14/10/2026
TROPPI INFORTUNI NEL CALCIO: IL PROBLEMA NON È QUANTO CI SI ALLENA, MA COME CI SI ALLENA
di Giorgio Pasetto (chinesiologo, osteopata e fisioterapista)
Troppo lavoro quantitativo, poca qualità, scarsa personalizzazione e insufficiente attenzione alla biomeccanica individuale. È arrivato il momento di ripensare la preparazione fisica nel calcio.
Il calcio moderno sta vivendo un paradosso.
Mai come oggi le società sportive hanno avuto a disposizione tecnologie avanzate, preparatori atletici, fisioterapisti, medici dello sport, sistemi GPS e strumenti per monitorare le prestazioni; eppure, gli infortuni muscolari e articolari continuano a rappresentare uno dei problemi più rilevanti nella gestione delle squadre professionistiche.
La domanda che dobbiamo porci è semplice: siamo davvero sicuri che il modello di preparazione fisica adottato nel calcio sia quello più efficace?
A mio avviso, una parte importante del problema risiede in tre criticità che meritano maggiore attenzione:
1. L’eccessiva centralità del lavoro quantitativo rispetto a quello qualitativo.
2. La carenza di programmi individualizzati di prevenzione degli infortuni.
3. L’insufficiente valutazione della biomeccanica individuale, indispensabile per costruire interventi realmente specifici.
Non sono certamente le uniche cause degli infortuni, che dipendono anche da fattori traumatici, calendario agonistico, recupero, precedenti lesioni e caratteristiche individuali. Ma ritengo che queste tre criticità rappresentino un terreno sul quale il calcio debba investire molto di più.
1. TROPPA QUANTITÀ, POCA QUALITÀ
Per troppo tempo la preparazione atletica nel calcio è stata interpretata prevalentemente attraverso parametri quantitativi.
Quanti chilometri percorre un giocatore? Quanti sprint effettua? Quanti minuti si allena? Qual è il carico complessivo della seduta?
Sono informazioni importanti, ma non sufficienti.
Due calciatori possono percorrere la stessa distanza, sostenere carichi esterni simili e sviluppare sollecitazioni muscolari e articolari profondamente differenti.
La ragione è semplice: ogni atleta possiede caratteristiche anatomiche, funzionali, neuromuscolari e biomeccaniche proprie.
La capacità di assorbire le forze, controllare il movimento, stabilizzare le articolazioni e gestire le accelerazioni e decelerazioni varia considerevolmente da individuo a individuo.
Il problema, quindi, non è il carico di allenamento in sé; anzi, un adeguato carico progressivo rappresenta uno dei principali strumenti per costruire un organismo più resistente agli infortuni.
Il problema nasce quando il carico non è proporzionato alle capacità dell’atleta, quando aumenta troppo rapidamente o quando viene somministrato senza considerare la qualità del movimento e le condizioni individuali.
Non dobbiamo allenare soltanto la capacità di produrre movimento. Dobbiamo allenare anche la capacità di controllarlo.
2. LA PREVENZIONE NON PUÒ ESSERE UGUALE PER TUTTI
Un altro limite riguarda l’organizzazione dei programmi di prevenzione.
In molte realtà sportive vengono proposti esercizi preventivi collettivi, spesso standardizzati, che coinvolgono l’intera squadra.
Questi programmi hanno una loro utilità e alcuni protocolli strutturati hanno dimostrato di ridurre il rischio di infortunio.
Tuttavia, ritengo che la prevenzione debba compiere un ulteriore salto di qualità.
La prevenzione generale è importante, ma deve essere integrata con una prevenzione individualizzata.
Un calciatore che presenta un precedente infortunio agli ischiocrurali non può avere esattamente le stesse esigenze di un atleta con una storia di distorsioni alla caviglia.
Allo stesso modo, un giocatore con ridotta capacità di controllo del ginocchio durante una decelerazione necessita di interventi differenti rispetto a chi presenta deficit di forza eccentrica o limitazioni della mobilità articolare.
Occorre quindi costruire un vero e proprio profilo funzionale individuale.
Un programma preventivo efficace dovrebbe considerare:
* Storia degli infortuni e precedenti interventi chirurgici.
* Forza muscolare e capacità di esprimerla rapidamente.
* Capacità eccentrica e tolleranza ai carichi.
* Mobilità articolare e controllo neuromuscolare.
* Equilibrio, propriocezione e stabilità dinamica.
* Capacità di accelerazione, frenata e cambiamento di direzione.
* Affaticamento, recupero e risposta individuale agli allenamenti.
Questi elementi devono diventare la base per costruire interventi specifici, periodicamente rivalutati.
La prevenzione non dovrebbe essere considerata una breve parentesi prima dell’allenamento.
Deve diventare parte integrante della preparazione atletica quotidiana.
3. LA BIOMECCANICA INDIVIDUALE: IL GRANDE POTENZIALE ANCORA POCO SFRUTTATO
Questo è probabilmente l’aspetto sul quale ritengo necessario concentrare maggiormente l’attenzione.
Ogni calciatore possiede una propria organizzazione biomeccanica del movimento.
Il modo in cui corre, atterra, frena, cambia direzione, salta e calcia è il risultato dell’interazione tra struttura anatomica, forza muscolare, coordinazione e controllo neuromotorio.
Pensiamo, per esempio, a un cambio di direzione effettuato ad alta velocità.
In pochi istanti il giocatore deve ridurre la velocità del corpo, controllare la posizione del tronco, gestire la proiezione del baricentro rispetto alla base di appoggio e produrre una nuova accelerazione.
In questa fase entrano in gioco numerosi fattori biomeccanici:
* Posizione del piede rispetto al centro di massa.
* Allineamento dinamico di anca, ginocchio e caviglia.
* Controllo del bacino e del tronco.
* Capacità di assorbimento delle forze.
* Coordinazione tra i diversi distretti muscolari.
* Entità e direzione dei momenti articolari.
Una strategia motoria poco efficiente, soprattutto se associata a deficit di forza o controllo, può contribuire ad aumentare determinate sollecitazioni.
Naturalmente non esiste un unico modello biomeccanico ideale valido per tutti, né una singola alterazione del movimento permette di prevedere con certezza un infortunio.
Tuttavia, studiare come si muove un atleta consente di individuare caratteristiche funzionali sulle quali intervenire per migliorare il controllo motorio e la capacità di gestire i carichi.
È qui che la biomeccanica deve incontrare la preparazione atletica.
Non basta sapere quanto corre un calciatore.
Dobbiamo comprendere anche come corre, come frena, come assorbe le forze e come reagisce alle sollecitazioni.
4. IL CALCIATORE NON È UN NUMERO GPS
I sistemi di monitoraggio tecnologico rappresentano una risorsa straordinaria.
GPS, accelerometri, piattaforme di forza, dinamometri e analisi video possono fornire informazioni preziose.
Ma dobbiamo evitare un errore: confondere la disponibilità dei dati con la comprensione del movimento.
Un GPS può indicare quanti metri un calciatore percorre ad alta intensità.
Non può, da solo, descrivere la qualità del controllo neuromuscolare durante un cambio di direzione.
Può misurare accelerazioni e decelerazioni, ma non spiegare completamente come le forze vengano distribuite tra le diverse strutture anatomiche.
La tecnologia deve quindi essere integrata con valutazioni funzionali, biomeccaniche e cliniche.
Il futuro della preparazione atletica non è raccogliere sempre più numeri, ma trasformare i dati in decisioni individualizzate.
5. DALLA PREPARAZIONE ATLETICA ALLA PREPARAZIONE FUNZIONALE PERSONALIZZATA
Credo sia arrivato il momento di superare definitivamente la contrapposizione tra preparazione atletica e prevenzione.
Un calciatore più forte, più coordinato, capace di controllare meglio il proprio corpo e di tollerare progressivamente carichi elevati è un atleta che può esprimere meglio il proprio potenziale.
Per questo propongo un modello organizzativo fondato su quattro pilastri.
PRIMO: VALUTARE
Ogni atleta dovrebbe essere sottoposto periodicamente a un’analisi individuale delle capacità di forza, mobilità, controllo neuromuscolare e caratteristiche biomeccaniche, utilizzando test affidabili e pertinenti.
SECONDO: PERSONALIZZARE
Accanto alla preparazione collettiva devono essere previsti programmi individuali mirati alle esigenze funzionali del singolo calciatore.
TERZO: INTEGRARE
Gli esercizi preventivi non devono essere attività isolate, ma parte della normale programmazione della forza, della velocità, della coordinazione e del lavoro sul campo.
QUARTO: MONITORARE E ADATTARE
Le condizioni dell’atleta cambiano durante la stagione.
Per questo la programmazione deve essere dinamica, capace di adattarsi all’affaticamento, al calendario delle partite, agli eventuali problemi fisici e ai progressi funzionali.
6. LA VERA RIVOLUZIONE È METTERE L’INDIVIDUO AL CENTRO
Nel calcio si parla continuamente di tattica individuale, caratteristiche tecniche e ruoli specifici.
Sappiamo perfettamente che un difensore centrale non possiede le stesse caratteristiche di un esterno offensivo.
Eppure, quando si affronta la preparazione fisica, troppo spesso prevale ancora una logica collettiva.
È una contraddizione che dobbiamo superare.
La squadra deve allenarsi come gruppo, ma ogni giocatore deve essere conosciuto e preparato anche come individuo.
Non significa eliminare il lavoro quantitativo, ridurre indiscriminatamente i carichi o abbandonare le esercitazioni collettive.
Significa costruire una preparazione più intelligente, nella quale quantità e qualità siano integrate.
Significa riconoscere che il carico ottimale non è necessariamente uguale per tutti.
Significa passare da una preparazione prevalentemente basata su quanto lavoro viene svolto a una preparazione capace di considerare anche come quel lavoro viene eseguito e come l’organismo vi risponde.
CONCLUSIONI: MENO CHILOMETRI INUTILI, PIÙ INTELLIGENZA NELL’ALLENAMENTO
Gli infortuni nel calcio non potranno mai essere completamente eliminati.
Il calcio è uno sport caratterizzato da contatti, elevata intensità, gesti esplosivi e situazioni imprevedibili.
Sarebbe scientificamente scorretto attribuire ogni lesione a un errore nella preparazione atletica.
Ma sarebbe altrettanto sbagliato considerare l’attuale incidenza degli infortuni come qualcosa di inevitabile, senza interrogarsi su ciò che possiamo migliorare.
La mia convinzione è che una parte della prevenzione passi attraverso una trasformazione culturale.
Dobbiamo dedicare meno attenzione alla quantità fine a sé stessa e molta più attenzione alla qualità del lavoro, alla capacità di movimento e alle caratteristiche individuali.
Dobbiamo investire maggiormente nella valutazione biomeccanica, nella forza, nel controllo neuromuscolare e nella personalizzazione dei programmi.
Perché il vero obiettivo non è semplicemente far lavorare di più un calciatore.
È metterlo nelle condizioni di sostenere meglio le richieste del calcio moderno.
Il calcio del futuro non avrà bisogno soltanto di atleti che corrono di più. Avrà bisogno di atleti che si muovono meglio, tollerano meglio i carichi e vengono allenati in funzione delle proprie caratteristiche.
E soprattutto avrà bisogno di una preparazione atletica che non consideri più tutti i giocatori uguali.
Perché la quantità costruisce la capacità di lavoro. Ma sono la qualità, la progressione e la personalizzazione a rendere quella capacità realmente funzionale.
Centro Bernstein
Movimento – Riabilitazione – Performance