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Neuropsicologia Vicenza Psicologia Psicoterapia NEUROPSICOLOGIA & Psicoterapia, Psicologo, ,
Neurofeedback - Biofeedback - psicologia giuridica

sede VICENZA Viale Mazzini 83 (dopo la Questura) ed ambulatori a THIENE via Braghettone 20 e San Giuseppe di CASSOLA via Verdi 22

𝐋𝐚 𝐠𝐮𝐞𝐫𝐫𝐚 𝐞 𝐥'𝐨𝐝𝐢𝐨 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐨 𝐠𝐥𝐢 𝐬𝐭𝐫𝐚𝐧𝐢𝐞𝐫𝐢 𝐬𝐨𝐧𝐨 𝐢𝐧𝐬𝐢𝐭𝐢 𝐧𝐞𝐥 𝐧𝐨𝐬𝐭𝐫𝐨 𝐃𝐍𝐀?𝐋𝐚 𝐠𝐮𝐞𝐫𝐫𝐚 𝐧𝐨𝐧 𝐞̀ 𝐧𝐞𝐥 𝐃𝐍𝐀, 𝐦𝐚 𝐩𝐚𝐬𝐬𝐚 𝐝𝐚𝐥𝐥’𝐚𝐦𝐢𝐠𝐝𝐚𝐥𝐚Quand...
07/06/2026

𝐋𝐚 𝐠𝐮𝐞𝐫𝐫𝐚 𝐞 𝐥'𝐨𝐝𝐢𝐨 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐨 𝐠𝐥𝐢 𝐬𝐭𝐫𝐚𝐧𝐢𝐞𝐫𝐢 𝐬𝐨𝐧𝐨 𝐢𝐧𝐬𝐢𝐭𝐢 𝐧𝐞𝐥 𝐧𝐨𝐬𝐭𝐫𝐨 𝐃𝐍𝐀?

𝐋𝐚 𝐠𝐮𝐞𝐫𝐫𝐚 𝐧𝐨𝐧 𝐞̀ 𝐧𝐞𝐥 𝐃𝐍𝐀, 𝐦𝐚 𝐩𝐚𝐬𝐬𝐚 𝐝𝐚𝐥𝐥’𝐚𝐦𝐢𝐠𝐝𝐚𝐥𝐚

Quando diciamo che la guerra “non è scritta nel DNA” non stiamo negando la presenza nel cervello di circuiti pronti a reagire al conflitto. Stiamo dicendo che non esiste un gene che ci condanni alla violenza, mentre esiste un sistema nervoso progettato per decidere in pochi istanti se chi abbiamo davanti è una minaccia oppure no. Qui entra in scena l’amigdala.

L’amigdala è una piccola struttura a forma di mandorla, in profondità nel cervello, specializzata nel riconoscere rapidamente ciò che è emotivamente rilevante: paura, rabbia, pericolo, ma anche alcuni segnali di sicurezza. Funziona come un “radar” che non aspetta la nostra riflessione cosciente: in pochi decimi di secondo valuta il volto dell’altro, i suoi tratti, le sue espressioni, la somiglianza o meno con il nostro gruppo di appartenenza. Se qualcosa viene letto come minaccioso, l’amigdala si attiva e mette in moto una cascata di risposte: aumento del battito, tensione muscolare, mobilitazione a combattere o fuggire.

Questo spiega perché la nostra socialità è “paradossale”. Da un lato siamo una specie cooperativa, capace di altruismo, empatia, cura delle persone fragili. Dall’altro, proprio lo stesso sistema che ci spinge a proteggere i “nostri” può portarci a vedere gli “altri” come pericolosi, meno degni, sacrificabili. L’amigdala è uno degli ingranaggi principali di questo meccanismo: tende a reagire con maggiore calma e familiarità verso ciò che riconosce come parte del nostro mondo, del nostro gruppo, della nostra storia; e con maggiore allarme verso ciò che appare estraneo, diverso, imprevedibile.

La buona notizia è che l’amigdala non è l’unica voce in capitolo. Dopo la sua attivazione entrano in gioco le aree prefrontali, più lente ma più sofisticate, che possono “rileggere” la situazione. Se l’esperienza, l’educazione, la cultura ci hanno insegnato a vedere il volto dell’“altro” come portatore di valore, l’attivazione iniziale può essere modulata. È il motivo per cui, ad esempio, uno sconosciuto che associamo a un ruolo positivo (un medico, un insegnante, un atleta amato) ci appare meno minaccioso: la rappresentazione mentale e culturale interviene a calmare l’allarme dell’amigdala.

In altre parole, la biologia ci dà un sistema rapido, orientato alla sopravvivenza, che tende a dividere il mondo in “noi” e “loro”. La cultura decide come riempiamo queste categorie, quanto sono rigide, quanto possiamo allargare il perimetro del “noi”.

Se guardiamo alla storia evolutiva, la guerra organizzata è relativamente recente, ma il “radar” dell’amigdala è molto più antico. Per millenni piccoli gruppi di cacciatori-raccoglitori hanno usato questi circuiti per difendersi da predatori, pericoli ambientali, aggressioni di altri gruppi. Il sito archeologico di Nataruk, in Kenya, racconta uno di questi momenti: circa 10.000 anni fa un gruppo viene massacrato da un altro, con traumi cranici, colpi di freccia, fratture, donne in gravidanza tra le vittime. È una scena di aggressione collettiva che mostra quanto la violenza di gruppo fosse già possibile. Ma episodi di questo tipo occupano solo l’ultimissimo frammento della nostra storia come specie.

Con il Neolitico e la nascita di villaggi, agricoltura, proprietà e confini da difendere, gli stessi meccanismi di “noi-loro” che l’amigdala gestisce su scala interpersonale vengono amplificati su scala sociale e politica. Il sospetto verso il vicino di campo, la paura di perdere risorse, la volontà di dominare territori possono trasformare un sistema biologico utile alla difesa in un ingranaggio di guerra organizzata. L’amigdala non “decide” la guerra, ma fornisce la materia prima emotiva su cui ideologie, propaganda e leadership possono lavorare.

Per chi si occupa di psicologia clinica e giuridica, questo è un nodo centrale. Nei traumi di guerra, nelle storie delle vittime e anche in quelle degli autori di violenza, ritroviamo un sistema emotivo che è stato ripetutamente esposto a minacce reali o percepite, e che ha imparato a reagire in modo sempre più rapido e meno modulato. Un’amigdala cronicamente iperattiva rende difficile distinguere il pericolo reale da quello simbolico, l’offesa da un’incomprensione, il conflitto di opinioni da un attacco alla sopravvivenza. La capacità regolativa delle funzioni frontali viene compromessa dal trauma, dallo stress cronico, dalla disorganizzazione dei legami.

Al tempo stesso, ogni percorso terapeutico, educativo, riabilitativo può essere letto come un lavoro su questo spazio intermedio: il tempo tra l’allarme dell’amigdala e la risposta che mettiamo in atto. Lavorare sulla mentalizzazione, sulla regolazione emotiva, sulla capacità di tollerare la differenza e l’ambiguità significa, in pratica, aiutare il cervello a non reagire automaticamente come se ogni “altro” fosse un nemico. È esattamente in questo varco che cultura, relazioni significative, istituzioni giuste possono trasformare un potenziale biologico di difesa in una possibilità di convivenza.

La guerra non è nel DNA, ma il modo in cui il nostro sistema limbico – e in particolare l’amigdala – risponde a minaccia e appartenenza rende la guerra possibile. Sta al lavoro educativo, clinico, sociale e politico decidere se allenare soprattutto i circuiti del sospetto e dell’odio, o quelli della regolazione, dell’empatia e della responsabilità. Ogni volta che impariamo a riconoscere l’altro come “umano” prima che come “nemico”, stiamo letteralmente riscrivendo il modo in cui la nostra amigdala impara a reagire.

Puoi leggere gli articoli integrali sul Corriere della Sera:

La guerra è nel DNA Marco Piovani 20.5.26
Il primo massacro della storia avvenne in Kenya 10 mila anni fa 21.1.16

𝐓𝐡𝐞 𝐇𝐨𝐮𝐬𝐞 𝐨𝐟 𝐃𝐲𝐧𝐚𝐦𝐢𝐭𝐞. 𝐅𝐮𝐨𝐫𝐢 𝐥𝐞 𝐛𝐨𝐦𝐛𝐞 𝐚𝐭𝐨𝐦𝐢𝐜𝐡𝐞 𝐝𝐚𝐥𝐥'𝐈𝐓𝐀𝐋𝐈𝐀?  Siamo vittime di una 𝐧𝐞𝐠𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐩𝐬𝐢𝐜𝐡𝐢𝐜𝐚 𝐝𝐢𝐟𝐞𝐧𝐬𝐢𝐯𝐚 per difen...
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𝐓𝐡𝐞 𝐇𝐨𝐮𝐬𝐞 𝐨𝐟 𝐃𝐲𝐧𝐚𝐦𝐢𝐭𝐞. 𝐅𝐮𝐨𝐫𝐢 𝐥𝐞 𝐛𝐨𝐦𝐛𝐞 𝐚𝐭𝐨𝐦𝐢𝐜𝐡𝐞 𝐝𝐚𝐥𝐥'𝐈𝐓𝐀𝐋𝐈𝐀? Siamo vittime di una 𝐧𝐞𝐠𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐩𝐬𝐢𝐜𝐡𝐢𝐜𝐚 𝐝𝐢𝐟𝐞𝐧𝐬𝐢𝐯𝐚 per difenderci dall'ansia di conoscere il vero?

Carlo Rovelli, un fisico famoso, ci ricorda che se vi è una escalation atomica anche per errore, gran parte degli abitanti del Nord Italia brucerebbero vivi in pochi minuti. Infatti visti i depositi USA di bombe atomiche e gli aerei negli aeroporti che possono trasportarle, saremmo subito un obiettivo. Nel Corriere della sera potete leggere tutti i suoi articoli. Visto come vanno le cose con Trumph, non dovremmo dirgli di portarsi via le bombe atomiche dalle nostre terre?

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07/06/2026

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Dott. Mario Zerilli

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29/04/2026

𝐂𝐨𝐫𝐬𝐨 𝐌𝐁𝐒𝐑 - 𝐌𝐢𝐧𝐝𝐟𝐮𝐥𝐧𝐞𝐬𝐬 𝐁𝐚𝐬𝐞𝐝 𝐒𝐭𝐫𝐞𝐬𝐬 𝐑𝐞𝐝𝐮𝐜𝐭𝐢𝐨𝐧

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29/04/2026

Un convegno sabato 16 Maggio a Bassano del Grappa sulle sfide della professione della professione della professione dello psicologo ........

𝐈 𝐬𝐞𝐠𝐧𝐚𝐥𝐢 𝐩𝐫𝐞𝐜𝐨𝐜𝐢 𝐝𝐞𝐥𝐥'𝐀𝐥𝐳𝐡𝐞𝐢𝐦𝐞𝐫? 𝐎𝐠𝐠𝐢 𝐥𝐚 𝐬𝐜𝐢𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐜𝐢 𝐝𝐚̀ 𝐮𝐧𝐨 𝐬𝐭𝐫𝐮𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐢𝐧 𝐩𝐢𝐮̀.  𝐒𝐞 𝐡𝐚𝐢 𝐢𝐧𝐢𝐳𝐢𝐚𝐥𝐢 𝐝𝐢𝐟𝐟𝐢𝐜𝐨𝐥𝐭𝐚̀ 𝐝𝐢 𝐦𝐞𝐦𝐨𝐫𝐢𝐚,...
12/04/2026

𝐈 𝐬𝐞𝐠𝐧𝐚𝐥𝐢 𝐩𝐫𝐞𝐜𝐨𝐜𝐢 𝐝𝐞𝐥𝐥'𝐀𝐥𝐳𝐡𝐞𝐢𝐦𝐞𝐫? 𝐎𝐠𝐠𝐢 𝐥𝐚 𝐬𝐜𝐢𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐜𝐢 𝐝𝐚̀ 𝐮𝐧𝐨 𝐬𝐭𝐫𝐮𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐢𝐧 𝐩𝐢𝐮̀. 𝐒𝐞 𝐡𝐚𝐢 𝐢𝐧𝐢𝐳𝐢𝐚𝐥𝐢 𝐝𝐢𝐟𝐟𝐢𝐜𝐨𝐥𝐭𝐚̀ 𝐝𝐢 𝐦𝐞𝐦𝐨𝐫𝐢𝐚, 𝐜𝐚𝐩𝐢𝐫𝐧𝐞 𝐢𝐥 𝐬𝐢𝐠𝐧𝐢𝐟𝐢𝐜𝐚𝐭𝐨 𝐚𝐢𝐮𝐭𝐚 𝐥𝐚 𝐩𝐫𝐞𝐯𝐞𝐧𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞.

Una ricerca appena pubblicata sulla prestigiosa rivista Alzheimer's & Dementia — promossa dall'AIFA e dal Ministero della Salute italiano — ha fatto un passo importante nella lotta contro la demenza. Lo studio INTERCEPTOR, condotto su quasi 400 persone con iniziale lieve decadimento cognitivo (chiamato MCI) in 19 centri clinici italiani, ha dimostrato che è possibile predire con l'82% di accuratezza chi, nei successivi 2-3 anni, svilupperà una vera demenza di tipo Alzheimer — prima ancora che i sintomi diventino evidenti.

Come? Attraverso 8 biomarcatori combinati: Età e sesso, Questionario Amsterdam IADL (autonomia quotidiana),
MMSE (Mini Mental State Examination), Risonanza magnetica volumetrica (atrofia ippocampale), Test DFR – Delayed Free Recall (memoria episodica), PET-FDG (metabolismo cerebrale), EEG (connettività cerebrale), Genetica ApoE ε4.

Il dato più sorprendente? Anche solo i fattori clinici e neuropsicologici — senza TAC, PET o prelievi liquorali — raggiungono già un'accuratezza del 72%. Questo significa che una valutazione neuropsicologica approfondita è già di per sé uno strumento potente. Uno dei test chiave è il DFR (Delayed Free Recall), tratto dal Free and Cued Selective Reminding Test (FCSRT): un test di memoria episodica che misura la capacità di ricordare parole dopo un intervallo di tempo, senza aiuti. Nel campione dello studio, chi convertiva ad Alzheimer aveva un punteggio medio DFR di 2,9 vs 5,6 dei non convertitori (p < 0.001).

✅ Questo test lo eseguo nel mio studio.

𝐂𝐨𝐦𝐞 𝐩𝐬𝐢𝐜𝐨𝐥𝐨𝐠𝐨 𝐜𝐥𝐢𝐧𝐢𝐜𝐨 𝐞 𝐟𝐨𝐫𝐞𝐧𝐬𝐞, 𝐞𝐬𝐞𝐠𝐮𝐨 𝐯𝐚𝐥𝐮𝐭𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐧𝐞𝐮𝐫𝐨𝐩𝐬𝐢𝐜𝐨𝐥𝐨𝐠𝐢𝐜𝐡𝐞 𝐜𝐨𝐦𝐩𝐥𝐞𝐭𝐞 𝐜𝐡𝐞 𝐢𝐧𝐜𝐥𝐮𝐝𝐨𝐧𝐨 𝐢𝐥 𝐃𝐅𝐑 𝐞 𝐠𝐥𝐢 𝐚𝐥𝐭𝐫𝐢 𝐬𝐭𝐫𝐮𝐦𝐞𝐧𝐭𝐢 𝐢𝐧𝐝𝐢𝐜𝐚𝐭𝐢 𝐝𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐫𝐢𝐜𝐞𝐫𝐜𝐚 𝐈𝐍𝐓𝐄𝐑𝐂𝐄𝐏𝐓𝐎𝐑. 𝐒𝐞 𝐭𝐮, 𝐮𝐧 𝐭𝐮𝐨 𝐟𝐚𝐦𝐢𝐥𝐢𝐚𝐫𝐞, 𝐨 𝐢𝐥 𝐦𝐞𝐝𝐢𝐜𝐨 𝐝𝐢 𝐛𝐚𝐬𝐞 𝐚𝐯𝐞𝐭𝐞 𝐝𝐮𝐛𝐛𝐢 𝐬𝐮 𝐩𝐢𝐜𝐜𝐨𝐥𝐢 𝐜𝐚𝐦𝐛𝐢𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐢 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐦𝐞𝐦𝐨𝐫𝐢𝐚: 𝐮𝐧𝐚 𝐯𝐚𝐥𝐮𝐭𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐩𝐫𝐞𝐜𝐨𝐜𝐞 𝐩𝐮𝐨̀ 𝐟𝐚𝐫𝐞 𝐥𝐚 𝐝𝐢𝐟𝐟𝐞𝐫𝐞𝐧𝐳𝐚.

𝐒𝐓𝐔𝐃𝐈 𝐚 𝐕𝐈𝐂𝐄𝐍𝐙𝐀, 𝐌𝐀𝐑𝐀𝐍𝐎 𝐕𝐈𝐂𝐄𝐍𝐓𝐈𝐍𝐎 𝐞 𝐂𝐀𝐒𝐒𝐎𝐋𝐀 𝐓𝐞𝐥𝐞𝐟𝐨𝐧𝐨 𝟎𝟒𝟒𝟒 𝟎𝟐𝟓𝟑𝟓𝟒 𝐜𝐞𝐥𝐥. 𝟑𝟓𝟏 𝟓𝟓𝟑 𝟒𝟖𝟔𝟗

Fonte: Lombardo et al., Alzheimer's & Dementia 2026 – Studio INTERCEPTOR, AIFA/Ministero della Salute

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