26/08/2026
Pubalgia: non basta curare dove fa male
Di Giorgio Pasetto
Dalle vecchie teorie posturali alla moderna riabilitazione: capire le cause, trattare il dolore e soprattutto riportare l’atleta in campo
La è uno dei problemi più conosciuti – e spesso più frustranti – soprattutto, ma non solo, nel mondo del calcio. Un dolore apparentemente localizzato in pochi centimetri, nella regione pubica e inguinale, può infatti diventare persistente, limitare la corsa, rendere doloroso il movimento e, nei casi più importanti, costringere l’atleta a settimane o mesi di stop.
Ma il primo concetto da chiarire è proprio questo: la pubalgia non dovrebbe essere considerata semplicemente una singola patologia, bensì una sindrome.
Oggi si preferisce parlare più precisamente di groin pain, cioè dolore dell’area inguino-pubica dell’atleta. Il Doha Agreement, uno dei principali documenti internazionali sull'argomento, distingue infatti forme adductor-related, iliopsoas-related, inguinal-related e pubic-related, alle quali vanno aggiunte le problematiche provenienti dall'anca e altre possibili cause.
In altre parole: due atleti che indicano con il dito lo stesso punto doloroso possono avere problemi differenti e, soprattutto, possono esserci arrivati attraverso meccanismi differenti.
L'approccio riabilitativo alla pubalgia ha una storia lunga. Già diversi decenni fa (anni 80) Busquet contribuì a spostare l'attenzione dal singolo muscolo verso una visione più globale dell'atleta.
Era un'intuizione importante: il punto nel quale compare il dolore non necessariamente rappresenta l'unico punto sul quale dobbiamo intervenire.
Il bacino è infatti una sorta di crocevia biomeccanico tra tronco e arti inferiori. Sulla regione pubica convergono forze provenienti dagli adduttori, dalla muscolatura addominale e dall'intero sistema lombo-pelvico.
Nel calcio tutto questo viene amplificato. Scatti, frenate, cambi di direzione, contrasti, accelerazioni e soprattutto il gesto ripetuto del calcio al pallone sottopongono continuamente questa regione a sollecitazioni elevate.
Il concetto di lavoro posturale rimane quindi interessante, purché venga interpretato in chiave moderna.
Non significa cercare una fantomatica postura perfetta o attribuire automaticamente il dolore a una piccola asimmetria. Significa piuttosto valutare l'atleta nel suo insieme.
Mobilità dell'anca, controllo del bacino, forza degli adduttori, capacità della parete addominale, mobilità e controllo del tronco, differenze tra i due arti e soprattutto modalità con cui il calciatore corre, cambia direzione e calcia sono elementi che devono entrare nella valutazione.
Il trattamento moderno, quindi, non dovrebbe limitarsi al lettino.
Stretching, terapia manuale e lavoro sulla mobilità possono essere utili, ma progressivamente devono lasciare spazio all'elemento probabilmente più importante: il carico attivo.
Le evidenze disponibili sul groin pain persistente mostrano infatti risultati favorevoli per programmi attivi supervisionati rispetto a trattamenti esclusivamente passivi.
Un altro strumento interessante è rappresentato dalle onde d'urto focali, soprattutto quando esiste una componente dolorosa pubica e di sovraccarico della regione.
Uno studio randomizzato condotto su calciatori con dolore inguinale e segni di sovraccarico pubico ha confrontato un programma riabilitativo con lo stesso programma associato alle onde d'urto. Nel gruppo trattato anche con onde d'urto si è osservata una riduzione più rapida del dolore e un ritorno al calcio significativamente più precoce.
Le onde d'urto possono rappresentare un acceleratore del percorso, non sostituire il percorso. Trattare esclusivamente il punto doloroso sul p**e senza modificare progressivamente la capacità dell'atleta di tollerare i carichi rischia infatti di produrre un miglioramento incompleto o temporaneo.
La terapia strumentale deve quindi inserirsi all'interno di un programma più ampio.
Il vero farmaco è il carico: Superata la fase maggiormente dolorosa, il protagonista della riabilitazione diventa progressivamente l'esercizio.
Si parte, a seconda del quadro clinico, dal recupero della forza degli adduttori e della muscolatura dell'anca, dal controllo del complesso lombo-pelvico e dal lavoro sul tronco.
Esercizi isometrici, eccentrici, esercizi dinamici, adduzioni contro resistenza, lavoro monopodalico, squat e affondi progressivamente più impegnativi rappresentano soltanto alcuni degli strumenti disponibili.
Ma per un atleta essere forte in palestra non significa ancora essere pronto per giocare. Dalla riabilitazione alla riatletizzazione: è probabilmente questo il passaggio che in passato veniva maggiormente sottovalutato.
Tra “non ho più dolore” e “sono pronto per giocare una partita” esiste uno spazio enorme. Ed è lo spazio della riatletizzazione.
La corsa viene inizialmente reintrodotta in condizioni controllate. Successivamente aumentano velocità e durata, vengono introdotte accelerazioni e decelerazioni e quindi cambi di direzione progressivamente più intensi.
Poi nel calciatore ritorna il pallone. Prima conduzione e passaggi a bassa intensità, successivamente passaggi più lunghi, cambi di direzione con palla, tiri progressivamente più potenti e infine gesti tecnici eseguiti ad alta velocità e in condizioni vicine a quelle della partita.
I moderni protocolli tendono infatti a essere sempre meno rigidamente legati al calendario e sempre più criteria-based: l'atleta passa alla fase successiva quando raggiunge determinati criteri clinici, di forza e di funzione.
Questo cambia completamente la domanda.
Non più soltanto: “Da quante settimane è fermo?”
Ma soprattutto: “Che cosa è nuovamente in grado di fare?”
Il ritorno in campo è parte della terapia
Il recupero dovrebbe quindi proseguire attraverso una successione logica: controllare il dolore → recuperare mobilità e funzione → sviluppare forza → aumentare la capacità di carico → correre → accelerare e frenare → cambiare direzione → calciare → allenarsi con la squadra → tornare alla competizione.
In una casistica di calciatori professionisti trattati conservativamente per stress pubico, una progressione basata su criteri clinici e funzionali ha consentito il ritorno all'allenamento mediamente in circa 41 giorni e alla partita in circa 49 giorni, pur trattandosi di numeri che non possono naturalmente essere trasferiti automaticamente a ogni atleta.
Forse l'evoluzione più importante avvenuta negli ultimi decenni è che siamo passati dal cercare “la terapia per la pubalgia” alla costruzione di un percorso individualizzato per “quel calciatore con quel determinato groin pain”.
Il lavoro posturale e sul controllo del movimento può contribuire a correggere elementi funzionali rilevanti. Le onde d'urto possono essere un valido supporto in quadri selezionati di interessamento pubico. L'esercizio progressivo permette ai tessuti di recuperare capacità di carico. La riatletizzazione restituisce infine al giocatore ciò che realmente gli serve: correre, frenare, cambiare direzione e calciare ad alta intensità.
Perché nella pubalgia, come in gran parte della moderna riabilitazione sportiva, far scomparire il dolore è soltanto una parte del lavoro. Il vero obiettivo è riportare l'atleta in campo nelle condizioni di sopportare nuovamente ciò che il calcio gli chiederà e possibilmente fare in modo che ci rimanga.