Dott.ssa TizianaValdinoci

Dott.ssa TizianaValdinoci www.tizianavaldinoci.com Biologa Nutrizionista

OLTRE LE CALORIE: LE NUOVE DIRETTIVE PER LA CURA DELL'OBESITA' DAL 46° CONGRESSO SINUCon la conclusione del 46° Congress...
19/06/2026

OLTRE LE CALORIE: LE NUOVE DIRETTIVE PER LA CURA DELL'OBESITA' DAL 46° CONGRESSO SINU

Con la conclusione del 46° Congresso nazionale della società italiana di nutrizione Umana (Sinu), tenutosi a Bergamo dal 27 al 29 maggio scorsi, emerge con chiarezza un nuovo standard nella gestione dell’obesità. La condizione non è più considerata una semplice conseguenza di stili di vita errati, ma è stata ufficialmente ribadita la sua natura di malattia cronica complessa, recidivante e multifattoriale. Questo cambiamento di prospettiva segna il superamento definitivo di una visione riduzionista che per anni ha limitato la cura al solo conteggio delle calorie introdotte e consumate.

Una patologia sistemica oltre il Bmi

I risultati presentati durante i lavori congressuali confermano che l'obesità scaturisce da una f***a rete di interazioni tra meccanismi biologici, metabolici, neuroendocrini, ambientali e psicologici. Di conseguenza, la comunità scientifica concorda sul fatto che la valutazione del paziente non possa più fermarsi al solo Indice di massa corporea (Bmi). Le nuove linee guida suggeriscono di integrare l’analisi delle complicanze cliniche e del profilo metabolico individuale, spostando l’attenzione sulla salute globale della persona.

Questo inquadramento clinico ha un valore fondamentale anche sul piano sociale e normativo. Riconoscere l’obesità come patologia cronica è un passo cruciale per ridurre lo stigma e superare l'idea fuorviante che il peso sia esclusivamente una questione di "volontà individuale". Tale riconoscimento è propedeutico a una revisione dei percorsi assistenziali che garantisca un migliore accesso alle cure per tutti i pazienti.

La rivoluzione dei farmaci e la necessità di una guida

Uno dei temi centrali del congresso è stato l’impatto dei nuovi farmaci anti-obesità. Sebbene rappresentino una svolta nel controllo dei meccanismi biologici di fame e sazietà, gli esperti sottolineano che non possono essere considerati una soluzione isolata.

“Questi trattamenti non devono essere interpretati come una soluzione isolata o alternativa alla terapia nutrizionale. Al contrario, la loro efficacia risulta massima quando inseriti all’interno di un programma strutturato e multidisciplinare, che includa educazione alimentare, monitoraggio clinico, attività fisica e supporto comportamentale”, ha spiegato Simona Bo, membro del Consiglio Direttivo Sinu. Secondo l’esperta, sebbene i farmaci migliorino sensibilmente le comorbidità metaboliche e cardiovascolari, richiedono un accompagnamento nutrizionale rigoroso per garantire la sostenibilità dei risultati e contrastare eventuali effetti collaterali.

Il ruolo centrale della nutrizione di precisione

L’uso dei farmaci modifica profondamente il comportamento alimentare, riducendo l’appetito e alterando le preferenze dei pazienti. Se non adeguatamente guidato, questo cambiamento espone al rischio di un apporto insufficiente di proteine e micronutrienti, mettendo in pericolo la massa magra.

In questo scenario, Anna Tagliabue, Presidente Sinu, ha sintetizzato la posizione della Società: “Anche nell’era dei farmaci innovativi, la corretta alimentazione resta centrale: non più solo come strumento per ridurre il peso, ma come elemento fondamentale per garantire qualità nutrizionale, preservare la massa magra e sostenere i risultati nel lungo termine”.

La strategia terapeutica del futuro deve essere quindi integrata e multidisciplinare. Come concluso dalla Presidente Tagliabue, è necessario adottare un approccio “oltre le calorie”, fondato sulla fisiopatologia dell’obesità e sulla scienza. “La risposta a questa sfida globale non passa per semplificazioni o allarmismi, ma attraverso una presa in carico globale e continuativa della persona”.

LA DIETA OTTIMALE PER LE PERSONE IN TERAPIA CON I NUOVI FARMACI ANTI-OBESITA'Le principali società europee dedicate all’...
04/06/2026

LA DIETA OTTIMALE PER LE PERSONE IN TERAPIA CON I NUOVI FARMACI ANTI-OBESITA'

Le principali società europee dedicate all’obesità e alla nutrizione hanno redatto un nuovo documento di consenso, sull’uso dei farmaci anti-obesità basati sulle incretine settimanali attualmente disponibili (tirzepatide e semaglutide). Il documento, presentato all’ European congress on obesity 2026 di Istanbul (Eco2026), è stato coordinato da Laurence Dobbie insieme a un gruppo internazionale di 26 esperti afferenti a società scientifiche e associazioni pazienti di settore (Easo-European association for the study of obesity, Efad- European federation of the associations of dietitians e Ecpo-European coalition for people living with obesity).

Secondo gli autori, questi farmaci sono rivoluzionari nella gestione dell’obesità, ma possono comportare rischi nutrizionali, funzionali e psicologici, che richiedono un approccio multidisciplinare. Il paziente, insomma non va lasciato da solo con la prescrizione del farmaco; intorno a questa va costruito un percorso ben articolato, coinvolgente diversi specialisti. Assolutamente centrale è la prescrizione dietetica, che va adattata e costruita intorno alla terapia con i farmaci.

La consensus sottolinea che la terapia nutrizionale personalizzata, prescritta da dietologi/dietisti qualificati, deve sempre accompagnare l’uso dei farmaci. Gli specialisti hanno il compito di garantire un corretto apporto di proteine, vitamine e minerali con la dieta, ma anche di aiutare i pazienti a ridurre gli effetti collaterali gastro-intestinali attraverso una prescrizione dietologica ad hoc, che deve andare di pari passo con l’aumento graduale del dosaggio dei farmaci.

Così commenta ai nostri microfoni Esmeralda Capristo, professore associato di Scienza dell’Alimentazione e delle tecniche dietetiche applicate all’Università Cattolica del Sacro Cuore e direttore della Uos di Medicina della grande obesità di Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli Irccs: “L’efficacia di questi farmaci è condizionata alla loro somministrazione all’interno di una strategia terapeutica integrata, per far sì che il risultato sia valido e duraturo. All’interno di questa strategia la prescrizione dieto-terapica è fondamentale e va personalizzata sul singolo paziente. In particolare, i soggetti che assumono incretine devono fare pasti piccoli, seguire e assecondare il segnale di sazietà e la riduzione del desiderio per gli alimenti indotti da questi farmaci. Devono ridurre al minimo gli alimenti ricchi in zuccheri semplici che possono anche scatenare disturbi gastro-intestinali correlati all’assunzione di questi farmaci e aumentare leggermente l’apporto di proteine, intorno a 1,2-1,5 grammi per Kg di peso corporeo, sempre in relazione alla funzionalità renale del singolo paziente, e di fibre. Il paziente deve inoltre essere ben idratato, perché spesso questi farmaci si associano a disidratazione. Noi consigliamo di bere acqua non frizzante a piccoli sorsi, non tanto duranti i pasti, ma durante tutto l’arco della giornata. L’altra attenzione alimentare è l’astensione dalle bevande alcoliche perché si è visto che l’alcol, soprattutto se assunto a digiuno, può essere responsabile di fastidi gastro-intestinali molto intensi come gastrite, pirosi retrosternale, vomito. Nella strategia integrata, insieme alla dieto-terapia, va inserito un programma di attività fisica, commisurato alle possibilità del paziente, ma che includa anche esercizi di resistenza con pesi, bande elastiche anche a casa o macchinari in palestra. Questa duplice strategia, ovvero dieta leggermente iperproteica ed esercizio fisico di resistenza, aiuta a preservare la massa magra, che può ridursi in ogni programma di calo ponderale e che è invece fondamentale per il metabolismo energetico e il consumo calorico, anche a riposo, del nostro paziente”.

Gli esperti della Consensus sottolineano inoltre che, sebbene questi trattamenti e la conseguente perdita di peso siano spesso associati a un miglioramento del benessere psicologico delle persone, la rapida perdita di peso può riattivare fragilità emotive pre-esistenti. Per questo viene raccomandato uno screening psicologico prima dell’inizio della terapia, compresa la valutazione di eventuali disturbi legati all’uso di alcol.

Rischio perdita di massa muscolare

Uno degli aspetti più rilevanti della Consensus riguarda la composizione del peso perso. Secondo gli studi analizzati, tra il 24% e il 30% del dimagrimento ottenuto con questi farmaci riguarda massa magra, soprattutto i muscoli. Gli esperti suggeriscono quindi di monitorare non solo il Bmi, ma anche circonferenza vita, forza muscolare e composizione corporea, soprattutto nelle persone più avanti con gli anni, le più vulnerabili alla sarcopenia. L’obiettivo indicato è mantenere un rapporto di circa 3 a 1 tra perdita di grasso e perdita di massa magra: ovvero perdere almeno 3 kg di grasso per ogni 4 kg complessivi di calo ponderale.

Gli autori del documento segnalano anche che gli studi clinici disponibili sono ancora incompleti: meno del 20% dei trial ha valutato alimentazione e biomarcatori nutrizionali, mentre meno del 5% ha analizzato effetti su ossa, micronutrienti o funzionalità fisica. Tra le priorità future figurano studi sugli effetti psicologici a lungo termine, definizione di strategie ottimali per preservare muscoli e ossa, quale sia l’apporto proteico ideale e individuazione di strumenti per prevenire malnutrizione e carenze nutrizionali durante il trattamento.

GLP-1 e NUTRIZIONE CLINICAGESTIONE DELLE ASPETTATIVE1_ IL FARMACO NON SOSTITUISCE LO STILE DI VITAI GLP-1 potenziano l'e...
03/06/2026

GLP-1 e NUTRIZIONE CLINICA
GESTIONE DELLE ASPETTATIVE

1_ IL FARMACO NON SOSTITUISCE LO STILE DI VITA
I GLP-1 potenziano l'effetto dell'intervento dietetico e dell'attività fisica, non lo sostituiscono. Il mantenimento dei risultati dipende dalla continuità terapeutica e comportamentale

2_ LA PERDITA DI PESO E' PROGRESSIVA
Il plateau fisiologico si raggiunge tipicamente tra i 12 e i 18 mesi. Non confrontare la velocità di risposta con altri pazienti: la variabilità biologica è fisiologica e attesa.

3_ LA QUALITA' DEL CALO PONDERALE CONTA
In assenza di adeguato intake proteico e stimolo muscolare, una parte del calo può essere massa magra. Il biologo nutrizionista ha un ruolo cruciale nella preservazione della composizione corporea!

‼️Il farmaco modifica la fisiopatologia.
La nutrizione modifica il risultato.‼️

LEGUMI E SOIA: UNA POTENTE STRATEGIA ALIMENTARE CONTRO L'IPERTENSIONEUna recente analisi pubblicata sulla rivista open a...
21/05/2026

LEGUMI E SOIA: UNA POTENTE STRATEGIA ALIMENTARE CONTRO L'IPERTENSIONE

Una recente analisi pubblicata sulla rivista open access Bmj Nutrition Prevention & Health evidenzia come un maggiore consumo di legumi e soia sia strettamente legato a una riduzione del rischio di sviluppare ipertensione.

I ricercatori hanno esaminato 12 studi prospettici osservazionali condotti in diverse parti del mondo, tra cui Stati Uniti, Europa (Regno Unito e Francia) e Asia (Cina, Iran, Corea del Sud e Giappone). L'analisi ha coinvolto un numero vastissimo di partecipanti, con campioni che variavano da circa 1.100 a oltre 88.000 persone.

I risultati indicano che chi consuma abitualmente grandi quantità di legumi presenta un rischio di ipertensione inferiore del 16% rispetto a chi ne consuma pochi. Per quanto riguarda la soia, il beneficio è ancora più marcato, con una riduzione del rischio del 19%. Esaminando il rapporto dose-risposta, lo studio ha rilevato che il beneficio massimo per i legumi (una riduzione del rischio del 30%) si ottiene con un consumo di circa 170 g /die. Per la soia, la riduzione del rischio (28-29%) si stabilizza tra i 60 e gli 80 g/die.

I ricercatori spiegano che 100 grammi di legumi o soia equivalgono a circa una tazza o 5-6 cucchiai di prodotto cotto (come fagioli, ceci o lenticchie) o a una porzione di tofu grande quanto il palmo di una mano. La categoria dei legumi include alimenti comuni come piselli, lenticchie e ceci, mentre tra i prodotti a base di soia figurano il tofu, il latte di soia, l'edamame, il tempeh e il miso.

Esistono diverse spiegazioni scientifiche per questi benefici. Legumi e soia sono naturalmente ricchi di potassio, magnesio e fibre alimentari, nutrienti essenziali noti per le loro proprietà ipotensive. Inoltre, la fermentazione della fibra solubile contenuta in questi alimenti produce acidi grassi a catena corta che influenzano positivamente la dilatazione dei vasi sanguigni. La soia, in particolare, contiene isoflavoni, composti che sembrano aiutare ulteriormente a regolare la pressione sanguigna.

Un cambio di rotta necessario

Nonostante l’evidenza scientifica indichi una "probabile relazione causale" tra questi alimenti e la salute cardiovascolare, il consumo attuale rimane preoccupantemente basso. In Europa e nel Regno Unito, la media è di soli 8-15 g al giorno, ben al di sotto dei 65-100 g raccomandati per la salute generale.

Così concludono gli Autori: “Sebbene siano necessari ulteriori studi su larga scala per confermare questi dati, i risultati forniscono un solido supporto alle raccomandazioni dietetiche che invitano a privilegiare legumi e soia come fonti proteiche sane. Questa ricerca rafforza l'idea che le diete a base vegetale siano una strategia primaria fondamentale per mitigare il carico globale dell'ipertensione”.

Ricordandovi che è necessaria la prenotazione vi aspettiamo numerosi 😊
28/04/2026

Ricordandovi che è necessaria la prenotazione vi aspettiamo numerosi 😊

Interessante...🧐OLTRE LA SCIENZA: PERCHE' LA PSICOLOGIA CI SPINGE VERSO GLI INTEGRATORI E LONTANO DAI VACCINIMentre mili...
08/04/2026

Interessante...🧐

OLTRE LA SCIENZA: PERCHE' LA PSICOLOGIA CI SPINGE VERSO GLI INTEGRATORI E LONTANO DAI VACCINI

Mentre milioni di persone consumano integratori e sperimentano peptidi alla moda, assistiamo contemporaneamente a una preoccupante esitazione verso strumenti di prevenzione del cancro basati su solide prove scientifiche, come il vaccino contro l'Hpv. Questo paradosso è particolarmente evidente alla luce delle ricerche condotte presso il Fred Hutchinson Cancer Center ("Fred Hutch") di Seattle.

Perché tendiamo a fidarci più di una pillola o di una polvere incerta che di un vaccino sicuro? Secondo Jonathan Bricker, psicologo e ricercatore di sanità pubblica presso il Fred Hutch, la risposta non risiede nell'ignoranza o nella semplice disinformazione.

La scelta di affidarsi a integratori e peptidi è dettata da un desiderio umano fondamentale: evitare il disagio e mantenere il controllo. “In un mondo incerto, la paura della malattia, del declino fisico e della morte genera un profondo senso di vulnerabilità. Queste sono precisamente le esperienze da cui gli esseri umani vogliono fuggire", spiega Bricker.

In questo contesto, gli integratori smettono di essere semplici sostanze biologiche e diventano veri e propri "interventi psicologici", offrendo tre promesse irresistibili, secondo Bricker:
1_ precisione: sono presentati come meccanismi mirati e tecnologicamente avanzati;
2_ autonomia: danno la sensazione di agire attivamente sulla propria salute;
3_ immediatezza: promettono un'azione rapida, senza dover attendere anni per vederne i benefici.
Questa dinamica rientra in quello che gli psicologi chiamano "evitamento esperienziale": le persone coltivano l'illusione di poter manipolare la propria salute, evitando così di dover convivere quotidianamente con la paura della mortalità o del cancro.

Al contrario, interventi come i vaccini richiedono qualcosa di molto più difficile: la disponibilità ad affrontare la paura e ad abbandonare l'illusione di un controllo perfetto.

Qui risiede il limite di molti messaggi di salute pubblica. Spesso, queste comunicazioni adottano un approccio puramente razionale che finisce per innescare un "circolo vizioso psicologico". Il messaggio di prevenzione evoca paura; questa paura aumenta il bisogno di controllo e il bisogno di controllo spinge le persone verso la "soluzione rapida" come l'integratore, svalutando il reale lavoro di prevenzione svolto dalla scienza.

Così conclude Bricker: “Le scorciatoie per la salute sono sempre esistite perché offrono una via di fuga dal disagio interiore in un mondo imprevedibile. Tuttavia, comprendere che queste scelte sono guidate dalla psicologia della gestione dell'incertezza è un passo fondamentale per la sanità pubblica. La sfida per istituzioni non è solo continuare a produrre scienza d'eccellenza, ma trovare nuovi modi per aiutare le persone ad affrontare la propria vulnerabilità senza cadere nella trappola di promesse prive di reale efficacia scientifica”.

LA FRUTTA E VERDURA DI APRILEFRUTTAL’arancia🍊, come la clementina e il mandarino, è ricca di vitamina C, fondamentale ne...
08/04/2026

LA FRUTTA E VERDURA DI APRILE

FRUTTA

L’arancia🍊, come la clementina e il mandarino, è ricca di vitamina C, fondamentale nel periodo invernale per stimolare le difese immunitarie.

La fragola🍓 è un’ottima fonte di vitamina C e flavonoidi, dei composti dalle molteplici proprietà e responsabili del suo bel colore.

Il kiwi 🥝è il re della vitamina C: 2 kiwi coprono il 100% del fabbisogno quotidiano di vitamina C nell’adulto.

Il limone🍋, molto ricco di vitamina C e antiossidanti, è un agrume dalle molteplici virtù. La vitamina C è sensibile al calore: per un apporto ottimale, vi consigliamo quindi di evitarne la cottura.

La mela 🍏concentra nella buccia notevoli proprietà antiossidanti. Privilegiate quindi mele biologiche, perché anche i pesticidi si ritrovano principalmente nella buccia.

La nespola è un frutto il cui sapore leggermente acidulo ricorda la mela o la pera. È ricchissimo di fibre, soprattutto fibre solubili, grazie all’alto contenuto di pectine.

Le pere 🍐autunnali e invernali, come la Kaiser, Fizet, Conference o la Decana, hanno notevoli proprietà antiossidanti. Come per le mele, è meglio comprarle biologiche per poterle mangiare con la buccia.

Il rabarbaro, ricco di fibre, migliora la digestione. È anche un ottimo antinfiammatorio naturale.

VERDURA

L’asparago è un ottimo diuretico: i composti che contiene favoriscono l’eliminazione delle tossine attraverso i reni.

Il ca****fo è ricco di inulina, che favorisce lo sviluppo e l’equilibrio della flora intestinale. Ha anche spiccate proprietà diuretiche.

Il cavolfiore ha un alto contenuto di glucosinolati, sostanze che ritroviamo nelle crucifere e che, aiutando il fegato a eliminare le tossine, svolgono un ruolo protettivo contro il cancro.

Il cavolo cappuccio, come il cavolfiore, è ricco di glucosinolati. È anche una buona fonte di vitamina C.

Il cipollotto è una verdura, ma anche un ottimo aroma. È ricco di quercetina, una molecola dalle proprietà antiossidanti che contribuisce a rafforzare le difese immunitarie.

Il fi*****io è una buona fonte di vitamina B9 e di potassio. Contiene molte fibre ed è poco calorico.

La lattuga 🥗a costa lunga e l’insalata iceberg contengono degli antiossidanti, i carotenoidi, che vengono assorbiti meglio se accompagnati da una fonte di grassi, come l’olio d’oliva.

Il ravanello🫜, grazie al suo alto contenuto di oligoelementi, fornisce vitamine e minerali al nostro corpo. Ricco di zolfo (che a volte gli conferisce una nota piccante), stimola anche la digestione.

La rucola ha un sapore leggermente piccante. È un’ottima fonte di vitamina K e vitamina B9, e ha notevoli proprietà antiossidanti.

Gli spinaci 🥬sono un’ottima fonte di betacarotene, una sostanza che favorisce la salute degli occhi. Con un alto potere antiossidante, contribuiscono a prevenire il cancro.

La valeriana è ricca di antiossidanti, grazie all’alto contenuto di betacarotene. È anche una buona fonte di vitamina B9 e ferro.

CONSEGUENZE PSICOLOGICHE E PSICHIATRICHE DEL DIGIUNO PROLUNGATOIl digiuno prolungato, definito come astinenza volontaria...
19/03/2026

CONSEGUENZE PSICOLOGICHE E PSICHIATRICHE DEL DIGIUNO PROLUNGATO

Il digiuno prolungato, definito come astinenza volontaria dall'assunzione di calorie per periodi superiori alle 24 ore, è sempre più riconosciuto non solo come intervento metabolico, ma anche come modulatore psico-comportamentale. Una recente review pubblicata su Nutrients ha preso in esame le attuali evidenze sugli effetti psicologici e psichiatrici del digiuno prolungato e intermittente, includendo sia le pratiche laiche che quelle religiose. A parlarcene, Vincenzo Maria Romeo, Psichiatra, Università degli Studi di Palermo, coordinatore dell’analisi.

Prof. Romeo, il digiuno viene spesso presentato come una panacea per la salute, ma la vostra ricerca lo definisce uno "strumento bidirezionale". Potrebbe spiegarci in che senso il digiuno può essere sia un alleato della resilienza psicologica che un potenziale rischio per la salute mentale?

Nel nostro lavoro il digiuno è “bidirezionale” perché lo stesso cambio metabolico che può favorire adattamento allo stress, ovvero, per esempio, chetosi, riduzione di segnali infiammatori, modulazione di fattori neurotrofici, può anche destabilizzare soggetti vulnerabili con alterazioni del sonno, iperattivazione dell’asse Hpa, aumento della ruminazione e della rigidità cognitivo-affettiva. In adulti selezionati e con protocolli circadianamente coerenti come, per esempio, time-restricted eating, sono stati osservati miglioramenti modesti di stress percepito e umore. Nei profili a rischio, invece, aumentano i segnali di allarme: ansia, irritabilità, riacutizzazione depressiva o viraggi dell’umore, soprattutto se il digiuno è prolungato, non supervisionato o ideologizzato come “cura”.

Cosa accade esattamente nel nostro cervello quando smettiamo di mangiare per un periodo prolungato? In che modo i "corpi chetonici" influenzano il nostro umore e le nostre capacità cognitive?
Dopo 24–48 ore circa l’organismo passa dalla disponibilità di glicogeno alla chetogenesi, con aumento di β-idrossibutirrato - Bhb -, acetoacetato e acetone. Il Bhb attraversa la barriera emato-encefalica e diventa sia un carburante efficiente per i neuroni sia un “segnale” biologico: può modulare l’espressione genica e vie legate a plasticità sinaptica e resilienza allo stress ossidativo. Inoltre interagisce con la neuro-immunità. Clinicamente questo è coerente con possibili benefici su energia mentale e tono dell’umore in alcuni protocolli, ma l’effetto varia molto in base a sonno, baseline psicopatologica e contesto.

Uno degli aspetti più interessanti del vostro studio riguarda il legame tra digiuno e depressione. Quali benefici sono stati riscontrati e quali sono, invece, i campanelli d’allarme da non sottovalutare?
La letteratura umana suggerisce un potenziale beneficio modesto sui sintomi depressivi in alcuni setting, soprattutto finestre alimentari ristrette e interventi strutturati, spesso in parallelo a miglioramenti soggettivi del benessere e di alcuni indici di stress. Tuttavia l’evidenza resta eterogenea per durata dei protocolli, misure spesso autovalutative e follow-up. Quindi, non si può parlare di “panacea”. I campanelli d’allarme sono: insonnia o marcata frammentazione del sonno, irritabilità/aggressività, peggioramento dell’anedonia, aumento della ruminazione sul cibo/peso, rapido calo ponderale e, soprattutto, segnali di viraggio verso ipomania/mania o sintomi psicotici in soggetti predisposti. In questi casi il digiuno va sospeso e rivalutato clinicamente.

Avete analizzato anche tradizioni religiose come il Ramadan e il digiuno ortodosso. In che modo il contesto culturale e spirituale cambia l'impatto psicologico del digiuno rispetto a una pratica puramente salutistica?
Il digiuno religioso non è sovrapponibile a quello salutistico perché il significato, la ritualità e la dimensione comunitaria possono fungere da contenimento psicologico e modulare l’esperienza emotiva. Detto ciò, il contesto introduce anche variabili decisive: spostamenti dei ritmi sonno-veglia, cambiamenti di caffeina/nicotina, riorganizzazione dei pasti e, tema cruciale, adattamento della terapia farmacologica. Nel Ramadan l’astensione diurna può impattare marcatamente la cronobiologia, mentre alcune forme di digiuno ortodosso hanno una componente di modifica qualitativa della dieta che può influenzare l’infiammazione e il metabolismo. Quindi il “contesto” agisce sia sul significato psicologico sia sui determinanti biologici quali sonno, ritmi, aderenza terapeutica.

Quali sono i vostri consigli per chi volesse approcciarsi al digiuno per migliorare il proprio benessere mentale senza correre rischi? Esistono dei criteri di sicurezza che suggerite nel vostro studio?
Se l’obiettivo è il benessere mentale, suggerisco un approccio “a dose”: iniziare con finestre conservative, tipo 12–14 ore notturne e, quando possibile, con una finestra di alimentazione più precoce e coerente con i ritmi circadiani. Prima di iniziare: screening per rischio di disturbi dell’alimentazione, vulnerabilità bipolare/psicotica, ideazione suicidaria, uso di sostanze; revisione dei farmaci con il curante. Monitoraggio semplice ma regolare: sonno, energia, irritabilità, umore, più un check di eventi avversi. Stop rules: insonnia severa, peggioramento depressivo, ansia intensa, segnali di viraggio maniacale/psicotico, perdita di peso rapida. Idealmente, il digiuno va inserito in una cornice clinica multidisciplinare di tipo medico-nutrizionale/psichiatrica, non come auto-trattamento.

COME MANGIANO GLI ITALIANI: LA NUOVA INDAGINE SUI CONSUMI ALIMENTARIIl modo in cui mangiano gli italiani sta cambiando, ...
12/03/2026

COME MANGIANO GLI ITALIANI: LA NUOVA INDAGINE SUI CONSUMI ALIMENTARI

Il modo in cui mangiano gli italiani sta cambiando, e non sempre in meglio. A fotografare abitudini, quantità e qualità della dieta nel nostro Paese è la quarta indagine nazionale sui consumi alimentari, IV Scai, coordinata dal Crea. Lo studio, pubblicato su Nutrients, offre un quadro aggiornato di cosa arriva davvero sulle tavole degli italiani e di quanto le scelte alimentari siano in linea con le raccomandazioni nutrizionali. Ne parliamo con Cinzia Le Donne, nutrizionista del Centro di ricerca alimenti e nutrizione del Crea e membro del gruppo di ricerca che ha condotto l’indagine.

D.ssa Le Donne, qual era l’obiettivo principale della survey e perché era importante aggiornare una fotografia così dettagliata dei consumi alimentari e dell’assunzione di nutrienti nella popolazione italiana?”

L’obiettivo era fornire una stima aggiornata e rappresentativa dei consumi alimentari e dell’assunzione di energia e nutrienti a livello individuale nella popolazione residente in Italia, nella fascia di età compresa tra 3 mesi e 74 anni. Questo per rispondere, in primo luogo, alla necessità di monitorare l’evoluzione dei modelli alimentari nel tempo poiché la precedente indagine nazionale risale al periodo 2005–2006. Avere dati aggiornati consente di valutare eventuali scostamenti dai modelli raccomandati e identificare gruppi di popolazione a rischio di inadeguatezza nutrizionale sia in eccesso che in difetto. Un secondo aspetto centrale riguarda il ruolo dei dati dello studio IV Scai come base scientifica per la revisione delle linee guida per una sana alimentazione e per l’aggiornamento dei Larn – Livelli di assunzione di riferimento di nutrienti ed energia. Entrambi sono documenti di consenso imprescindibili per la pratica professionale in ambito nutrizionale e per la definizione di politiche di prevenzione e promozione della salute. Inoltre, seguendo la metodologia "Eu Menu" dell’Efsa, lo studio funge da fonte italiana per la sorveglianza nutrizionale e la valutazione del rischio a livello europeo.

Quali sono i principali pattern alimentari che emergono e come si confrontano con le linee guida nutrizionali ufficiali italiane ed europee?

La dieta italiana si basa ancora su cereali, latticini, frutta, verdura e carne, riflettendo ancora, almeno in parte, l’impronta storica del modello mediterraneo. Tuttavia, emergono scostamenti significativi rispetto alle raccomandazioni formulate dall’Oms e dalle linee guida per una sana alimentazione. Un primo elemento critico riguarda l’assunzione di frutta e verdura. Solo il 39% tra adulti e anziani raggiunge livelli di consumo considerati adeguati secondo i target Oms, quota che scende sotto il 30% tra i più giovani. Parallelamente, si osserva un consumo di carne rossa e trasformata superiore alle indicazioni internazionali, che suggeriscono di non eccedere i 70 g/die. I valori medi raggiungono circa 83 g/die negli adulti e fino a 100 g/die negli adolescenti. Quello che si osserva, quindi, è una graduale perdita di adesione al pattern mediterraneo tradizionale, con un passaggio verso un consumo maggiore di proteine animali e grassi saturi a scapito di fibre e alimenti vegetali.

Durante l’analisi dei consumi, sono emerse criticità specifiche in alcune fasce d’età o gruppi socio-demografici?

L'analisi ha evidenziato diverse vulnerabilità. Per esempio, gli adolescenti rappresentano il gruppo con il più elevato consumo di carne e cereali, mentre quello di frutta e verdura risulta molto basso. I bambini mostrano un'assunzione di proteine quasi tre volte superiore alle raccomandazioni, oltre a un eccesso di zuccheri semplici, fino al 20% dell'energia totale, superando ampiamente i livelli suggeriti dalle autorità sanitarie nazionali e internazionali. Anche le donne presentano un profilo nutrizionale critico, con una diffusa inadeguatezza di ferro che interessa fino al 95% di loro, oltre a carenze di calcio e vitamina D. Sebbene il campione IV Scai tenda verso un livello di istruzione medio-alto, i dati nazionali associano condizioni socioeconomiche svantaggiate e un minor grado di istruzione a una maggiore prevalenza di sovrappeso e obesità. Quest’ultima risulta più diffusa nel Sud e nelle Isole rispetto alle altre aree del Paese.

In che modo il contributo dei cibi ultra-elaborati influisce sul profilo nutrizionale complessivo della popolazione italiana e quali rischi o benefici sono stati osservati?

Al momento non sono state effettuate analisi mirate a correlare consumo di alimenti-ultraprocessati e profilo nutrizionale, ma i risultati disponibili possono già evidenziare l'impatto di alcune categorie affini, come la carne processata e i prodotti dolciari industriali. La carne trasformata, come prosciutto, salumi, salsicce, è la principale fonte energetica del gruppo ‘carne’ per tutte le età a causa dell'alta densità calorica. L'alto consumo di snack dolci, biscotti e bevande zuccherate, specialmente nei bambini, guida l'apporto di zuccheri semplici oltre i limiti desiderabili, al di sotto del 10% dell’energia totale. Questi prodotti contribuiscono all'eccesso anche di grassi saturi, aumentando il rischio di malattie come obesità e diabete.

Alla luce dei dati raccolti, quali nutrienti risultano generalmente carenti nella dieta degli italiani e quali invece sono consumati in eccesso?

Abbiamo un quadro caratterizzato da carenze ed eccessi che riflettono uno sbilanciamento qualitativo della dieta. Tra i micronutrienti, la carenza di vitamina D, pur essendo un dato atteso, rappresenta la criticità più marcata e interessa pressoché la totalità della popolazione. Anche l’apporto di fibre risulta sistematicamente inferiore ai livelli raccomandati e appare strettamente correlato al ridotto consumo di legumi e cereali integrali. Ulteriori criticità riguardano calcio, potassio e ferro, che si collocano al di sotto dei livelli ottimali, con particolare vulnerabilità nelle donne in età fertile e negli adolescenti. Parallelamente, emergono eccessi significativi. L’apporto proteico è spesso superiore alle raccomandazioni, con una quota predominante di origine animale, circa il 67% del totale. Anche i grassi totali, in particolari quelli saturi, e gli zuccheri semplici risultano frequentemente in eccesso rispetto alle raccomandazioni, con un impatto particolarmente evidente nell’infanzia.

I risultati di questa indagine come possono influire su politiche alimentari e programmi di prevenzione nutrizionale a livello nazionale?

Per esempio, come è stato già detto, oltre a essere la base scientifica per lo sviluppo delle linee guida nazionali per una sana alimentazione, un altro ambito di applicazione riguarda la progettazione di interventi educativi e di sanità pubblica più focalizzati sui gruppi risultati essere più vulnerabili, come programmi volti a riequilibrare l’apporto proteico nell’infanzia, a ridurre il consumo di zuccheri semplici o a migliorare l’assunzione di ferro nelle donne in età fertile. I risultati dello studio IV Sscai possono supportare la pianificazione agricola, favorendo un progressivo allineamento della produzione alimentare ai reali fabbisogni nutrizionali della popolazione. L’identificazione di carenze diffuse come, per esempio di fibra o di specifici micronutrienti, può orientare interventi strutturali quali la promozione di coltivazioni di legumi e l’incentivazione al consumo di cereali integrali, in un’ottica di prevenzione primaria. Inoltre, questi dati possono contribuire allo sviluppo di modelli dietetici a minore impatto ambientale perché consentono di stimare anche indicatori non nutrizionali quali Carbon e Water Footprint e di promuovere una transizione verso fonti proteiche vegetali, in coerenza con obiettivi di sostenibilità ambientale e salute umana.

Quali sono i prossimi passi di ricerca basati su questo studio e quali questioni restano aperte per comprendere meglio la relazione tra dieta e salute nella popolazione italiana?

La complessità della relazione tra dieta e salute nella popolazione italiana richiede un approccio dinamico, capace di integrare sorveglianza, sviluppo metodologico e ampliamento delle popolazioni osservate. Una prima prospettiva riguarda la necessità di trasformare l’esperienza dello studio IV Scai in un modello strutturato di sorveglianza continua e periodica dei consumi alimentari con dati aggiornati a intervalli regolari e meno ampi, per monitorare l’evoluzione dei patterns dietetici o intercettare precocemente eventuali criticità emergenti. Un'altra opportunità è quella di estendere la rilevazione alla popolazione anziana oltre i 74 anni o a gruppi specifici come donne in gravidanza e allattamento, considerando l’invecchiamento progressivo della popolazione italiana e la particolare vulnerabilità nutrizionale di questi segmenti di popolazione.

Indirizzo

San Biagio

Orario di apertura

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Martedì 10:00 - 19:00
Mercoledì 10:00 - 19:00
Giovedì 09:00 - 17:00
Venerdì 14:00 - 19:00
Sabato 09:00 - 19:00

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