Fisio Crudo

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Fisio Crudo Uno spazio in cui parlo di Fisioterapia e riabilitazione, così come la vivo ogni giorno.

18/10/2026

La postura migliore per sollevare un peso? Migliore per COSA?

Quando aumentiamo la lordosi, le faccette articolari posteriori possono sopportare una quota maggiore del carico e contribuire a controllare alcuni movimenti vertebrali.

Ma questo NON significa che il disco sia automaticamente SEMLRE protetto.
In certe condizioni l’estensione può aumentare alcune concentrazioni di stress nell’anello fibroso. E un maggior carico sulle faccette non equivale, da solo, in un soggetto sano a dolore.

In flessione cambia ancora la distribuzione delle sollecitazioni. Non è un interruttore acceso/spento: entrano in gioco carico, direzione, velocità, ripetizioni, geometria individuale e capacità dei tessuti (sopratutto sani o con storia di lesioni?)

Quindi prima di proclamare una postura «corretta», chiediamoci: vogliamo ridurre una specifica sollecitazione sul disco? Il carico sulle faccette? Il rischio di ernia? O la lombalgia?

Perché sono outcome DIVERSI.
E non per forza la strategia è uguale.

Con carichi elevati, stare vicino alla neutralità può essere un compromesso biomeccanico sensato. Ma non abbiamo dimostrato che sia la postura universalmente più sicura o che prevenga da sola mal di schiena ed ernie.

E non è un invito ad avere paura della flessione.
allenare gradualmente la schiena anche in flessione, estensione e rotazione, dosando carichi e recupero, è una strategia ragionevole per sviluppare tolleranza al carico. Ma non una garanzia anti-infortunio.

«Ma così fai nocebo!»

Anche spiegare i possibili effetti collaterali di un farmaco può influenzare le aspettative. La soluzione è tacere? No. È comunicare probabilità, limiti e incertezze senza terrorizzare nessuno.

La schiena è adattabile.
Non invulnerabile.

Bibliografia essenziale:
-Biomechanics of the Lumbar Facet Joint, 2020 — PMID 32039290
-Kim et al., 2013 — PMID 24035730
-Saraceni et al., 2020 — PMID 31775556

17/10/2026

Se fosse solo questione di peso che schiaccia la colonna, perché tante ernie lombari sono posteriori o posterolaterali?

Domanda scomoda. Ma la risposta NON è «perché piegare la schiena fa ve**re l’ernia».

Il disco non è una spugna schiacciata tra due mattoni. Ha una struttura complessa, con fibre orientate in direzioni diverse. E quando cambiano flessione, compressione, torsione e velocità del carico, cambia anche il modo in cui quelle strutture vengono sollecitate.

Non è un’opinione nata sui social.

Nel 1982 Adams e Hutton produssero sperimentalmente fissurazioni posterolaterali, protrusioni ed estrusioni su segmenti lombari cadaverici caricati in flessione.

Nel 2000 Iencean, aumentando la pressione intradiscale in 69 segmenti cadaverici, osservò rotture soprattutto paramediane.

Nel 2009 Veres e colleghi documentarono lesioni posteriori in dischi ovini flessi e sottoposti a pressurizzazione.

Tre lavori, tre modelli sperimentali. NON tre prove che chi si china per raccogliere le chiavi si farà male.

E soprattutto: una deformazione NON è una lesione. Una lesione NON coincide necessariamente con dolore. E un modello da laboratorio NON quantifica il rischio nella vita reale.

Però raccontare che la direzione del carico non conti è altrettanto assurdo.

Il punto non è vietare la flessione. È capire quanta, con quale peso, quante volte, con quale recupero e su quali tessuti.

La schiena si adatta.
Ma non all’infinito e non è invulnerabile.

Bibliografia essenziale:

Adams & Hutton, 1982 — PMID 7183577
Iencean, 2000 — PMID 10949442
Veres et al., 2009 — PMID 19934808
Schmid et al., 2024 — PMID 39357342

16/10/2026

5 persone. Fili metallici nelle vertebre. E un risultato che qualcuno sembra aver dimenticato.

Nel 2024 Schmid e colleghi hanno pubblicato uno studio biomeccanico interessante per la sua invasivita.

Hanno inserito fili di Kirschner nei processi spinosi di L3, L4 e L5 di 5 uomini sani, per misurare direttamente il movimento vertebrale REALE durante diverse tecniche di sollevamento.

Hanno confrontato squat lifting, con maggiore flessione delle ginocchia, e stoop lifting, con maggiore flessione del tronco.

Risultati?

In 4 soggetti su 5, lo stoop ha prodotto un maggiore disc wedging, cioè una maggiore deformazione a cuneo del disco, con differenze fino al 90%.

La differenza era statisticamente significativa a L4-L5 (p=0,042).

La compressione dell’anello anteriore risultava maggiore del 10–40% e il braccio di leva circa del 35%.

E anche durante lo squat il disco si deformava.

Quindi cosa dimostra realmente?

Che tecniche diverse possono produrre deformazioni discali diverse, con una notevole variabilità individuale.

Cosa NON dimostra?

Che una tecnica provochi più ernie.
Che maggiore deformazione significhi automaticamente danno.
Che tutti debbano sollevare con la schiena dritta.
Perché non era disegnato per quello.

Sono 5 soggetti sani, non uno studio prospettico sul rischio di lesioni.

Ma sarebbe altrettanto scorretto utilizzare questo lavoro per sostenere che la tecnica sia biomeccanicamente irrilevante.

Deformazione, danno e dolore sono tre cose differenti.

Possiamo rifiutare le regole universali senza negare che la distribuzione delle sollecitazioni cambi.

Il corpo è adattabile, non invulnerabile.

📚 Bibliografia
Schmid S, Kramers-de Quervain I, Baumgartner W. Intervertebral disc deformation in the lower lumbar spine during object lifting measured in vivo using indwelling bone pins. J Biomech. 2024;176:112352.
PMID: 39357342
https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/39357342/

15/10/2026

4 pazienti operati. 104 sollevamenti. E qualcuno ci vuole dimostrare che la tecnica non conta?

Lo studio di Dreischarf et al. (2016) è interessante. Il problema non sono i risultati, ma le conclusioni che qualcuno pretende di ricavarne.

Gli autori hanno studiato 4 pazienti con sostituzione di un corpo vertebrale mediante impianto strumentato.

Confrontando due tecniche di sollevamento, una con maggiore flessione del tronco e l’altra con maggiore flessione delle ginocchia, hanno trovato una differenza media di appena il 4% nella forza risultante misurata sull’impianto.

Un risultato reale. Ma attenzione a COSA hanno misurato.

NON la pressione intradiscale.
NON la deformazione dell’anello fibroso.
NON le sollecitazioni locali sulle strutture posteriori.
NON il rischio di sviluppare un’ernia.

Hanno misurato la forza su una protesi vertebrale, in 4 persone operate.

E non è la stessa cosa.

Peraltro, gli stessi autori hanno osservato che la posizione del peso rispetto al corpo influenzava le forze misurate.

Quindi la biomeccanica conta eccome!

Due tecniche possono produrre forze risultanti simili, ma una diversa distribuzione delle sollecitazioni sui tessuti.

Questo NON dimostra che una tecnica sia sempre migliore dell’altra. Ma nemmeno che siano biomeccanicamente equivalenti o ugualmente sicure.

E soprattutto non autorizza a trasferire quei risultati a milioni di persone con dischi integri, degenerati o già lesionati.

Il corpo è adattabile. Ma adattabile non significa invulnerabile.

📚 Bibliografia
Dreischarf M et al. In vivo loads on a vertebral body replacement during different lifting techniques. J Biomech. 2016.
PMID: 26603872
https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/26603872/

14/10/2026

A VOLTE CONTA PIÙ QUELLO CHE SAI FARTI DIRE, DI QUELLO CHE SAI DIRE.

Un paziente può essere arrabbiato, spaventato, frustrato. Magari convive con il dolore da mesi, ha già provato diversi trattamenti e teme di non guarire.

E noi sanitari cosa facciamo? A volte partiamo subito con le spiegazioni, le rassicurazioni, i consigli.

Ma siamo sicuri di aver capito cosa lo preoccupa davvero?

Ascoltare non significa soltanto lasciar parlare. Significa creare le condizioni perché il paziente possa esprimere liberamente dubbi, paure, rabbia e frustrazione, senza sentirsi giudicato.

E soprattutto legittimare un’emozione NON significa confermare una convinzione sbagliata.

Posso comprendere la paura di chi pensa di avere una schiena irrimediabilmente danneggiata, senza confermare che lo sia davvero.

Questa distinzione è fondamentale.

La letteratura sulla comunicazione sanitaria studia proprio questi aspetti: validazione emotiva, ascolto attivo, esplorazione delle convinzioni e partecipazione del paziente.

Uno studio su 18 fisioterapisti ha osservato che, dopo una formazione specifica, aumentavano le risposte validanti e diminuivano quelle invalidanti. Ma NON dimostra che questo, da solo, migliori dolore o disabilità.

Ascoltare meglio può aiutarci a comprendere cosa ostacola il recupero, quali sono le aspettative e quali obiettivi contano davvero per quella persona.

Non significa trasformarci in psicologi. Né obbligare tutti a raccontare le proprie emozioni.

Significa riconoscere che davanti a noi non abbiamo soltanto una patologia.

Abbiamo una persona.

E a volte la domanda più importante non è «cosa devo spiegargli?»

Ma «cosa non mi ha ancora raccontato?»

📚 Letteratura
• Holopainen et al., 2021. Physiotherapists’ validating and invalidating communication. DOI: 10.1080/21679169.2021.1967446
• Main et al., 2023. Psychologically Informed Practice. DOI: 10.1093/ptj/pzad047

13/10/2026

LE PAROLE POSSONO CAMBIARE UNA PROGNOSI?

Una diagnosi è un’informazione clinica. Ma il modo in cui viene comunicata può influenzare il significato che il paziente le attribuisce.

In letteratura è descritto il caso di un lavoratore di 28 anni con lombalgia, al quale era stato detto che aveva danneggiato i dischi e che non avrebbe più potuto svolgere lavori manuali.

Quanto hanno pesato quelle parole sul suo recupero? Non lo sappiamo. Sarebbe scorretto attribuire la sua disabilità alla comunicazione ricevuta.

Ma siamo sempre consapevoli di cosa il paziente comprende quando gli comunichiamo una diagnosi?

Le parole possono influenzare aspettative, paura, fiducia e comportamenti. In alcuni contesti anche gli esiti clinici. Ma NON tutti reagiscono allo stesso modo.

C’è chi legge «ernia del disco» e si terrorizza. Chi vuole conoscere ogni dettaglio. E chi chiede soltanto quando potrà tornare ad allenarsi.

Personalità, cultura, esperienze e convinzioni individuali modificano il significato attribuito alla stessa informazione.

Comunicare bene NON significa rassicurare tutti a prescindere. Non significa negare una degenerazione, minimizzare una patologia o promettere guarigioni.

Significa spiegare i fatti, le incertezze e le possibilità reali. Ascoltare le preoccupazioni. Adattare il linguaggio alla persona. E verificare cosa abbia capito.

Le parole contano. Ma non sono una terapia magica e non sostituiscono diagnosi e trattamenti appropriati.

📚 O’Sullivan et al., 2018, Phys Ther; Main et al., 2023, Phys Ther.
DOI: 10.1093/ptj/pzad047

12/10/2026

Dopo sei episodi forse possiamo arrivare a una conclusione.

Molte persone cercano spiegazioni semplici.

Tutto biologico.

Oppure tutto psicologico.

La realtà è probabilmente più complessa.

La nostra biologia influenza il modo in cui viviamo il mondo.

Ma anche le nostre esperienze, i valori, la cultura e il significato che attribuiamo agli eventi.

Forse la domanda non è se una sofferenza sia biologica o psicologica.

Forse la domanda è quanto peso abbia ciascuna componente in quella specifica persona, in quel momento della sua vita.

E forse è proprio qui che nasce la complessità dell’essere umano.

11/10/2026

Ho citato una meta-analisi peer-reviewed che potrebbe contenere un errore importante.
Mattia è andato oltre la lettura della revisione: ha controllato gli RCT originali e segnalato una possibile inversione dei dati.
È una critica seria, e il merito va riconosciuto.

Il punto più delicato è Tagliaferri 2020: non confronta gli stessi esercizi con e senza terapia manuale, ma due programmi differenti. E i risultati sulla disabilità favoriscono il gruppo forza e condizionamento.
Se quei dati sono stati inseriti nella direzione sbagliata, la sintesi va corretta.

Quanto cambia davvero la stima complessiva?
Per dirlo serve una rianalisi trasparente di tutti i dati pertinenti. La peer review non rende infallibile un articolo; ma nemmeno una contestazione, per quanto fondata, per ora equivale automaticamente a una correzione definitiva.
Aldilà di ciò, Esistono RCT con risultati favorevoli a specifici interventi manuali aggiunti all esercizio : Aure e Ülger nella lombalgia, Celenay e Rodríguez-Sanz nella cervicalgia.
Attenzione: alcuni confrontano programmi manuali con programmi di esercizio; altri valutano l’aggiunta della terapia manuale. Campioni piccoli, effetti talvolta modesti, follow-up differenti. E ci sono anche studi senza vantaggi aggiuntivi.

Non sono prove che «salvano» Dos Santos.
Sono ragioni per non trasformare un errore possibile in una sentenza su tutta la terapia manuale.

E comunque: Quale tecnica? Quale esercizio? Su quali pazienti, con quale dosaggio e per quale outcome? Le domande valgono anche quando lo studio ci dà ragione.

E il modello biopsicosociale? Non lo nego: contesto chi lo usa per sostituire un dogma con un altro. Il biologico non spiega tutto; ignorarlo non è progresso.

Bibliografia: Dos Santos 2026, PMID 41643247; Tagliaferri 2020, PMID 32503243; Aure 2003, PMID 12642755; Ülger 2017, PMID 28946522; Celenay 2016, PMID 26755405; Rodríguez-Sanz 2021, PMID 34900443.

11/10/2026

Se hai seguito questa serie fino ad ora potresti essere arrivato a una conclusione sbagliata.
Che tutto dipenda dal modo in cui interpretiamo le cose.

Non è così.
L’essere umano ha bisogni biologici profondi.
Appartenenza.
Attaccamento.
Relazioni.
Sicurezza.

La solitudine cronica, l’isolamento sociale e la deprivazione affettiva possono avere conseguenze importanti sulla salute mentale e fisica.
La cultura conta.
Ma conta anche la nostra biologia.
E ignorare uno di questi aspetti significa comprendere solo una parte della storia.

10/10/2026

QUANTO CI INFLUENZA LA SOCIETÀ?

Molte delle cose che ci fanno soffrire oggi sarebbero state vissute allo stesso modo cento o mille anni fa?

Probabilmente no.

La cultura e il contesto sociale influenzano il significato che attribuiamo a molte esperienze.

Successo.

Carriera.

Aspetto fisico.

Status sociale.

Confronto con gli altri.

Questo non significa che la sofferenza sia immaginaria.

Significa che il modo in cui la interpretiamo può essere influenzato dall’ambiente in cui viviamo.

Ma attenzione: questo non vuol dire che tutto sia una costruzione sociale.

Nel prossimo episodio vedremo perché.

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