30/04/2026
"C'è una crepa in ogni cosa, ed è da lì che entra la luce" è una celebre citazione del cantautore e poeta canadese Leonard Cohen, tratta dalla canzone Anthem. Un simile concetto, espresso in dettaglio, l'ho ritrovato in un recente post dell'AIPsi (Associazione Italiana di Psicanalisi) che lo applica al lavoro analitico, ai momenti in cui emerge una discontinuità, una piccola diversità, ancora innominabile, ma che può essere portavoce del nuovo possibile, foriera di rinascita. Lo riporto a seguire, per gli interessati e per chi ha pazienza di leggere.
"La crepa luminosa. Il lavoro analitico procede anche nelle minuzie che accadono tra paziente e analista. Un tono di voce che si incrina, un modo appena diverso di sdraiarsi, un sorriso trattenuto, una pausa che non è più la stessa… sono scarti minimi, ma non marginali. È proprio lì che qualcosa si deposita e prende forma, come se l’inconscio trovasse nei micro-movimenti una via più discreta — e forse più vera — per affacciarsi.
Se seguiamo questi scarti fino in fondo, ci accorgiamo che non si tratta solo di variazioni, ma di microfratture del campo. Piccole rotture della continuità, quasi impercettibili, in cui qualcosa si interrompe senza ancora potersi dire. Un silenzio che cambia consistenza, una parola fuori tempo, un gesto che eccede o si ritrae: lì il campo si incrina. Non è più lo stesso, anche se nulla sembra accadere.
Come ho già provato a mettere a fuoco nei miei precedenti scritti, non è un cedimento del processo, ma un suo punto di massima vitalità. È nella frattura che qualcosa appare. Non nella continuità, ma nella sua interruzione.
In questo senso, il campo analitico può essere lasciato a maggese — come suggerisce Masud Khan — non come abbandono, ma come gesto clinico. Non saturare, non occupare, non chiudere. Lasciare che qualcosa lavori senza essere immediatamente preso. Le microfratture sono allora le crepe di questo terreno: segni di un lavoro che non si vede, ma che prepara.
È proprio in queste crepe che può accadere qualcosa di più sottile, quasi enigmatico: una forma di incantamento. L’esperienza — a volte improvvisa, a volte lentissima — di trovare qualcosa che non sapevamo di sapere, di incontrare qualcosa che non avevamo mai pensato e che tuttavia, in un certo senso, era già lì.
Qui il pensiero di Marion Milner si fa ancora più radicale: ciò che appare come buio, come opaco, come “nero” dell’esperienza non è solo caduta o perdita. Può trasformarsi. Può diventare superficie che riflette, che trattiene una luce minima. Non più un nero che inghiotte, ma un nero che — se attraversato — si fa vivo, quasi lucente.L'incontro con il paziente: La Milner fu colpita da un commento di un suo piccolo paziente di 6 anni che, dipingendo i tetti delle case, distinse tra un "nero orribile" e un "nero amabile, se è bagnato e lucente" (not horrid black, lovely black, if it's wet and shiny).
È in questa trasformazione che il buio smette di essere soltanto chiusura e diventa spazio generativo.
In questa prospettiva, la rottura, la crepa, la ferita non sono soltanto luoghi di mancanza. Possono diventare anche una possibilità. Una possibilità di vedere altro, di comprendere diversamente, di accedere a una dimensione che la continuità, da sola, non permette. È come se la crepa introducesse una luce — non piena, non stabile, ma sufficiente a far intravedere ciò che prima restava nell’ombra.
E allora la crepa non è solo una fenditura isolata. Può diventare una trama sottile, una costellazione di passaggi minimi attraverso cui la luce circola senza mai imporsi. Non illumina tutto, ma mette in relazione. Tiene insieme ciò che sembrava separato. Permette al dentro e al fuori, al visibile e al non ancora visibile, di sfiorarsi.
Ma perché questo accada, è necessario non precipitare nella teoria. Restare in quella sospensione che John Keats ha chiamato capacità negativa, e che in Wilfred Bion diventa funzione clinica: non afferrare subito, non chiudere, mantenere aperta una finestra.
Una finestra che si apre proprio nelle microfratture. Lì dove il campo perde per un istante la sua coerenza e lascia filtrare qualcosa di non ancora trasformato. Qualcosa che non può essere subito detto, ma che insiste per essere accolto.
Non a caso, Christopher Bollas ci ricorda che l’incontro analitico è un teatro a due. Ma è un teatro fatto soprattutto di micro-eventi, di passaggi quasi invisibili. Le microfratture sono quei cambi di scena che non vengono dichiarati, ma che trasformano profondamente l’esperienza.
E tutto questo accade, prima di tutto, nel corpo. Una tensione che compare, un respiro che si modifica, un impercettibile irrigidimento: il corpo registra la frattura prima del pensiero. È lì che qualcosa si è già incrinato, o forse aperto.
È proprio nell’intermezzo, nella sospensione, che si crea la possibilità preliminare di accesso a spazi più interni, a nicchie cieche dell’esperienza. Non attraverso uno sforzo diretto, ma grazie a una particolare qualità del movimento psichico: la capacità di entrare e uscire da un pensiero senza confini rigidi, senza precipitarsi a definirlo. È in questa oscillazione che si apre la possibilità di vedere il sotto e il sopra, di cogliere ciò che normalmente resta escluso.
Questo movimento richiede una disponibilità particolare: accettare di pattinare tra il sé e il non-sé, restare su un bordo. Un bordo instabile, talvolta vertiginoso, che sfiora ciò che ogni uomo porta dentro di sé come limite e come possibilità. Non come perdita, ma come apertura.
Seguendo una linea che attraversa i miei precedenti scritti, potremmo dire che il corpo è il luogo di passaggio di questi micro-eventi: non ancora parola, non ancora rappresentazione, ma già esperienza. Un’esperienza che chiede tempo, che chiede di essere tenuta, prima ancora che compresa.
Il rischio, in questi momenti, è quello di ricucire troppo in fretta. Dare senso, interpretare, chiudere. Ma ogni chiusura prematura è anche una perdita: una difesa dall’angoscia del non sapere, ma anche una rinuncia alla trasformazione. Restare nella microfrattura significa invece tollerare che qualcosa resti aperto, non definito, non ancora pensabile.
Il lavoro dell’analista consiste forse proprio in questo: non riparare troppo in fretta, non ristabilire subito la continuità. Lasciare il campo a maggese. Sostenere la crepa senza chiuderla.
Perché è proprio lì — in quel punto minimo, quasi invisibile, in cui qualcosa si rompe e qualcosa filtra — che può apparire una luce. Non una luce che illumina tutto, ma una luce sufficiente. Sufficiente a intravedere, a pensare, a cominciare.
E forse è proprio questo il gesto più radicale dell’analisi: abitare abbastanza a lungo la crepa perché la ferita smetta di essere solo mancanza e diventi, lentamente, una forma di visione. Un luogo in cui il buio, senza scomparire, può cominciare a brillare.
da Prolegomeni alla psicoanalisi
Matteo De Simone psichiatria psicoanalista didatta Associazione Italiana di Psicoanalisi AIPsi/I.P.A docente Istituto di Formazione AIPsi docente ASNEA socio onorario ASSIA (associazione siciliana per lo studio dell'infanzia e dell'adolescenza)"