29/05/2026
I commenti sotto il post di oggi hanno confermato esattamente il motivo per cui ho scritto quel post.
Perché appena qualcuno parla del dolore della fibromialgia, arriva sempre qualcuno a dire:
“cazzate”,
“c’è chi muore di cancro”,
“quelli sono lutti veri”,
“lo fai per pubblicità”.
E sinceramente la cosa inquietante non è nemmeno l’ignoranza.
È la totale incapacità di comprendere che il dolore non è una gara.
Ma davvero state messi così male da sentire il bisogno di fare classifiche della sofferenza?
Da sminuire il dolore di qualcuno solo perché non lo vivete?
Il mio post non toglieva nulla a nessuno.
Non parlava di tumori.
Non parlava della perdita di un figlio.
Non stava facendo paragoni.
Parlava di cosa significa convivere con il dolore cronico ogni singolo giorno.
Di cosa significa perdere sé stessi lentamente.
Di cosa significa vivere in un corpo che non senti più tuo.
E sì, anche questo è un lutto.
Perché perdere la propria energia, la spontaneità, la libertà, il lavoro, le relazioni, la vita sociale e la persona che eri… è un dolore reale.
Che vi piaccia oppure no.
E no, non sarà un dolore riconosciuto da chi ha la sensibilità emotiva di un muro.
Ma resta reale.
E chi commenta “cazzate” non sta smontando il mio discorso.
Sta semplicemente mostrando il proprio limite umano, emotivo e intellettivo nel comprendere qualcosa che non vive.
Perché solo una persona profondamente superficiale può pensare che il dolore debba essere valido solo quando è visibile, estremo o socialmente riconosciuto.
Il dolore merita rispetto. Tutto il dolore.
E chi non vive una malattia invisibile dovrebbe solo ringraziare la vita prima di aprire bocca per giudicare.
E a quelli che parlano di pubblicità:
no caro, io non sto facendo marketing.
Sto parlando della mia vita.
Del mio dolore.
Di cosa significa guardarsi allo specchio e non riconoscersi più.
Sto parlando del trauma di convivere ogni giorno con una malattia che ti consuma lentamente mentre la gente ti dice pure che esageri.
E se questo vi disturba, il problema non è ciò che ho scritto.
Il problema è la vostra incapacità di reggere la verità del dolore altrui.
Valerita Albano.