06/09/2026
Oltre il raptus: alcune riflessioni sul femminicidio di Lorena Isceri
Di fronte a particolari reati riguardanti la sfera relazionale, si fa sempre un gran parlare. Fiumi di parole vengono spese per inquadrare, spiegare o risolvere un “fatto” che spesso non è spiegabile, se non attraverso una matrice prescelta. E così, anche il caso di Lorena Isceri, 45 anni, ammazzata dall’ex compagno che a sua volta ha successivamente pensato di togliersi la vita, diventa uno dei tanti casi intorno ai quali si discerne circa il concetto da usare per capirne i “perché”. Femminicidio si, femminicidio no? Salute mentale si, salute mentale no? Narcisismo, possesso, controllo, e chi più ne ha più ne metta.
Personalmente so di non avere la verità in tasca, ma il buon senso si. Lo stesso che mi suggerisce di esprimere un parere forgiato dalla esperienza e dai percorsi di studi intrapresi diversi anni or sono. Cominciamo dalla terminologia, a parer di molti fondamentale per tentare di dare il senso.
Il termine femminicidio ha una matrice prevalentemente sociologica, politica e giuridica. Nell’ambito della psicopatologia clinica e forense, esso viene invece declinato attraverso categorie scientifiche e diagnostiche specifiche. In tale ambito, l’analisi di una notizia criminis fa ricorso a concetti che non annullano affatto la natura del femminicidio, ma spiegano i meccanismi psicopatologici intrapsichici e relazionali dell’autore.
E veniamo ad un’altra importante distinzione, quella legata al concetto di omicidio versus omicidio suicidio. Anche in questo caso, la psicologia forense e la criminologia tracciano differenze sostanziali tra chi tenta la fuga dopo un femminicidio e chi, invece, si suicida dopo aver commesso un omicidio. Tale differenza risiede nella percezione del proprio sé, nel rapporto con la realtà e nella funzione che il delitto assume nella mente dell’aggressore. In alcuni casi chi fugge o nasconde il reato conserva un forte istinto di autoconservazione e una netta separazione psicologica tra sé e la vittima, uccide per riaffermare la propria superiorità o eliminare la fonte della umiliazione percepita. Diversamente, chi si suicida ha stabilito una dipendenza patologica “simbiotica” con la partner. Non concepisce una realtà in cui è possibile esistere senza il controllo o la presenza dell’altra.
Nel caso in questione, dalle condotte e dalle testimonianze acquisite emerge l'incapacità di Federico Vella, autore del brutale omicidio, di elaborare il rifiuto e la fine della relazione, provocando in lui una profonda ferita narcisistica. Lo slogan pubblicato sui social («Sarò tuo anche se non posso più esserlo») riflette la visione di Lorena non come soggetto autonomo, ma come prolungamento di sé. In questi casi, il rifiuto viene vissuto come una perdita intollerabile di potere e status emotivo. Da notare che durante la trattativa sul viadotto, l'uomo accusava la vittima di averlo "tradito e trattato male", trasferendo all'esterno la responsabilità del proprio agito. Da qui l’atto finale, che combina distruttività e autodistruzione.
La distruzione dell'oggetto del desiderio non più controllabile («Se non puoi essere mia, non sarai di nessun altro») si unisce all'incapacità di sostenere le conseguenze legali e sociali dell'azione compiuta. Ma c’è anche un senso di colpa, agito mediante l’invio dei messaggi ai familiari della vittima e alla propria madre durante l'azione. Essi puntano ad assicurarsi che il trauma colpisca l'intero nucleo di relazioni, sancendo un definitivo dominio emotivo sull'ambiente circostante.