28/07/2026
Se avete voglia di leggere (attenzione potrebbe richiedere più di qualche secondo!) vi potrete fare un’idea abbastanza precisa del problema che sta impegnando i social in merito alla dichiarazione di un medico che afferma l inutilità delle creme solari nella protezione contro il melanoma.
Provo a riassumere:
I raggi solari aumentano il rischio di melanoma=si
I raggi solari fanno ve**re il melanoma= non esattamente
Esporsi al sole e pericoloso= dipende
Esporsi al sole fa bene= dipende
Le creme solari fanno ve**re il melanoma= no
Le creme solari ti garantiscono che non ti verrà un melanoma= no
Infine
“Lo studio scientifico dice che….”
a meno che non ve lo leggiate per intero (ammesso che sia comprensibile per i non addetti ai lavori) diffidate di chi usa questa frase perché da quello che vedo ognuno usa gli studi scientifici per dimostrare la propria tesi in senso assoluto (cosa che tra l altro uno studio scientifico difficilmente fa)
I social non sono uno strumento di prevenzione e cura ma uno strumento di intrattenimento.
https://www.facebook.com/share/p/1BZq29n4pq/?mibextid=wwXIfr
Da ieri diversi utenti mi stanno segnalando un reel della dott.ssa Debora Rasio sulle creme solari. Ho deciso di dedicarci un approfondimento perché ritengo si tratti di un contenuto potenzialmente pericoloso per la salute pubblica. Quando può passare il messaggio secondo cui la protezione solare sarebbe inutile o addirittura dannosa, il rischio concreto è che alcune persone modifichino realmente le proprie abitudini sulla base di informazioni scientificamente errate. Il video, peraltro, potrebbe risultare particolarmente persuasivo perché cita studi scientifici reali che, tuttavia, risultano estrapolati dal loro contesto e collegati in modo improprio, fino a sostenere conclusioni diverse rispetto a quelle degli autori originali.
Partiamo dal cuore della tesi, ovvero l'idea che l'esposizione solare occupazionale possa avere un effetto protettivo contro il melanoma. Lo studio del 1986 di Holman, Armstrong e Heenan rappresenta uno dei lavori che hanno contribuito a definire il ruolo del diverso pattern di esposizione alla radiazione ultravioletta. Chi lavora quotidianamente all'aperto (ad esempio un muratore), infatti, tende ad avere un'esposizione più regolare e continua, generalmente caratterizzata da meno episodi di esposizione intensa e intermittente rispetto a coloro che trascorrono gran parte dell'anno al chiuso e concentra il sole soprattutto durante vacanze e fine settimana.
https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/3456458/
Il paper, letto nella sua interezza, associa il rischio più elevato di melanoma soprattutto alle esposizioni ricreative intense e giovanili, non semplicemente alla quantità totale di sole accumulata nel corso della vita. È il modo in cui ci si espone ai raggi UV, quindi il cosiddetto pattern di esposizione, a risultare determinante. Le esposizioni intermittenti e intense rappresentano infatti il fattore di rischio meglio documentato nella letteratura epidemiologica. Lo conferma anche la metanalisi di Gandini, che ha analizzato 57 studi e ha rilevato un aumento del rischio di melanoma di circa il 60% associato all'esposizione intermittente, mentre per l'esposizione cronica occupazionale emergeva un'associazione nulla o persino inversa.
https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/15617990/
Nello stesso filone rientra anche lo studio del 2014 sui diversi siti anatomici.
https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC3960350/
Sono tutti lavori che non dimostrano che il sole protegga dal melanoma, bensì evidenziano un principio fondamentale della ricerca epidemiologica, cioè che non conta soltanto quanta radiazione ultravioletta si riceve, ma soprattutto come viene distribuita nel tempo. Il melanoma del tronco mostra una maggiore associazione con esposizioni intermittenti e intense, mentre quello localizzato in aree come testa e collo risulta più compatibile con esposizioni croniche. Risultati che quindi sono coerenti con l'importanza di evitare le scottature e di proteggersi anche durante le esposizioni occasionali, attraverso l'uso corretto delle creme solari.
Veniamo ora allo studio sulla UK Biobank, citato nel reel come presunta prova che le creme solari aumenterebbero il rischio di tumori cutanei.
https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/37642678/
L'analisi finale comprende 443.794 partecipanti ed è un'indagine ad ampio spettro che cercava di individuare possibili interazioni tra 8.798 varianti genetiche appartenenti a 190 geni coinvolti nella riparazione del DNA e diversi fattori comportamentali, allo scopo di comprendere quali persone potessero essere maggiormente vulnerabili allo sviluppo di tumori. L'uso della crema solare compare semplicemente come una variabile raccolta tramite questionario in un determinato momento, non come un intervento sperimentale assegnato ai partecipanti.
Ed è proprio qui che nasce il problema interpretativo. Le persone con pelle molto chiara, maggiore predisposizione alle scottature o una storia di lesioni cutanee sospette sono anche quelle alle quali viene più frequentemente consigliato di utilizzare protezione solare. Trovare quindi un'associazione tra uso della crema e tumori cutanei non dimostra che la crema provochi il tumore, ma evidenzia casomai il fatto che le persone già più esposte al rischio siano anche quelle che adottano maggiori precauzioni. È lo stesso principio per cui osservare che le persone con un rischio cardiovascolare più elevato si rivolgono più frequentemente al cardiologo non significa certo che sia il cardiologo a causare l'infarto.
Per valutare l'efficacia della protezione solare non è necessario affidarsi soltanto a studi osservazionali. Esiste infatti un vero studio clinico randomizzato, il Nambour Trial condotto in Australia, nel quale 1.621 persone furono assegnate casualmente all'utilizzo quotidiano di crema solare oppure a un uso discrezionale e successivamente seguite per diversi anni.
https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/21135266/
Dieci anni dopo la conclusione dell'intervento, i nuovi melanomi complessivi erano 11 nel gruppo che aveva utilizzato quotidianamente la crema contro 22 nel gruppo di controllo, una differenza vicina alla significatività statistica convenzionale ma che non la raggiungeva pienamente (p=0,051). Per quanto riguarda invece i melanomi invasivi, cioè quelli clinicamente più rilevanti, la riduzione risultava statisticamente significativa, con 3 casi nel gruppo della protezione quotidiana contro 11 nel gruppo di controllo, corrispondenti a circa il 73% di rischio in meno. Quando si utilizza un disegno sperimentale capace di ridurre il problema della causalità inversa, i dati risultano quindi coerenti con un effetto protettivo della crema solare e non con la narrazione proposta nel reel.
Resta infine il tema della vitamina D, presentata come il principale elemento protettivo attraverso un lungo elenco di meccanismi molecolari che, a prima vista, possono risultare molto convincenti. Quelle vie biologiche sono oggetto di ricerca reale, soprattutto negli studi preclinici, ma il salto logico consiste nel trasformare un possibile meccanismo biologico in una conclusione clinica non dimostrata, ovvero che una maggiore esposizione al sole senza protezione possa preve**re il melanoma nell'essere umano.
Gli studi di randomizzazione mendeliana, progettati proprio per distinguere una relazione causale da una semplice correlazione, non confermano tale ipotesi. I risultati disponibili sono deboli, non uniformi e in alcuni casi mostrano associazioni opposte rispetto a quelle attese.
https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC10470627/
Una delle spiegazioni più accreditate per i bassi livelli di vitamina D osservati nei pazienti con melanoma avanzato è ancora una volta la causalità inversa. È possibile infatti che sia la malattia, riducendo il tempo trascorso all'aperto e modificando lo stato generale del paziente, a contribuire alla riduzione della vitamina D, e non il contrario. Inoltre, anche ammettendo un possibile ruolo favorevole della vitamina D, questa può essere ottenuta attraverso alimentazione e, quando indicato, tramite supplementazione orale, senza la necessità di esporsi a radiazioni ultraviolette non filtrate.
Il sole in sé non è il nemico, così come non lo è la crema solare che permette di ridurre i rischi associati all'esposizione ai raggi UV. Il problema nasce quando il profilo di esposizione di chi lavora quotidianamente all'aperto viene trasformato in un consiglio generale valido per chi trascorre gran parte dell'anno al chiuso o per l'intera popolazione.
La letteratura scientifica mostra con chiarezza che le esposizioni intermittenti intense e le scottature sono associate a un aumento del rischio di melanoma, mentre l'esposizione cronica occupazionale presenta caratteristiche differenti e non può essere interpretata come una forma di protezione.
È falso anche il concetto secondo cui più ci si espone al sole e maggiore sarebbe la protezione dal melanoma. I raggi ultravioletti non funzionano come un allenamento per la pelle, ma sono radiazioni capaci di provocare danni al DNA delle cellule cutanee, danni che nel tempo possono contribuire allo sviluppo dei tumori della pelle. Il fatto che alcuni studi osservino differenze di rischio tra chi ha un'esposizione cronica e chi subisce esposizioni intermittenti intense non significa che il sole protegga dal melanoma, ma semplicemente che il modo in cui ci si espone agli UV è un elemento fondamentale.
Le creme solari restano quindi uno degli strumenti utili per ridurre i danni causati dalla radiazione ultravioletta e devono essere considerate insieme ad altri comportamenti responsabili, come evitare le scottature, cercare l'ombra nelle ore di maggiore intensità solare e proteggere adeguatamente la pelle durante le esposizioni prolungate.
Il fatto che alcuni studi osservazionali trovino più melanomi tra chi usa creme solari è un esempio classico di confondimento, ovvero chi ha più rischio spesso è anche chi riceve più raccomandazioni a proteggersi.
Maggiori approfondimenti - Fonte AIRC: https://www.airc.it/cancro/informazioni-tumori/corretta-informazione/e-vero-che-le-creme-solari-sono-dannose-per-la-salute
N.B.: il presente articolo rappresenta esclusivamente un'analisi critica di alcune affermazioni presenti in un contenuto pubblico e il confronto di tali affermazioni con le evidenze disponibili nella letteratura scientifica. Non costituisce un giudizio sulla persona né sulle sue intenzioni. L'obiettivo è esclusivamente favorire una corretta interpretazione degli studi scientifici e promuovere un'informazione sanitaria basata sulle evidenze. Invito i lettori a mantenere i commenti rispettosi e centrati sui contenuti.