23/08/2026
𝗖𝗿𝗮𝗻𝗶𝗼 𝗦𝗮𝗰𝗿𝗮𝗹𝗲 𝗕𝗶𝗼𝗣𝘀𝗶𝗰𝗼𝗗𝗶𝗻𝗮𝗺𝗶𝗰𝗮
«Ma quindi… che cosa devo fare con le mani?»
Me lo chiedono spesso.
E ogni volta mi viene da sorridere, perché quella è esattamente la domanda dalla quale, prima o poi, bisogna imparare a liberarsi.
Da settembre inizieranno i colloqui e le selezioni per la formazione di Facilitatore in Terapia Craniosacrale Biopsicodinamica.
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E se dovessi dire ai futuri studenti una sola cosa prima ancora di parlare di tecniche, anatomia, ritmi, maree e ascolto, direi proprio questa:
non metteteci troppa mente.
Non perché la mente non serva.
Serve eccome.
Serve l'intenzione. Serve la generosità. Serve la bodhicitta. Serve sapere perché sei lì e per chi sei lì.
Ma poi, quando arriva il momento di esserci davvero, bisogna avere il coraggio di fare un passo indietro.
Perché se mentre tocchi stai continuamente pensando «sto facendo bene?», «devo seguire?», «devo correggere?», «cosa sta succedendo?», «adesso cosa faccio?», non stai più ascoltando.
Stai pensando all'ascolto, non stai ascoltando.
E sono due cose completamente diverse.
A un certo punto devi semplicemente essere lì.
Il corpo sulla sedia o sul lettino. Il tuo corpo. Le tue mani. Il respiro. La presenza.
E lasciare che le mani facciano quello che hanno imparato a fare.
Lasciare che il corpo sappia.
Senza voler aggiustare.
Senza voler ottenere.
Senza quella dannata necessità di dimostrare che stai facendo qualcosa.
A volte il tocco diventa così leggero che potrebbe anche non esserci.
E forse è proprio lì che comincia qualcosa.
Perché quando smetti di imporre, quando smetti di cercare, quando smetti persino di voler sentire qualcosa a tutti i costi, può accadere che due corpi inizino a parlarsi.
Piano.
Con delicatezza.
Senza parole.
Tra un ritmo e un altro, tra una marea e l'altra, può crearsi una forma di intimità profonda.
Non è magia.
Non è spettacolo.
E non è nemmeno qualcosa che puoi comandare.
È una relazione.
Una presenza che incontra un'altra presenza.
E tu sei lì.
Non sei il protagonista.
Non sei quello che deve fare qualcosa all'altro.
Sei quello che ha creato le condizioni perché qualcosa possa accadere.
È una differenza enorme.
Ed è forse una delle cose più difficili da imparare.
Perché siamo stati educati a fare, intervenire, correggere, aggiustare.
Invece qui, qualche volta, bisogna imparare a non fare.
A stare.
A sentire.
A fidarsi.
E quando finalmente la mente smette di dare ordini, le mani possono cominciare ad ascoltare.
E il corpo, finalmente, può fare quello che sa fare.
Questo è il tipo di presenza che vorrei trasmettere a chi entrerà nella nostra formazione.
Non soltanto una tecnica.
Un modo diverso di stare davanti all'altro.
E, forse, anche un modo diverso di stare davanti a se stessi.
E visto che siamo a Taranto sará anche in acqua nel nostro Mare, un modo di esistere profondamente radicato nella marea che muove e alimenta la Vita ❤️🙏
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