Maria Pia Chirizzi Psicologa Psicoterapeuta

Maria Pia Chirizzi Psicologa Psicoterapeuta Psicologa e Psicoterapeuta Sistemico Relazionale
Terapeuta EMDR Sono iscritta all'Ordine degli Psicologi della Regione Sicilia n° 7879.

Mi chiamo Maria Pia Chirizzi e sono una Psicologa clinica specializzata in Psicoterapia Sistemico Relazionale. Mi occupo di terapia individuale, della coppia, della famiglia e dei gruppi. Per informazioni o per prenotare un appuntamento puoi contattarmi al n° 3460290167 (anche tramite WhatsApp), puoi scrivermi sulla posta privata di Messenger o mandare una mail a [email protected]

13/06/2026

Sbaglieremo sempre perché educare è un casino, tu ci provi a cercare di capire, ma poi non indovini mai, perché quello che è giusto per uno è sbagliato per un altro, non esistono regole, siamo tutti senza rete. Tu devi continuamente guardarli negli occhi e cercare di stare con loro senza sforzarti di indovinarle tutte, tanto non ce la fai; ci provi, ma che cosa i tuoi figli diventando grandi trattengono? Cosa gli rimane? Gli rimane il modo con cui li hai guardati.

Franco Nembrini

07/06/2026

La terapia inizia sostanzialmente e realmente soltanto nel momento in cui il paziente vede che non sono più il padre e la madre a intralciarlo, ma è lui stesso, ossia una parte inconscia della sua personalità, che ha assunto e continua a interpretare il ruolo di padre e madre.

(C. G. Jung)

31/05/2026

Pensavo si dovesse solo correre
correre e basta,
è questo che ho imparato a scuola
correre per entrare in classe in orario
correre per consegnare il compito in tempo

pensavo che si dovesse fare questo
solo questo,
così mi hanno educato a casa,
correre, se vuoi diventare il primo
e correre per non farsi prendere mai

pensavo fossimo fatti di corsa
di solo corsa,
è questo che mi hanno insegnato a lavoro
correre per raggiungere traguardi più alti
correre per non lasciare tempo agli altri

ma io, accanto a me
ho trovato anche una vita lenta
una vita che a volte si stanca
a stare al passo con chi corre

una vita che ha anche bisogno
di piccole pause
di cene a lume di candela
panchine vista tramonto
libri che parlano di cuori

ho trovato davanti a me
una vita che vuole anche il tempo
di fermarsi un po'
per vedere quanto cuore ancora
gli batte dentro...

Gio Evan
Art. dal web

16/04/2026

MADRI STRESSATE E PSICOLOGIA DELLA COLPA

C’è una scena che si ripete, silenziosa e normalizzata, in gran parte del mondo occidentale: una donna attraversa la gravidanza lavorando fino a poche settimane dal parto, partorisce in un ambiente tecnicamente efficiente ma affettivamente deprivato, rientra a casa con un neonato e, nel giro di poche settimane, si ritrova sola a sostenere un compito biologicamente e psicologicamente immenso.
Questa scena non viene percepita come anomala. È considerata normale. Ed è proprio questa normalità a costituire il problema.

LA SOLITUDINE ORGANIZZATA
Nelle società urbanizzate, la maternità si svolge dentro un dispositivo paradossale: altamente assistito sul piano medico, ma profondamente carente sul piano relazionale.
Durante la gravidanza, la donna continua a lavorare secondo ritmi produttivi pensati per uomini o per donne non gravide. Il parto avviene in contesti ospedalieri che garantiscono sicurezza, ma che, per ragioni organizzative, limitano la presenza delle figure affettive significative.
Per decenni – e in parte ancora oggi – madre e neonato sono stati separati subito dopo la nascita. E anche quando questa pratica è stata corretta, resta un dato strutturale: la donna, una volta uscita dall’ospedale, torna in uno spazio domestico isolato, privo di quella rete di supporto che ha caratterizzato per millenni la crescita umana.
A pochi mesi di vita, il bambino viene inserito in un asilo nido. Non per una scelta ponderata, ma per una necessità economica e sociale e perché una madre che non lo fa viene ormai considerata “arretrata”, cioè una sciocca, se non persino “snaturata”, cioè una “cattiva madre”. Una buona parte della pedagogia, infatti, invita all’autonomizzazione precoce: il bambino deve imparare a stare da solo, a dormire da solo, a contenersi.
Si tratta di una vera e propria inversione del bisogno biologico. Nei primi mesi di vita, il bambino non ha bisogno di autonomia: ha bisogno di dipendenza intensa, continua, regolata da presenze adulte stabili e affettivamente disponibili.

IL BAMBINO NARCISISTA: UN MITO SCIENTIFICO
A questa organizzazione sociale si è affiancata, per lungo tempo, una teoria psicologica che l’ha giustificata: l’idea che il bambino nasca narcisista, cioè incapace di relazione, chiuso nella propria pulsione, orientato solo alla soddisfazione dei bisogni primari.
Secondo questa visione, il neonato non riconosce l’altro come persona. La madre è solo un mezzo. Il legame affettivo sarebbe una conquista tardiva, ottenuta attraverso frustrazioni e adattamenti.
Questa teoria, sostenuta da figure di enorme prestigio come Anna Freud e Melanie Klein, ha inciso profondamente sulla cultura psicologica del Novecento. Una teoria che fa del bambino un “piccolo mostro” di egoismo, dal quale occorre difendersi precocemente: con l’autonomizzazione, l’asilo precoce, la psicoanalisi infantile e la neuropsichiatria.
Ma questo occorre dirlo con chiarezza: si tratta di una costruzione teorica arbitraria, che non regge alla prova dell’osservazione diretta.
Gli studi di infant research, a partire dagli anni Sessanta, hanno mostrato qualcosa di radicalmente diverso: il bambino nasce predisposto alla relazione. Cerca lo sguardo, risponde al volto, si sintonizza con la voce, è capace di proto-dialoghi affettivi già nelle prime settimane di vita.
Autori come John Bowlby, Daniel Stern, Alice Miller, Edward Tronick, Colwyn Trevarthen hanno contribuito a ribaltare il paradigma: il bambino non è un essere egocentrico da socializzare, ma un essere relazionale che ha bisogno di relazione per esistere.

LA MADRE SOVRACCARICA
Se il bambino è relazionale, allora il suo sviluppo dipende dalla qualità e dalla quantità delle interazioni affettive. E qui emerge il nodo cruciale: una madre sola non basta.
Non perché sia inadeguata, ma perché il compito è eccessivo. Si tratta di una situazione di sovraccarico sia fisico che emotivo.
La madre moderna si trova a svolgere contemporaneamente funzioni che, nel corso dell’evoluzione, erano distribuite su più figure:
• nutrire
• contenere emotivamente
• stimolare
• regolare i ritmi
• rispondere ai segnali
• gestire la propria fatica
In condizioni di isolamento, questo carico diventa rapidamente insostenibile. Compare lo stress, la stanchezza cronica, talvolta la depressione post-partum.
E qui interviene la psicologia della colpa.

DALLA FATICA ALLA COLPA
Invece di riconoscere il sovraccarico strutturale, la cultura psicologica dominante tende a individualizzare il problema.
Se la madre è stanca → è colpa sua, perché non regge emotivamente.
Se il bambino è agitato → è colpa di entrambi: c’è un difetto genetico o un errore educativo.
Se la relazione è difficile → è colpa della madre: c’è un deficit affettivo.
Il passaggio è sottile ma decisivo: da un problema di contesto si scivola a un problema di persona.
E la madre finisce per interiorizzare questo sguardo accusatorio. Si osserva, si giudica, si corregge. Si scinde tra una parte che agisce e una che valuta. E il rapporto con il bambino, invece di essere uno spazio di esperienza condivisa, diventa un campo di prestazione.
Nel frattempo, il bambino percepisce la tensione. E reagisce. E la sua reazione viene letta come ulteriore prova che qualcosa non funziona.
Si crea così un circuito chiuso:
stress materno → reazione del bambino → colpa materna → ulteriore stress condiviso.
A questo punto la madre è pronta o a precocizzare e adultizzare il suo bambino o andare in depressione; e il bambino è pronto a sviluppare ansia, depressione, iperattività, e vari disturbi neuropsicologici o alimentari che con uno sviluppo sano sarebbero rimasti latenti.

UNA SCIENZA AL SERVIZIO DELL'ADATTAMENTO
Per decenni, la psicologia e la psicoterapia hanno contribuito – diciamo pure in buona fede e inconsapevolmente – a sostenere questo sistema. Hanno naturalizzato la famiglia nucleare. Hanno ridotto il contesto a sfondo. Hanno trasformato bisogni relazionali in variabili individuali.
In questo modo, hanno finito per assecondare esigenze sociali più ampie:
• la trasferibilità delle persone (emigrazione a fini economici)
• la produttività economica (madri che tornano presto al lavoro)
• la creazione di servizi a pagamento (neuropsichiatri, psicologi, asili nido)
• la riduzione dei legami affettivi intensi (ideologicamente inappropriati)
• l’adattamento precoce alle istituzioni (educazione normativa).
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: le società occidentali sono oggi le più dotate di servizi psicologici e, allo stesso tempo, le più attraversate da disturbi psichici.
Non è un paradosso. È una conseguenza.
Occorre ammettere che la civiltà che ha creato la psicologia e i suoi servizi è anche l’UNICA che ha separato la madre dal neonato. Non lo avevano fatto nemmeno le società guerriere.

RIPENSARE IL PROBLEMA
Non si tratta di rimpiangere il passato né di proporre modelli irrealizzabili. Si tratta di rimettere al centro una verità semplice:
• il bambino nasce relazionale
• ha bisogno di più figure adulte
• la madre non può essere lasciata sola
• il contesto conta quanto – e spesso più – dell’individuo.
Finché continueremo a spiegare la sofferenza con la sofferenza, finché continueremo a cercare nella madre ciò che appartiene al sistema, la colpa continuerà a circolare dove dovrebbe esserci comprensione.
E la maternità, invece di essere un’esperienza vitale e condivisa, resterà ciò che oggi troppo spesso è: un compito solitario, carico di emozioni e di fatica, attraversato da un senso di inadeguatezza e di impotenza che non dovrebbe accompagnare le fasi più delicata della vita: la creazione e lo sviluppo di un essere umano.

Nicola Ghezzani
Visita il mio sito:
https://www.nicolaghezzani.it

16/04/2026

Quando i rapporti famigliari vengono esplorati e compresi, è possibile staccarsi dalla propria famiglia e sentirne la forza alle spalle. Una volta che si è riconosciuto il legame esistente con la propria famiglia e se ne sono viste e condivise chiaramente le responsabilità, ci si sente alleggeriti e ci si può dedicare a se stessi, non più oppressi e prigionieri del passato.

Bert Hellinger

31/03/2026

Siamo figli di genitori che non hanno mai imparato a curarsi dentro.

Figli di persone che hanno fatto ciò che potevano…
con gli strumenti che avevano.

Siamo cresciuti tra silenzi pesanti,
tra parole mai dette,
tra emozioni nascoste così a lungo
da sembrare inesistenti.

Abbiamo imparato a capire senza spiegazioni,
a sentire senza essere ascoltati,
a dare un senso a ciò che nemmeno aveva un nome.

Eppure non è colpa.
È storia.

Perché anche loro venivano da un tempo diverso,
dove mostrarsi fragili era un rischio,
dove il dolore si sopportava in silenzio,
e l’amore si dimostrava sacrificandosi, non parlando.

Ma noi siamo qui.

A rompere quel silenzio.
A dare voce a ciò che è rimasto nascosto.
A riconoscere le ferite… e a non farle diventare destino.

Guarire non è accusare.
È capire.

Capire che ci hanno dato tutto ciò che sapevano dare…
anche se non era abbastanza per noi.

E allora scegliamo.

Scegliamo di essere diversi.
Scegliamo di non ripetere.
Scegliamo di trasformare.

Perché il passato può averci segnato…
ma non deve definirci.

Sta a noi cambiare la direzione.
Sta a noi costruire qualcosa di nuovo.

Con più consapevolezza.
Più verità.
Più amore.

E forse è proprio questo il nostro compito:
essere la generazione che guarisce…
per non trasmettere più lo stesso dolore.

14/03/2026

Il dolore che non abbiamo ancora attraversato

✒️ Dr. Carlo D’Angelo | Voce delle Soglie

Il lavoro analitico non è una ricerca della felicità.
È una ricerca del dolore che non è stato ancora riconosciuto.
Ogni sintomo, in fondo, nasce lì:
in un dolore che non è stato visto,
in una perdita che non è stata pianta,
in una ferita che non è stata accolta nella coscienza.
Quando il dolore non viene riconosciuto, la psiche non lo cancella.
Lo trasforma.
Lo trasforma in ansia.
In ossessione.
In rigidità.
In paura.
Il sintomo è spesso un linguaggio indiretto dell’anima.
È il modo in cui il dolore parla quando non gli è stato permesso di essere sentito.
Molte persone arrivano in terapia chiedendo di non soffrire più.
Ma la verità è che il problema non è il dolore.
Il problema è il dolore che non è stato attraversato.
All’inizio la persona è convinta di una cosa:
che la vita non possa più essere accettabile senza ciò che è stato perduto.
La perdita appare assoluta.
La mancanza sembra irreparabile.
Il futuro sembra impossibile.
Ma quando il dolore viene finalmente riconosciuto, qualcosa cambia.
Non scompare.
Il dolore vero non scompare.
Si trasforma.
Diventa parte della storia della persona.
Diventa memoria.
Diventa profondità.
E lentamente nasce un pensiero nuovo:
che la vita, anche senza ciò che è stato perso, può ancora avere valore.
Quando il dolore viene sentito davvero, il sintomo perde la sua funzione.
Perché il sintomo esiste per evitare il dolore.
Ma quando il dolore è riconosciuto, non serve più essere evitato.
Per questo il compito della psicoterapia non è eliminare la sofferenza.
Il compito della psicoterapia è portare la persona davanti alla verità del proprio dolore, aiutandola a sostenere ciò che un tempo sembrava insostenibile.
E qui accade qualcosa di sorprendente.
La persona scopre che ciò che da bambino sembrava impossibile da sopportare, da adulto può essere attraversato.
Non perché il dolore sia piccolo.
Ma perché la coscienza è diventata più grande. La psicoterapia non serve a far star bene le persone come nelle favole.
Serve a restituire loro la capacità di vivere.
Di vivere con la gioia.
E con il dolore.
Perché una vita senza dolore non esiste.
Ma una vita in cui il dolore è stato riconosciuto
può diventare finalmente una vita vera.

✒️ Dr. Carlo D’Angelo | Voce delle Soglie

12/03/2026

Un tempo mi sentivo in colpa quando non riuscivo ad aiutare i miei pazienti a vivere e ad esprimere il dolore, ma poco per volta mi sono reso conto che, quando il paziente si trova a dover affrontare il proprio dolore, io non devo fare proprio niente, se non limitarmi a non interferire. Questo spiega perché spesso, quando ci sentiamo in colpa, noi diventiamo iperattivi e invadenti, ostacolando così il processo di crescita all'interno della terapia.

H. Searles, Il controtransfert

L' importanza di fare rete
07/03/2026

L' importanza di fare rete

L'incontro, ieri, all'Urban Center di Siracusa

Indirizzo

Ronco Di Via Dell'Olimpiade, N° 9
Syracuse
96100

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