02/09/2026
QUANDO “FAR FUNZIONARE” UNA RELAZIONE DIVENTA PERDERE SE STESSE
In terapia incontro talvolta ragazze giovanissime che continuano a dare una possibilità, poi un’altra, poi un’altra ancora a una relazione che le fa soffrire.
Mi chiedo: cosa spinge una ragazza, proprio all’inizio della propria vita sentimentale, a investire tante energie nel tentativo di “salvare” un legame nel quale la reciprocità si è progressivamente trasformata in sbilanciamento? Perché continuare a pensare “forse questa volta cambierà”, quando fuori c’è ancora un mondo intero da conoscere?
Sono domande retoriche. La ricerca ci dice che non esiste una risposta unica: entrano in gioco attaccamento, autostima, regolazione emotiva, modelli relazionali appresi, investimento nella relazione, paura della perdita, giustificazione dei comportamenti dell’altro, pressione a mantenere il legame e molte altre variabili individuali, familiari, sociali e contestuali.
E soprattutto: capire razionalmente che una relazione fa male non significa essere già pronti a lasciarla.
Poi mi sposto poco più in là e incontro altre storie. Donne adulte che, con il sopraggiungere o l’aggravarsi di una disabilità, rimangono in relazioni nelle quali l’affetto si è impoverito, l’accudimento necessario è insufficiente o assente e, talvolta, compaiono svalutazione e abuso psicologico. Anche qui lo sforzo enorme per “far funzionare” tutto sembra ricadere prevalentemente sulle loro spalle.
La letteratura ci invita a non banalizzare: le donne con disabilità risultano maggiormente esposte a diverse forme di violenza da partner. E gli studi sul self-silencing — quel mettere a tacere bisogni, rabbia, desideri e parti di sé pur di preservare il legame — ci offrono un’altra chiave di lettura.
Non ne faccio una semplice questione di genere, né punto il dito su qualcuno. Parlo di storie individuali. Ma sarebbe ingenuo ignorare quanto alcuni copioni culturali abbiano insegnato alle donne a prendersi cura, resistere, comprendere, aspettare, aggiustare.
Robin Norwood lo raccontava già molti anni fa in “Donne che amano troppo”: un libro figlio del suo tempo, ma ancora capace di aprire domande.
In terapia non si danno consigli. Non basta dire “lascialo”. Si lavora perché una persona possa riconoscersi, ridefinirsi e scegliere.
Ma fuori dalla stanza di terapia, collettivamente, cosa possiamo fare?
Forse iniziare molto prima. Educare ragazze e ragazzi a pensare che una relazione non è riuscita perché dura, ma perché permette a entrambi di esistere.
E che chiudere una relazione non significa necessariamente aver fallito.
A volte significa essersi finalmente ascoltati.
Dott.ssa Antonella Esposito
Psicologa Psicoterapeuta
Esperta in Malattie Rare, Sindromi genetiche, Malattie croniche e Disabilità
Presidente e Direttrice Thélema Centro – Psicoterapia e Riabilitazione APS