02/09/2026
INNAMORAMENTO E FERITE NARCISISTICHE
Quando ci innamoriamo, non entriamo mai in relazione soltanto con un’altra persona perché l’oggetto del nostro amore entra inevitabilmente in relazione anche con il modo in cui percepiamo noi stessi, con il nostro senso di valore e con l’immagine che abbiamo di noi.
Freud, già in “Introduzione al narcisismo”, aveva individuato uno stretto rapporto tra amore e narcisismo, distinguendo tra diverse forme di scelta oggettuale. In particolare, nella scelta narcisistica dell’oggetto, l’altro può essere amato perché rappresenta qualcosa di noi, di ciò che siamo stati, di ciò che vorremmo essere o di ciò che vorremmo avere o ciò che ha fatto parte di noi.
Quando siamo ricambiati, infatti, non riceviamo soltanto l’amore dell’altro ma anche un’investimento energetico e una conferma della nostra rappresentazione. Essere desiderati ci fa sentire desiderabili; essere scelti può rafforzare il nostro senso di valore; essere importanti per qualcuno può restituirci un’immagine di noi stessi nella quale ci piace riconoscerci.
Per questo il rifiuto amoroso può essere vissuto come qualcosa di molto più doloroso della semplice perdita di una relazione… Non perdiamo soltanto una persona ma anche la rappresentazione che avevamo di noi con determinate qualità, lo stato relazionale di benessere ed il posto che occupavamo, o che credevamo di occupare, nella mente dell’altro.
A quel punto, accanto alla domanda «Perché non mi ama?», può comparire una domanda più profonda: «Come è possibile che non abbia visto ciò che sono?».
È qui che può emergere la ferita narcisistica. Il dolore non riguarda più soltanto la mancanza dell’oggetto, ma anche ciò che quella mancanza sembra dirci di noi stessi.
A questo punto può comparire un paradosso: a volte non desideriamo più davvero tornare con quella persona; desideriamo tornare a essere desiderati da quella persona, ritrovare noi stessi nello sguardo dell’altro e come ci sentivamo a livello di rappresentazione del sè.
Per questo alcune relazioni continuano a occupare così tanto spazio psichico anche quando, sul piano razionale, sappiamo che non le vorremmo più. Continuiamo a pensare, ricordare, interpretare e cercare segnali.
Finché il problema rimane «Come posso fare perché torni ad amarmi?», la soluzione sembra dipendere dall’altro. Quando invece riusciamo a riconoscere che è stato ferito anche il nostro senso di valore, si apre la possibilità di elaborare la perdita senza trasformarla in un giudizio su noi stessi.
Essere rifiutati non significa essere privi di valore; non essere desiderati da una determinata persona non significa non essere desiderabili. Il fatto che qualcuno non sia riuscito ad amarci non dimostra che ci fosse qualcosa di sbagliato in noi.
La maturità affettiva passa anche dalla capacità di tollerare questa verità: l’altro può non sceglierci senza che questo diventi una condanna del nostro valore.
L’amore dell’altro può nutrire il nostro narcisismo, può confermarci, può farci sentire profondamente vivi, ma non può essere l’unico luogo dal quale ricaviamo la certezza di esistere e di avere valore.
Forse è proprio questo uno dei compiti più difficili dell’elaborazione amorosa: riuscire a sopportare la perdita dell’oggetto senza vivere quella perdita come una perdita totale di sé.
A volte la vera elaborazione non consiste nel riuscire a smettere di desiderare l’altro…consiste nel riuscire a non avere più bisogno che sia l’altro a restituirci il nostro valore.
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