23/05/2025
Buongiorno 🙏
Lunedì abbiamo visto un esercizio pratico relativo ai pesi che quotidianamente ci addossiamo, in questo post vediamo più da vicino questa tematica in cui sicuramente molti di noi si ritrovano.
Ci sono giornate in cui il corpo è più teso, la mente più affollata, e tutto, anche le cose più semplici, sembra richiedere uno sforzo enorme.
Non sempre c’è un motivo “chiaro”. Ma il peso si sente.
Quel peso ha spesso a che fare con tutto ciò che tratteniamo.
Con ciò che non diciamo, che rimandiamo, che sopportiamo “perché dobbiamo”.
Con ciò che abbiamo assorbito dagli altri: le loro richieste, le loro emozioni, le loro proiezioni.
In studio mi capita spesso di incontrare persone che dicono:
“Mi sento stanca, ma non so perché.”
“Sento di avere tutto sulle spalle.”
“È come se avessi uno zaino invisibile, pieno, ma non riesco a toglierlo.”
Parliamo di stanchezza emotiva, di sovraccarico psicologico, di quello stato ibrido tra il burnout e il “funziono ma non vivo davvero”.
E non è debolezza.
Viviamo in una cultura che ci spinge a reggere, produrre, sorridere, tenere duro.
Ma pochissimi ci insegnano a fare spazio, a lasciare andare ciò che non è nostro, o anche solo a fermarci e ascoltarci senza giudizio.
E allora sì, ci portiamo addosso un peso che non è tutto nostro.
E continuiamo a camminare lo stesso.
Fino a che il corpo non si ferma. O il cuore si chiude.
Parlare di questo peso non è un lamento.
È un atto di consapevolezza.
E a volte è da lì che inizia il cambiamento:
dal riconoscere che non è normale sentirsi sempre così pieni di tutto.
Che si può stare nel mondo anche alleggerendosi, senza per questo smettere di essere responsabili.
Con rispetto per ogni zaino che portiamo,
con rispetto per ogni volta che scegliamo di appoggiarlo, anche solo per poco.