui è comparso.
L’analista non è una persona qualsiasi nella vita del paziente. Diventa il destinatario di parole che forse non sono mai state dette, di aspettative, fantasie, richieste d’amore, paure dell’abbandono e modi di desiderare che hanno una storia molto più antica della relazione analitica.
Per questo l’amore di transfert non va né ridicolizzato né romanticizzato.
E soprattutto non va ricambiato dall’analista.
Il compito dell’analista non è approfittare del posto che il transfert gli assegna, ma interrogare quel posto.
Perché proprio io?
Perché proprio adesso?
Che cosa rappresento per te?
Che cosa chiedi al mio amore?
Dietro un apparentemente semplicissimo:
«Voglio che tu mi ami»
può nascondersi una domanda che accompagna il soggetto da molto più tempo:
«Che cosa devo essere perché l’Altro mi scelga?»
Ed è qui che qualcosa cambia.
L’innamoramento smette di essere soltanto qualcosa che accade tra paziente e analista e può diventare una via attraverso cui il soggetto incontra il proprio modo di amare.
📚 S. Freud, Osservazioni sull’amore di transfert (1915).